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| Magnifica humanitas è sconnessa dalla Rerum novarum ![]() La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas (MH) è stata firmata il giorno del 135° anniversario dell’enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII, un Papa che il Sommo Pontefice regnate ha indicato come suo modello, e di cui si è dichiarato discepolo e continuatore per certi aspetti, se non altro riprendendo lo stesso nome. Il primo testo importante di Leone XIV tratta della Dottrina sociale della Chiesa, di cui propone una storia ed una sintesi che occupano venticinque pagine, cioè più di un terzo del documento. Prima di considerare il testo, è necessario segnalare uno strano equivoco che appare nell’introduzione. In effetti, MH traduce “rerum novarum” con “domande nuove” (n° 4), che è un controsenso. Nel linguaggio classico che Papa Leone XIII padroneggia con tanta disinvoltura, res novae significa «rivoluzione». D’altronde, la traduzione della Santa Sede dice «sete di innovazioni», e il testo inglese non esista a tradurre « the spirit of revolutionary change» «spirito di cambiamento rivoluzionario». L’introduzione si riferisce a due immagini bibliche (nn. 7 e 8): la costruzione della torre di Babele (Genesi 11) e la ricostruzione dei muri di Gerusalemme (Neemia). La prima rappresenta «il limite di ogni costruzione che nasce dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa all’autosufficienza, che sacrifica la dignità delle persone all’efficienza, ed aspira a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio». La seconda «è un’opera che ha Dio al centro e che ristabilisce i legami ancor prima di porre le pietre. L’antica Grusalemme ritrova così un linguaggio comune, non quello dell’uniformità, ma quello della comunione: l’armonia nasce quando ognuno assume il proprio ruolo e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore». L’introduzione descrive un modo di ricostruire che trasforma «la diversità in risorsa» e fa del dialogo «il terreno comune in cui far crescere la giustizia e la fraternità». Tuttavia, lo distingue dall’atteggiamento proprio dei cristiani, chiamati a «orientare l’azione verso Dio (…) nell’esercizio della sinodalità», affinché «il pluralismo divenga lo spazio in cui cui l’umanità ritrova i suoi fondamenti e il suo fine ultimo» (n° 10). Piano dell’enciclica Il primo capitolo ripercorre la storia della Dottrina sociale della Chiesa, da Leone XIII fino ai nostri giorni, inquadrandola con una giustificazione ed una spiegazione. I fondamenti e i principii di questa dottrina sono spiegati nel secondo capitolo. Il capitolo seguente tratta del paradigma tecnocratico ed esamina l’intelligenza artificiale (IA) da questa prospettiva. Prosegue con la critica dei fondamenti di questa attrazione per la tecnica: il trasumenesimo e il postumanesimo. Il quarto capitolo esamina il posto della verità, del lavoro e della libertà nella società. Infine il quinto capitolo oppone la civiltà dell’amore alla cultura del potere, prima di concludere con un percorso di vita cristiana per vivere il nostro cambiamento di epoca. L’insieme si configura come un saggio che sviluppa la Dottrina sociale per il mondo contemporaneo. La storia della Dottrina sociale della Chiesa (cap. 1) Essa si apre con una giustificazione che mostra la Chiesa come segno di unità e sottolinea l’autonomia delle realtà terrene, citando Gaudium et spes. Inoltre si appella ai segni dei tempi per adattare l’insegnamento della Chiesa senza modificare l’essenza della verità rivelata, promuovendo la dignità umana e il bene comune, in particolare il dialogo con le scienze umane. Spiegando infine che la Dottrina sociale è un discernimento comunitatio, l’enciclica afferma che «la comprensione della verità, come dono da condividere, e non come un possesso da rivendicare, libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere le forme di presenza fondate sul potere» (n° 25). Leone XIII parla in modo del tutto diverso nella Rerum novarum. Egli afferma che «la questione in esame (la questione operaia) è di natura tale che, a meno di fare appello alla religione a alla Chiesa, è impossibile trovarne la soluzione. Ora, come ci sono state affidate principalmente la salvaguardia della religione e l’amministrazione di ciò che rientra nel dominio della Chiesa, il nostro silenzio sarebbe agli occhi del mondo una negligenza del nostro dovere». E aggiunge immediatamente: «Sicuramente, una questione di tale gravità richiede anche l’attività e limpegno di altri attori. Ci riferiamo ai Capi di Stato, ai datori di lavoro e ai ricchi, agli stessi lavoratori, il cui destino è qui in