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| Quelle parole di Leone che sconcertano e inquietano di Aldo Maria Valli ![]() Di fronte ai microfoni dei
giornalisti, a Castel Gandolfo, Leone XIV ha parlato delle
consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale
San Pio X e ha detto: «Sto
valutando la possibilità di rivolgere un altro appello e dire:
non fatelo, proviamo a vivere in comunione con la Chiesa. Ma è
una loro scelta. Dobbiamo comprendere cosa significhi per loro e per la
Chiesa».
Prevost ha poi dichiarato: «Certamente, la divisione tra i cristiani è una questione dolorosa. Tuttavia, si rifiutano di accettare alcuni elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II. Se prendono questa decisione, mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti». Con tutto il rispetto per Leone XIV, si tratta di dichiarazioni sconcertanti. Dire che «dobbiamo comprendere cosa significhi per loro e per la Chiesa» significa ignorare tutto ciò che è avvenuto nei rapporti tra Roma e la Fraternità almeno dal 1988. Non c’è niente da comprendere, perché tutto è molto chiaro. Da una parte c’è chi ha trasformato i concetti ideologici di rinnovamento e dialogo in verità dottrinali, dall’altra c’è chi chiede di poter professare la fede cattolica secondo la dottrina tradizionale, non modificabile nella sostanza. Il fatto che Leone appartenga al primo schieramento non dovrebbe comunque impedirgli di aver compreso bene che cosa tutto ciò significhi per i seguaci di monsignor Lefebvre e per la Chiesa. Affermare che occorre ancora comprenderlo sa di ipocrisia oppure di obnubilamento ideologico. O di malafede. Ma più sconcertante ancora è la seconda parte della dichiarazione, dove Leone afferma che il problema con i membri della FSSPX sta nel fatto che «rifiutano di accettare alcuni elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II». Si badi: il problema non è che rifiutano i punti centrali della dottrina, della morale, della disciplina e dell’ecclesiologia cattolica. No, il problema è che non si riconoscono in alcuni punti del Vaticano II. In questo modo Leone dogmatizza un Concilio che volle essere pastorale e lo trasforma in una Costituzione fondativa. Ma la Chiesa Cattolica Romana non è un’istituzione solo umana, che può essere rifondata. È stata fondata una volta per tutte, e definitivamente, da Nostro Signore Gesù Cristo, sicché ogni pretesa di ricostituirla su basi nuove si configura come un colpo di stato e un tradimento. Leone parla della possibilità di rivolgere un nuovo appello alla FSSPX, ma così dimostra di non aver capito – o di non voler capire – qual è la sostanza del problema. Non è più tempo di appelli. Sarebbe tempo, piuttosto e finalmente, di un onesto esame critico del Concilio Vaticano II e di tutto ciò a cui ha portato sul piano dottrinale, ecclesiologico, liturgico e disciplinare. Ma farlo significherebbe mettere in discussione sessant’anni di rivoluzione alla quale non si vuole rinunciare. Anche se il paragone è forzato, sotto certi aspetti Leone può essere paragonato all’amministratore delegato di un’impresa. E l’impresa Chiesa cattolica non se la passa bene. È sotto gli occhi di tutti. Le vocazioni precipitano, la vita religiosa è al lumicino, le chiese si svuotano, gli stessi movimenti ecclesiali frutto del Concilio vivono una crisi profonda. Il Vaticano II, presentato come la primavera della Chiesa, ha dato inizio a una stagione devastante, fredda e buia. E tutto ciò mentre le realtà legate alla Tradizione, al contrario, attraggono sempre di più, specialmente le giovani generazioni, perché non propongono un’imitazione di ciò che propone il mondo, ma la Verità. È davvero strano che un seguace di Agostino, quale è Robert Prevost, dimentichi l’insegnamento del Santo d’Ippona sulla superbia umana come radice di tutti i peccati. Pretendere di dogmatizzare il Concilio Vaticano II, sino a farne il metro per stabilire chi sta dentro o fuori la Chiesa, ed evitare tenacemente di esaminarlo criticamente, alla luce degli sviluppi reali, non è forse una forma di superbia? E non è forse lo stesso Agostino a ricordarci che il superbo non tollera la grandezza altrui? «Dobbiamo andare avanti» dice Leone XIV, ed è forse la frase più inquietante. Avanti verso dove? C’è dunque un programma da completare? Mi chiedo: è così che parla un Papa? La Chiesa, più che «andare avanti», non dovrebbe tornare sempre a Gesù? |