Il tempo degli accomodamenti è finito.

Non abbiamo bisogno di “terreni comuni”
ma di salvare la Fede


di Pietro Pasciguei



Pubblicato sul sito di Aldo Maria Valli








Mentre la data del 1º luglio 2026 si avvicina, il clima ecclesiale si fa sempre più incandescente. L’annuncio delle prossime consacrazioni episcopali presso il seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X ad Ecône ha, come prevedibile, scatenato una ridda di reazioni, strali e tentativi di mediazione che, lungi dal chiarire la situazione, non fanno che confermare la profondità del baratro in cui versa la Chiesa.

Tali reazioni sono culminate nell’intervento di papa Leone martedì sera (16 giugno) a Castel Gandolfo. Chiamato a esprimersi sulla Fraternità, il pontefice ha regalato una performance di tale superficialità da far tremare i polsi: «Li abbiamo invitati, e sto ancora valutando se lanciare un altro appello, dicendo: “Non fatelo. Cerchiamo di vivere in comunione all’interno della Chiesa”. Ma la scelta spetta a loro. Bisogna rendersi conto di ciò che ciò comporta per loro e per la Chiesa. Certamente, la divisione tra i cristiani è sempre qualcosa di doloroso. Tuttavia, essi rifiutano di accettare alcuni elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno questa scelta, mi dispiace, ma dobbiamo andare avanti».

Di fronte a tanta vacuità, una domanda si fa urgente: a cosa, esattamente, è necessario credere affinché il marchio dell’esclusione non colpisca anche chi, pur non appartenendo alla FSSPX, continua a professarsi cattolico?

Il Pontefice brandisce “vari punti del Concilio” come una mannaia, ma non sa – o non vuole – dire quali. La Chiesa, nella sua millenaria sapienza, ha sempre distinto tra dogmi di fede, dottrine definitive e magistero autentico. Ora, d’un tratto, la gerarchia vorrebbe imporre un indistinto calderone conciliare come criterio di ortodossia.
Dunque, interroghiamo questo nuovo tribunale dell’Inquisizione alla rovescia: dobbiamo forse prestare alla “Lumen gentium” lo stesso assenso di fede che si deve alla divinità di Nostro Signore Gesù Cristo?

L’adesione alla “Dignitatis humanae” e alla “Unitatis redintegratio” è forse vincolata da una necessità di salvezza pari a quella per l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al Cielo in corpo e anima della Beata Vergine Maria?
Se la libertà religiosa e l’ecumenismo appartengono al deposito della Verità rivelata, che il Papa ci indichi – in quale pagina, in quale rigo, in quale pronunciamento dogmatico – tali dottrine sono state definite come tali.
Il paradosso raggiunge l’apice quando si pretende di imporre non solo il testo, ma una specifica interpretazione.

Se la continuità del Vaticano II richiede una teoria esegetica completa, un’ermeneutica mastodontica per non farla collassare sotto il peso della contraddizione col passato, come può il Pontefice sostenere, con tanta protervia, che il significato dei documenti sia talmente evidente da poter essere brandito come criterio di scomunica?
Se un documento deve essere “spiegato” per non apparire eretico, allora è esso stesso, per sua natura, ambiguo. E un’ambiguità non può essere la pietra angolare della comunione ecclesiale.
Mentre Leone omaggia la (finta) vescovessa anglicana e strizza l’occhio ai vescovi di nomina comunista, il suo «dobbiamo andare avanti» suona come una minaccia.

Verso dove, ci chiediamo, stiamo andando? Verso una “Chiesa” che, avendo barattato la Regalità di Cristo con il dialogo con l’errore, non ha più nulla da offrire se non la propria stessa dissoluzione?
A ogni modo, il dibattito non si limita più a sterili polemiche di corridoio, ma si è inevitabilmente spostato sul piano dottrinale e canonico, dove le posizioni appaiono sempre più inconciliabili.