gioco. Ma ciò che affermiamo senza esitazione è l’inutilità delle loro azioni al di fuori di quella della Chiesa». Leone XIII Il percorso storico di MH comincia con la Rerum novarum, ed è così riassunto: «due principii rimangono di grande attualità: il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria» e «l’attenzione per le persone e le famiglie più esposte allo sfruttamento, nonché il legame inscindibile fra l’annuncio evangelico e la ricerca di un ordine sociale più giusto» (n° 30). Questo significa dimenticare i principii sui quali Leone XIII fonda tutta la sua enciclica: «il primo principio da mettere avanti è che l’uomo deve accettare questa necessità della sua natura che rende impossibile, nella società civile, l’elevazione di tutti allo stesso livello. (…) E essa [la natura] che ha disposto tra gli uomini differenze tanto diverse quanto profonde: differenze di intelligenza, di talento, di salute e forza, da cui nasce spontaneamente la disuguaglianza delle condizioni». Questo discorso farà senza dubbio reagire tutti coloro che sono animati dallo spirito socialista, particolarmente combattuto da Leone XIII nella sua enciclica, ma queste parole, non solo non possono essere cancellate, ma il principio che esprimono è riconosiuto come di ordine naturale, e quindi inevitabile. Il secondo principio è così descritto: «L’errore capitale, nella presente questione, è quello di credere che le due classi siano nemiche tra loro, come se la natura avesse armato i ricchi e i poveri per combattersi in un duello senza fine. Questa affermazione è talmente irragionevole e falsa che la verità risiede in una dottrina assolutamente opposta». Questi due principii sono sempre validi e attuali. Pio XI Il capitolo prosegue con Quadragesimo anno (1931) che «formula in maniera sistematica il principio di sussidiarietà» (già presente nella Rerum novarum), e con altri insegnamenti di Papa Pio XI. Leone nota: la presa di coscienza delle ingiustizie non riguarda solamente i comportamenti individuali, ma anche le strutture economiche e istituzionali» (n° 31). Pio XII Il suo apporto è visto come «un dialogo con la società a partire da un richiamo esigente del diritto naturale, inteso come un insieme di principii oggettivi che precedono gli interessi degli individui e degli Stati, e devono governare la vita interna delle nazioni nonché le loro mutue relazioni» (n° 32). Gli anni del concilio Vaticano II MH prosegue con Mater et magistra e con Pacem in terris di Giovanni XXIII e considera «la portata universale del suo appello, il riferimento ai diritti dell’uomo come grammatica comune e il convincimento che la pace duratura passa per le istituzioni e le relazioni tra i popoli ispirate dalla dignità di ogni persona» (n° 33). L’enciclica si rifà in seguito alla Dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II, che enuncia un principio: «grande importanza per la vostra epoca [che] continua ad offrire alla Dottrina sociale i criterii decisivi per la protezione della persona e per la costruzione delle società pluraliste e pacifiche» (n° 34). Tale affermazione sancisce l’abbandono della regalità sociale di Cristo Re. Paolo VI, nella Populorum progressio, introduce l’idea dello “sviluppo umano integrale” concepito «come un passaggio da condizioni di vita meno umane a condizioni più umane, che concepisce come un processo che riguarda ogni uomo e l’uomo nella sua interezza, cioè tutte le dimensioni della persona e tutti i popoli, senza eccezione» (n° 35), conseguenza dell’abbandono della civiltà cristiana; il secondario soppianta l’essenziale. La tendenza si accentua con Giovanni Paolo II e la sua enciclica Centesimus annus. Il giudizio della nuova Dottrina sociale si allontana sempre più dalla sola vera soluzione: essa tende a secolarizzarsi. Con Papa Francesco e il suo «sogno di una umanità capace di scegliere l’amicizia sociale e la fraternità universale (n° 44)» (Fratelli tutti) senza la grazia di Dio, si raggiunge l’apice. Infine, MH riassume il “patrimonio unico» della Dottrina sociale della Chiesa nella “dignità della persona, nel valore del lavoro, nella destinazione universale bei beni, nella solidarietà e nella sussidiarietà, nella salvaguardia della creazione, nella centralità della pace e della fraternità» (n° 45). Fondamenti e principii della Dottrina sociale della Chiesa (cap. 2) I fondamenti Quanto ai fondamenti, Papa Leone XIV ne propone due. Per primo, «l’uguale dignità di tutti gli esseri umani». Ma il Papa si preoccupa di distinguere la dignità morale che dipende dalle azioni passate, la dignità sociale legata alle condizioni di vita, la dignità esistenziale o modo in cui la persona percepisce