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| Concistoro di giugno 2026: la Messa tradizionale esclusa, all’ordine del giorno la «guerra giusta» ![]() Il cardinale Mauro Piacenza e il cardinale Arthur Roche Il prossimo Concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV per il 26, 27 e 29 giugno 2026, sta assumendo contorni precisi. E con esso si conferma un orientamento già percepibile fin dall’inizio del nuovo pontificato: la questione liturgica, nonostante sia cruciale nell’attuale crisi nella Chiesa, viene posta in secondo piano. Al suo posto, i cardinali sono chiamati a riflettere sulla situazione internazionale, sulla pace, sulla dottrina della «guerra giusta» e sul proseguimento del processo sinodale. Secondo una lettera pubblicata dal blog italiano Messa in Latino e inviata il 3 giugno ai membri del Sacro Collegio dal cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio dei cardinali, i lavori del Concistoro si svolgeranno su alcuni temi: la situazione internazionale nel mondo e nella Chiesa, l’enciclica Magnifica Humanitas, pubblicata da recente da Papa Leone XIV, e l’attuazione della prossima fase del Sinodo sulla sinodalità. La liturgia non è all’ordine del giorno. Da gennaio a giugno: una esclusione graduale Già il Concistoro di gennaio aveva dato un primo segnale. I cardinali erano stati invitati a scegliere due temi prioritari tra i quattro proposti dal Papa. Ed erano stati privilegiati la missione e la sinodalità, mentre la liturgia e la riforma della Curia erano state poste in secondo piano. Peraltro, era stato consegnato ai cardinali un documento del cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino. Il testo difendeva con forza Traditionis custodes e presentava il Messale di Paolo VI come «l’unica espressione della lex orandi del rito romano. Il Messale tradizionale era considerato solo come una concessione temporanea, rigidamente inquadrata, e non come un diritto basato sulla tradizione liturgica della Chiesa. Questo documento aveva il merito della chiarezza. Esso dimostrava che nel pensiero del Dicastero romano incaricato della liturgia, la riforma pstconciliare non era solo una riforma disciplinare: era considerata come la traduzione necessaria dell’ecclesiologia del Vaticano II. Il rapporto Roche privato della tribuna Da diversi mesi ci si aspettava che il cardinale Roche tornasse davanti ai cardinali con una difesa più elaborata di Traditionis custodes. Il prossimo Concistoro sembrava dovesse fornire l’occasione per un dibattito più approfondito, in particolare sull’applicazione delle restrizioni sulla Messa tradizionale. Questo non accadrà. L’ordine del giorno trasmesso ai cardinali non prevede alcuna sessione dedicata alla liturgia. Quindi, il rapporto del Prefetto del Culto Divino non sarà discusso ufficialmente. Questo silenzio è tanto più sorprendente data la scottante natura dell’argomento: tensioni intorno all’applicazione di Traditionis custodes; crescenti divisioni tra i vescovi; e il contesto molto particolare della consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità San Pio X per il 1 luglio, solo dieci giorni dopo il Concistoro. Il paradosso del messaggio inviato ai vescovi di Francia L’assenza al Concistoro della questione della liturgia, giunge tuttavia quasi due mesi dopo un importante intervento della Santa Sede. In occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conferenza dei vescovi di Francia, svoltasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo 2026, il cardinale Pietro Parolin ha inviato ai vescovi francesi una lettera in nome di Papa Leone XIV. Il testo trattava esplicitamente «il tema delicato della liturgia» e riconosceva l’esistenza di «una dolorosa ferita relativa alla celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità». La lettera invitava i vescovi a cercare delle «soluzioni concrete» che permettessero «di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo», pur rimanendo soggetti agli orientamenti del Vaticano II. Se la questione liturgica costituisce effettivamente una «ferita» sufficientemente grave da giustificare un intervento della Santa Sede presso l’episcopato francese, come si spiega che essa non venga considerata abbastanza importante da essere inserita nell’ordine del giorno del Concistoro straordinario dei