Da un lato, assistiamo ad attacchi frontali che, brandendo la giurisdizione come un’arma di distruzione di massa, non esitano a gridare allo scisma pur di non affrontare il dramma dello stato di necessità.
Dall’altro, emergono tentativi di “riconciliazione” che, attraverso arzigogolati esercizi di ermeneutica, cercano di forzare il Concilio Vaticano II nel solco della Tradizione, ignorando la realtà di una prassi post-conciliare che, nei fatti, ha già abbondantemente tradito il magistero perenne.

È il caso, rispettivamente, dell’articolo di Eamonn Clark, “Sia fatta la mia volontà»: sulle consacrazioni episcopali della FSSPX”, e della disamina di Walker Larson, “Trovare un terreno comune tra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X”.

Entrambi i testi, seppur partendo da angolazioni diverse – uno marcatamente ostile, l’altro dichiaratamente conciliatore – palesano la medesima incapacità di guardare alla crisi con sguardo cattolico, preferendo rifugiarsi in un legalismo cieco o in un’illusione di continuità che non trova riscontro nella vita della Chiesa.

Non possiamo permettere che tali operazioni passino inosservate. È nostro dovere smontare pezzo per pezzo questa impalcatura di errori.


Parte I: Il legalismo contro la Fede. Il caso Eamonn Clark

L’articolo di Eamonn Clark, S.T.L. presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino, è un documento che merita attenzione non per la sua profondità teologica, quanto per la sua emblematica rappresentazione del neoclericalismo post-conciliare.
Clark sostiene che la crisi attuale non sia peculiare, ma una condizione perenne della Chiesa Militante.
Paragonando il momento attuale ai tempi di Qoelet, l’autore minimizza il dramma dottrinale e liturgico post-conciliare, riducendolo a una delle tante traversie storiche. Questa tesi è inquietante nella sua banalità: poiché la Chiesa è sempre stata in crisi, la crisi di oggi non giustificherebbe alcunché!

Tale posizione rivela il metodo del relativismo storico applicato alla vita soprannaturale. Clark confonde la difficoltà oggettiva di vivere in un mondo decaduto (propria di ogni epoca) con la crisi interna della gerarchia che colpisce il bene comune della Chiesa (la Fede e il Culto) e il fine della Chiesa: la salvezza delle anime.
Non ci troviamo dinanzi a una crisi di governanti “indegni”, ma a una crisi che intacca gli strumenti stessi di salvezza. Se la liturgia non trasmette più la dottrina del Sacrificio e se la dottrina (libertà religiosa, ecumenismo ecc.) è in aperta rottura col passato, il “diritto alla salvezza” dei fedeli non può essere sacrificato sull’altare di un positivismo giuridico che ignora il pericolo reale per le anime.

Il cuore della polemica di Clark verte sull’accusa di scisma legata alle consacrazioni episcopali. L’autore sostiene che l’episcopato implichi oggi (cioè, dopo il Vaticano II!) una “potenzialità” di giurisdizione tale che esercitarlo senza mandato costituisca di per sé un atto scismatico, poiché il Papa detiene il potere supremo di regolare la selezione dei collaboratori (per la confutazione di tale posizione vedere qui).

Qui Clark inciampa in una visione volontaristica dell’autorità, dimenticando che il diritto ecclesiastico esiste per il bene delle anime (Salus animarum suprema lex).
La FSSPX non rivendica una giurisdizione ordinaria (che spetta al Papa), ma invoca la supplenza di giurisdizione in stato di necessità.
Quando l’autorità, pur esistendo, usa il proprio potere per impedire la vita soprannaturale – vietando la Messa di sempre o sanzionando chi la difende – la Chiesa stessa fornisce il principio di supplenza (canoni 1323 e 1324 del Codice del 1983, analogamente al 1917) per evitare che i fedeli restino abbandonati.