il proprio valore, e la dignità ontologica legata alla creazione e all’amore di Dio. Ed aggiunge che « questa è la dignità che è propria di ogni essere umano per il semplice fatto che esiste, che è stato voluto, creato e amato da Dio: nessun peccato, nessun fallimento, nessuna umiliazione, nessuna esclusione possono minare il valore profondo di una vita umana che Dio stesso ha voluto e chiamato all’esistenza» (n° 52). Ritroviamo qui il grande errore di Dignitatis humanae, che si oppone a tutta la Tradizione. Se questa dottrina fosse vera, sarebbe vietato punire un colpevole; ed è questa la ragione per la quale la pena di morte è stata eliminata dal Catechismo della Chiesa cattolica. Ed è anche su questo grave errore che si basa la dottrina della libertà religiosa del Vaticano II. Il secondo fondamento è «il valore supremo dei diritti dell’uomo». Leone XIV riprende Giovanni Paolo II che aveva affermato che «la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, continua ad essere oggi una delle più alte espressioni della coscienza umana» (n° 54). MH aggiunge: «Ecco perché, nella prospettiva cristiana, i diritti dell’uomo non sono un’aggiunta esterna alla persona, ma una traduzione storica della sua dignità intrinseca che la comunità internazionale è chiamata a proteggere e a promuovere». (ibid.) A questo proposito, bisogna ricordare che Pio XII, nel suo messaggio di Natale del 1944, espresse già la sua sfiducia in una dichiarazione formale dei diritti, proclamando che la garanzia data dalla Chiesa alla dignità dell’uomo «trascende infinitamente quella alla quale potrebbero arrivare tutte le possibili dichiarazioni dei diritti dell’uomo» (Benignitas et humanitas, 24 dicembre 1944). Poco prima dell’approvazione definitiva della carta dell’ONU, nel novembre 1948, il Papa affermò che i diritti dell’uomo non potevano garantire l’ordine, l’unità e la pace in una società, se quest’ultima non avesse riconosciuto ufficialmente i diritti di Dio e della Sua legge, o almeno i diritti naturali (Siamo molto sensibili, 11 novembre 1948). Qualche mese dopo ritornò sull’argomento. Nel settembre 1949, al Congresso internazionale dei filosofi umanisti, il Papa ribadì con forza che è solo sulla base del riferimento al Dio cristiano che una società sarà in grado di proteggere questi diritti naturali primordiali, che la Chiesa predica nella sua dottrina sociale e che possono garantire una coesistenza civile pacifica, ordinata e felice (Di tutto cuore, 25 settembre 1949). In occasione del Congresso dei giuristi cattolici, nel successivo mese di novembre, il Papa sottolineò le deviazioni e le contraddizioni a cui aveva condotto l’errore del razionalismo moderno che aveva preteso di separare il sistema dei diritti dell’uomo dal suo fondamento trascendente (Con felice pensiero, 6 novembre 1949). Purtroppo bisogna constatare quanto avesse ragione. E anche fino a che punto questo fondamento che Leone XIV ritiene «supremo» in virtù del suo valore, è una negazione implicita dei diritti di Dio. In questo modo, l’intero edificio dell’enciclica risulta radicalmente compromesso. Prendendo come base la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, il Papa regnante si è risolutamente associato a coloro che costruiscono una versione moderna della torre di Babele. I principii Il testo di MH spiega in seguito i seguenti principii: il bene comune (59-64), la solidarietà (73-76), la giustizia sociale (77-81), lo sviluppo umano integrale (82-85). Il Papa conclude quest’ultimo punto affermando che «l’idea di sviluppo umano integrale trova oggi un criterio decisivo di verifica nell’ecologia integrale, divenuta una dimensione inevitabile della dottrina sociale della Chiesa». Il capitolo si conclude con una applicazione di questi principii in seno alla Chiesa: «Il bene comune, nel contesto ecclesiale, assume il volto di uno stile sinodale per la missione al servizio del Regno. (…) La sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli. (…) Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità si realizzano tramite organismi di partecipazione reale e non nominale» (86-87). Infine, «la solidarietà trova la sua fonte nel mistero di Cristo e si nutre dell’Eucarestia. Vivere la giustizia nella Chiesa significa purificare le relazioni e le strutture ecclesiali dalle distorsioni che generano disuguaglianze, opacità e abusi di potere. E’ in questo modo che la Chiesa è in grado di offrire alla società un segno credibile: la ricerca comune del bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una possbilità reale» (88-89). Una bella professione di fede sinodale che lascia presagire ciò che ci aspetta negli anni a venire.