cardinali? Nel metodo sinodale, ormai privilegiato, l’organizzazione dei temi determina ampiamente l’orientamento delle conclusioni. Un argomento assente nell’ordine del giorno diventa un tema marginale, anche se menzionato di sfuggita. Si perde in una riflessione generale sulle tensioni ecclesiali, senza che ne venga riconosciuta la rilevanza dottrinale. L’avvenire del cardinale Roche in discussione L’assenza dell’argomento liturgico solleva anche la questione dell’avvenire del cardinale Arthur Roche. Il Prefetto del Dicastero per il Colto Divino ha superato l’abituale età del pensionamento (fissata a 75 anni). Egli rimane uno dei principali artefici della politica perseguita contro la Messa tradizionale nel pontificato precedente. Il suo documento di gennaio esprimeva senza ambiguità la logica di tale politica: la riforma liturgica postconciliare presentata come l’espressione necessaria del Vaticano II, mentre il Messale antico tollerato nella misura in cui non mettesse in questione l’adesione al Concilio e alla nuova liturgia. Il fatto che questa impostazione non venga posta al centro del Concistoro di giugno può essere letto da alcuni come in indebolimento della sua influenza. Sarebbe imprudente concludere troppo frettolosamente che tale impostazione verrà abbandonata. Ma è chiaro che Papa Leone XIV non sembra intenzionato a fare della pubblica difesa di Traditionis custodes uno degli elementi immediati del suo pontificato. Si tratta di un fattore da tenere sotto osservazione. Il vero problema è dottrinale Tuttavia, sarebbe illusorio ridurre la crisi liturgica ad una questione di persone. Il problema non riguarda solo il cardinale Roche, né tantomeno Traditionis custodes; esso è più profondo. A partire dalla riforma liturgica di Paolo VI, la Messa tradizionale è stata molto spesso tratta da Roma come una concessione da revocare o da limitare a seconda delle circostanze. Sebbene gli indulti: Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis costodes abbiano adottato toni e dispositivi diversi, non hanno mai pienamente riconosciuto il posto normativo della liturgia tradizionale nella vita della Chiesa. La Fraternità San Pio X ha sempre rifiutato questa logica della concessione. La Messa di sempre non è un privilegio concesso a pochi fedeli. Essa è un tesoro della Chiesa, l’espressione liturgica della fede cattolica trasmessa e uno dei baluardi più sicuri contro le ambiguità dottrinali introdotte o favorite dal concilio Vaticano II e dalle sue riforme. Il dibattito non può essere regolato da accomodamenti pastorali. Non basta concedere qui o là una Messa tradizionale, acquietare certi Istituti o addolcire la disciplina. Finché Roma continuerà a presentare la riforma postconciliare come il criterio dell’unità ecclesiale, il problema persisterà. La questione di fondo è semplice: o la Messa tradizionale è pienamente legittima perché esprime la fede cattolica di sempre, oppure è solo una tolleranza provvisoria destinata a sparire quando i fedeli interessati avranno accettato la riforma conciliare. Tutto il resto deriva dalla risposta a questo dilemma. Una pace liturgica impossibile senza verità Il Concistoro di giugno evita la questione liturgica. Forse per prudenza; forse per tattica; forse per non riaprire un fronte troppo sensibile. Ma evitare il problema non è in alcun modo una soluzione. La Chiesa non ritroverà la pace aggirando gli argomenti che la feriscono più profondamente. Essa non la troverà neanche dissolvendo le questioni dottrinali col linguaggio della sinodalità, dell’ascolto e della riconciliazione. La vera pace presuppone la verità. E nel campo liturgico, la verità esige che si riconosca quello che è realmente la Messa tradizionale: non una reliquia del passato, ma l’espressione vivente della Tradizione cattolica. Scegliendo di dibattere sulla «guerra giusta» piuttosto che sulla liturgia, il prossimo Concistoro darà l’immagine di una Roma preoccupata per i grandi equilibri del mondo, ma esitante davanti alla crisi interna della Chiesa. Ma presto o tardi, il pontificato di Leone XIV dovrà affrontare questa questione: può esserci una vera unità cattolica finché la liturgia tradizionale, che ha santificato la Chiesa per secoli, sarà trattata come una concessione sospetta invece che come un bene comune di tutta la Chiesa? |