Non è un atto contro il papato, ma un atto per la sopravvivenza della Chiesa.
Clark sembra quasi assolutizzare il potere del romano Pontefice, rendendolo un fine in sé, staccato dal suo scopo primario: la difesa del Depositum Fidei.
Questa è una visione non cattolica dell’obbedienza.
San Tommaso d’Aquino insegna che l’obbedienza è una virtù morale guidata dalla prudenza e subordinata alla Fede. Non esiste obbedienza che possa essere lecitamente prestata a un comando che metta in pericolo la salvezza delle anime o la purezza del dogma.
Clark dimentica che il Papa non è un monarca assoluto che può inventare una nuova religione; è il vicario di Cristo, vincolato alla Tradizione.
La vera disobbedienza è quella di chi tradisce il deposito sacro, non di chi vi rimane fedele.

Infine, Clark si abbandona a una considerazione fatalista: Dio salverà la Chiesa indipendentemente dalla Fraternità, che dovrebbe quindi “tenere la testa bassa” come fanno tanti sacerdoti nel novus ordo. Questa è l’apologia del conformismo. L’invito a “tenere la testa bassa” davanti al disastro, in nome di una presunta obbedienza, è in realtà l’invito a disertare il campo di battaglia.
Giona, richiamato dallo stesso autore, non si salvò per la sua obbedienza formale, ma per aver finalmente adempiuto alla sua missione profetica.

Il limite fondamentale di Clark è l’incapacità di distinguere tra l’istituzione papale (che difendiamo) e la linea di condotta attuale (che, se in rottura con la Tradizione, non può essere seguita).
La Fraternità non cerca di “risolvere la crisi” con le proprie forze, né cerca di “fare la propria volontà”; cerca solo la volontà di Dio, espressa per venti secoli dal Magistero.

Il contributo di Clark è un esercizio di cecità volontaria, un tentativo di coprire le ferite del Corpo Mistico con la toga del giurista. Ma la storia, e soprattutto il giudizio divino, non si fermano davanti al formalismo canonico quando esso viene brandito per negare la Verità.

La FSSPX non verrà giudicata per aver resistito a un ordine contingente che svuotava la Fede, ma per aver conservato, nel cuore della tempesta, la santa Messa e il sacerdozio cattolico.



Parte II: L’inganno dell’ermeneutica. Il velleitario tentativo di Larson

Se l’articolo di Eamonn Clark si presenta come una scure legalista, quello di Walker Larson, “Trovare un terreno comune tra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X”, indossa la maschera rassicurante del pacificatore.
L’autore tenta un’operazione di “ecumenismo diplomatico”: animato da buone intenzioni, cerca di comporre un puzzle le cui tessere hanno forme inconciliabili, forzandole a incastrarsi attraverso un’operazione di rilettura ermeneutica.
Il limite invalicabile di Larson è la pretesa che il Concilio Vaticano II e le sue riforme possano essere salvati attraverso la classica “ermeneutica della continuità” che, nei fatti, non esiste.
L’autore si arrampica sugli specchi per dimostrare che affermazioni mariane, concetti sulla salvezza o sulla natura della Chiesa siano “pressoché identici” tra la Tradizione e Roma.
Egli commette un errore di astrazione fondamentale: confonde il testo – che vorrebbe interpretare in chiave cattolica – con il vissuto della Chiesa (la prassi e il magistero).
Larson cita la “Dignitatis humanae” o il subsistit in come esercizi accademici, estraendoli dal loro contesto storico e dalla loro applicazione reale.
È irrilevante se un teologo privato riesce a trovare una lettura di tali documenti compatibile con il “Sillabo” di Pio IX: la realtà è che il Papa regnante, l’episcopato mondiale e le conferenze episcopali interpretano quei testi in modo diametralmente opposto.
Se la “continuità” fosse reale, la vita della Chiesa non sarebbe mutata in modo così radicale. Il fatto stesso che si debba “interpretare” il Vaticano II per salvarlo dalla sua ambiguità è la prova che il problema risiede in una reale rottura contenuta nei documenti.