… Tecnica e padronanza (cap. 3) Leone XIV incomincia col riprendere l’idea di Papa Francesco del “paradigma tecnocratico”, tratto da Laudato si’, e della difficoltà a padroneggiare il progresso: «Se lo sviluppo tecnologico prosegue senza una maturazione etica e sociale adeguate, può accadere che i mezzi aumentino senza che l’umanità cresca nella stessa misura (n° 94). Ma bisogna precisare che non è questo il punto: «l’etica» non è in grado di fornire alcun tipo di elevazione o di maturazione umana, e lo ha dimostrato a sufficienza da decenni. Solo la morale basata su Cristo e sulla Sua rivelazione può farlo. L’enciclica affronta in seguito l’anunciato argomento dell’intelligenza artificiale (IA). Il Papa intende limitarsi a «richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che preservi il primato della persona». Egli comincia ad affermare che «bisogna evitare l’errore che consiste nell’assimilare tale intelligenza all’intelligenza umana» (n° 99). E aggiunge che «anche quando questi strumenti sono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo differisce da quello dell’essere umano. (…) Si tratta di un adattamento statistico a partire dai dati e dai risultati che può rivelarsi molto efficare, ma che non implica una crescita interiore» (ibid.) MH riconosce «l’aiuto prezioso» di questo strumento, ma aggiunge che non bisogna lasciarsi ingannare dall’«impressione di oggettività», che non fa altro che riflettere i parametri dei progettisti o di coloro che hanno “addestrato” il sistema; né bisogna farsi trarre in inganno dall’“imitazione artificiale” della comunicazione umana». Leone XIV passa poi alla «responsabilità, la trasparenza e la gestione dell’IA». Come ha già sottolineato il Vaticano «non possiamo considerare l’IA come moralmente neutra» (n° 104), il che implica che bisogna chiedersi come essa è concepita. Ma anche che le responsabilità devono essere chiaramente definite in ogni fase, e devono essere istituiti quadri giuridici e meccanismi di controllo indipendenti. Il Papa chiede anche «la possibilità di dibattere sul codice etico da utilizzare, sottoponendolo a criterii condivisi di giustizia sociale» (n° 107). E termina chiedendo in primo luogo di «disarmare l’IA», ovvero di «sottrarla alla logica della competizione armata che oggi non è più solo militare, ma anche economica e cognitiva» (n° 110). La conclusione di questa parte sull’IA evidenzia il pericolo di assolutizzare «una sola dimensione dell’essere umano». Poiché «l’intelligenza, se viene assolutizzata, finisce con l’accultare le altre dimensioni essenziali della vita». E il Papa aggiunge che «l’intelligenza, quando si chiude in se stessa, dimentica che è fatta per servire la vita e la persona umana» (n° 113). Una conclusione che sottolinea la dimensione orizzontale assunta dalla Dottrina sociale della Chiesa a partire dal concilio: l’intelligenza è innanzi tutto e soprattutto fatta per conoscere Dio, adorarLo e contemplarLo… Transumanesimo e postumanesimo In questa sezione, MH esamina «i fondamenti ideologici che animano alcuni centri di potere tecnologico (…) che portano all’entusiamo per le nuove tecnologie da una visione futurista dell’“uomo migliorato” o dell’“uomo ibrido” con la macchina» e «che possono essere raggruppati sotto il nome di trasumanesimo e di postumanesimo» (n° 115). Il testo sottolinea giustamente che «se l’essere umano è trattato come una materia da perfezionare o da superare, allora diventa più facile accettare che alcuni siano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni» (n° 117). Ed aggiunge: «una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale; altra cosa è lasciarsi guidare da un immaginario che minimizza i limiti e promette una “salvezza” puramente tecnica» (ibid.) Il testo prosegue con una analisi del “limite” o della “finitezza” che «quand’è accettata nella verità, non impoverisce l’essere umano, ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro» (n° 122), con bei sviluppi. Perché questa bella escursione doveva essere inquinata dalla seguente affermazione?: «la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (1945) e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) hanno stabilito un linguaggio comune per affermare, almeno come ideale condiviso, che la dignità umana è universale». In seguito ci viene presentata una lista di “eroi” moderni: Martin Luther King e Nelson Mandela, Laura Montoya, Madre Teresa, Dorothy Day, Marie Curie, Maria Montessori, Elisabeth Elliot, Wangari Maathai, Benazir Bhutto. Una lista, a dir poco, eclettica. La sezione si conclude con l’affermazione di un «più che umano» nella fede cristiana, legato all’«azione delle grazia di Dio ricevuta in Cristo», spiegata e sviluppata nella sezione successiva, in cui San Tommaso d’Aquino fa la sua unica apparizione nell’enciclica, citato dal suo trattato sulla grazia. Il capitolo si conclude con una domanda finale che si riassume nella celebre massima di Sant’Agostino sulle due città: «Due amori hanno fatto due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città terrena; l’amore per Dio fino al disprezzo di sé, la città celeste». Preservare l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà (cap, 4) Nel capitolo quarto, Papa Leone XIV cerca di esplorare le ripercussioni della trasformazione tecnologica in alcuni ambiti: «Alla luce dei principii della Dottrina sociale della Chiesa, la trasformazione digitale ci invita a riscoprire la verità come bene comune, a proteggere la dignità del lavoro e a preservare la libertà contro ogni dipendenza e ogni mercificazione». La verità come bene comune La prima considerazione si intitola «verità e democrazia». E il Papa afferma che «la ricerca della verità è un elemento essenziale della democrazia» (n° 134). Questa affermazione lascia perplessi: sembra inutile commentarla, tanto è contraddetta dai fatti, almeno se consideriamo le attuali manifestazioni del principio democratico nel mondo, con così poche eccezioni. Lo stesso giudizio vale per la ricerca della verità su internet (n° 136). L’enciclica procede con la richiesta di una «ecologia della comunicazione»: norme trasparenti, rafforzamento dei corpi intermedi, giornalismo serio, nuova coscienza educativa, ecc. Questa ecologia si estende in una «alleanza educativa per l’era digitale» Il testo propone di educarsi «a disintossicarsi dall’IA» e di proteggere i giovani (n° 140). MH ricorda che «l’esposizione precoce e non supervisionata agli apparecchi digitali e alle reti sociali può avere ripercussioni negative sul sonno, sull’attenzione, sulla regolazione emotiva e sulla vita relazionale, in particolare per i più giovani, con conseguenze talvolta drammatiche». E sottolinea che «il fatto di disporre troppo presto di un telefono portatile personale e di usarlo senza il controllo dei genitori può accentuare la fragilità e favorire le dipendenze tra i giovani» (n° 141). La dignità del lavoro nella transizione digitale L’enciclica nota prima di tutto la posizione centrale del lavoro nella questione sociale (148-150), affronta poi il problema della disoccupazione (151-156), e infine la necessità di un modello economico che valorizzi la dignità (157-164). Quest’ultimo punto si addentra in considerazioni tecniche che sembrano fuori luogo in una enciclica. Infine, questa sezione considera la famiglia e i giovani (165-169). Preservare la libertà contro ogni dipendenza e ogni mercantizzazione Leone XIV si preoccupa «dell’impatto della rivoluzione digitale sulla libetà umana», sottolineando che «non bisogna sottovalutare le forme più sottili di dipendenza legate all’economia digitale dell’attenzione, in cui le piattaforme e servizi sono progettati per catturare il tempo e l’attenzione degli utenti, sfruttando la loro fragilità e indebolendo la loro libertà interiore (n° 170). Prosegue affermado che «è urgente promuovere un utilizzo delle tecnologie che rafforzi la libertà interiore: educazione alla sobrietà digitale, protezione dei minori e lotta contro i modelli che prosperano sulla vulnerabilità (ibid.). Richiama inoltre a «spezzare le catene delle nuove forme di schiavitù», legate all’estrazione, alla produzione o anche alla gestione delle risorse necessarie all’IA o prodotte tramite essa (n° 173). La cultura del potere e la civiltà dell’amore (cap. 5) Quest’ultimo capitolo si sofferma sul dominio della guerra, temendo il rischio che «la tecnologia, dissociata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e la morte» (n° 182). A questo il Papa oppone la «civiltà dell’amore», una espressione ripresa da Paolo VI, e la cultura del potere. La cultura del potere Leone XIV ricorda che «nel 1965, il grido di San Paolo VI risuonò con forza davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: «Mai più la guerra, mai più la guerra» (n° 189)». Questa utopica apostrofe richiama alla mente Aristide Briand, che aveva salutato l’entrata della Germania nella Società delle Nazioni nel 1926 con un «Via i fucili, le mitragliatrici, i cannoni! Largo alla conciliazione, all’arbitrato e alla pace!», col risultato che conosciamo. MH riconosce peraltro che «malgrado le aspirazioni e le proclamazioni di pace, gli ultimi sessant’anni sono stati segnati da conflitti di una ferocia impressionante, che spesso hanno implicato in massa le popolazoni civili, causando vittime innocenti, ondate di rifugiati, una destabilizzazione sociale e ferite durature (ibid.) Più avanti, Leone XIV afferma che è «importante riaffermare il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata per giustificare qualunque guerra, fatto salvo il diritto alla legittima difesa nel suo senso più stretto» (n° 192). Egli ritiene che la «magnifica umanità» disponga di strumenti ben più efficaci per fronteggiare i conflitti: dialogo, diplomazia, perdono. Il testo ritorna sull’IA e la sua applicazione nei conflitti armati. La proccupazione del Sommo Pontefice guarda alla capacità «decisionale» sulla vita e sulla morte, concessa a ciò che è solo un robot. Deplora inoltre la crisi del multilateralismo, fondata su una Realpolitik che considera che la guerra sia inevitabile, poiché fa parte della natura umana (n° 205). E conclude il paragrafo affermando che «la pace non è una speranza ingenua né una semplice assenza di guerra: essa è il frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità» (ibid.). Certo, ma bisogna possedere queste virtù per realizzare la pace. Ed esse da dove vengono? E da chi si possono trovare se non da Gesù Cristo, unica fonte della giustizia e della pace? Costruire la civiltà dell’amore Il Papa propone cinque vie: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, adottare la prospettiva delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralisnmo. Sotto quest’ultima voce, Papa Leone XIV pone il dialogo interreligioso che «svolge un ruolo decisivo» (n° 223), rimanendo così soggetti alla cecità che ha afflitto gli uomini di Chiesa a partire dal Vaticano II. Il seguito offre un’analisi sorprendente: «Le organizzazioni internazonali, in particolare l’ONU, rimangono strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore» (n° 226). Probabilmente sta parlando di una versione parallela dell’ONU… Lo stesso numero confessa di riconoscere «la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale», che necessita di profonde riforme. Ma «on si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi dei convincimenti e dei valori attiene anche ai fondamenti etici della vita delle nazioni e rende più difficile il multilateralismo verso il vero bene comune». In questo caso si deve trattare di un eufemismo. Conclusione Le ultime pagine di MH propongono un itinerario di vita cristiana sobria ed esigente per vivere questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo. E’ un cammino che nasce dalla contemplazione del piano di Dio, che vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucarestia, che costruisce il mondo nella direzione del bene e prega con la Vergine Maria (n° 229)». Al centro di tutto c’è il mistero dell’Incarnazione. E il Papa «credente tra i credenti» (n° 233), invita «a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche l’era dell’IA». E aggiunge: «E’ il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha deciso di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del Cielo e quelle della terra (Cfr. Ef. 1, 10)». Leone XIV prosegue affermando che «la spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore». E spiega, citando Sant’Agostino, che «In Cristo, benché siamo numerosi e diversi, noi siamo una sola cosa: “In Illo uno unum”», che la divisa stessa di Leone XIV (n° 235). Vengono in seguito i fondamenti di questa impresa: «il nostro lavoro di costruzione oggi deve avere per fondamento la relazione con Dio, per regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, e per stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico» (n° 236). Infine, MH riassume i mezzi. «Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il piano d’amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale e la speranza che sostiene la nostra azione nel mondo, è la preghiera» (n° 243). Quella su cui il Papa pone l’accento è il Magnificat della Vergine Maria. In questa lunga enciclica, Papa Leone XIV presenta una sintesi della Dottrina sociale della Chiesa che si allontana nettamente dai principii posti da Leone XIII, Pio XI e Pio XII, specialmente nei suoi fondamenti. Nel concilio Vaticano II, la Chiesa si impegnò a partecipare direttamente al perfezionamento temporale, tentando così di far rientrare il progresso dei popoli nella finalità del Vangelo. Aver integrato nel Vangelo la civiltà terrena ha prodotto un oscuramento dei fini soprannaturali della religione. Come disse Romano Amerio. «La Chiesa può senza alcun dubbio concorrere al progresso del mondo, ma non nella direzione che questo progresso ha effettivamente preso. (…) Essa non può mettersi alla guida di questo progresso, che in realtà scaturisce da una natura diversa dalla sua». |