Larson opera una selezione arbitraria (il cosiddetto cherry-picking), accostando la “Dichiarazione di Fede” di don Pagliarani ad alcuni documenti attuali.
Quando Roma parla di Maria SS. o della necessità della Chiesa, usa termini che sembrano simili a quelli della Tradizione, ma li inserisce in una struttura ecclesiologica (quella del popolo di Dio orizzontale) che svuota di significato la Regalità sociale di Cristo e l’unicità della vera Chiesa di Cristo che è la Chiesa cattolica romana.
La FSSPX non cerca solo “punti di convergenza” o un “minimo comune denominatore”, ma l’integrità della professione di Fede. Accettare di trovare un terreno comune basato su ambiguità verbali significa tradire la missione di testimoniare la Verità intera.

L’accordo su una frase isolata non annulla l’errore di fondo che permea l’intero impianto della nuova teologia. Non esiste terreno comune tra l’affermazione che lo Stato deve sottomettersi a Cristo Re e la prassi che vede la gerarchia farsi promotrice dello Stato laico; non esiste terreno comune tra la Messa come Sacrificio propiziatorio e la sua riduzione a banchetto pasquale.

La Chiesa non è una dialettica di opinioni da pacificare, ma la Sposa di Cristo da difendere. La Tradizione non è “una delle interpretazioni possibili” del Vaticano II; essa è la norma che giudica il Concilio.
Se l’interpretazione di Larson fosse quella corretta della Chiesa, allora la Chiesa dovrebbe smentire quotidianamente la prassi dei suoi pastori. Poiché la prassi post-conciliare (ecumenismo, libertà religiosa come diritto soggettivo, sinodalità) è la prova del nove dell’interpretazione che la gerarchia dà del Concilio, ne consegue che quella è la dottrina effettivamente proposta.

Larson sembra voler “salvare” la Chiesa di oggi quasi sognando una continuità inesistente. La Fraternità, invece, osserva la realtà: il contrasto non è tra due interpretazioni, ma tra la Fede di sempre e le novità introdotte.

Il tentativo di Larson è pericoloso perché accarezza l’idea che, con qualche “chiarimento” terminologico, la crisi possa svanire. Si tratta della classica logica dei compromessi dottrinali che monsignor Lefebvre ha respinto: si vuole la riconciliazione senza la conversione della gerarchia alla Tradizione. Il terreno comune che Larson cerca non è la Verità, ma un accomodamento che lascerebbe intatti gli errori che stanno distruggendo le anime.

La Chiesa non si regge su un’esegesi privata dei testi conciliari, ma sulla predicazione costante e immutabile del Vangelo. Il fatto stesso che Larson debba scrivere un lungo articolo per spiegarci che “si dice la stessa cosa con parole diverse” è la prova provata che il Vaticano II ha introdotto una lingua nuova, estranea alla Chiesa.

La Fraternità non ha bisogno di “terreni comuni” per essere cattolica: le basta rimanere ciò che la Chiesa è sempre stata.


Conclusione

Prima di puntare l’indice contro monsignor Marcel Lefebvre, chiunque si fregi del titolo di “cattolico” dovrebbe porsi una domanda semplice: dove sarebbero oggi la Messa di sempre e il sacerdozio cattolico se, nel 1988, l’arcivescovo avesse scelto la via del compromesso?
La risposta è terribilmente chiara: sarebbero scomparsi.
La Messa di sempre sarebbe diventata, al massimo, un reperto da museo per pochi nostalgici eruditi.
Tutti coloro che oggi si riempiono la bocca con l’appello all’unità e alla “comunione con le gerarchie attuali” – inclusi gli Istituti ex Ecclesia Dei, tanto lodati per il loro ossequio – dovrebbero ricordare che la loro stessa esistenza è figlia dell’“ostinazione” di monsignor Lefebvre. È stata la sua santa “disubbidienza” (apparente, ma obbedienza reale alla Chiesa di sempre) a costringere Roma, prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI, a concedere quegli “indulti” sulla Messa tradizionale.
Senza il “segno di contraddizione” di Ecône, la gerarchia non avrebbe mai avuto motivo di compiere quei gesti.

A cosa serve vantarsi di una comunione formale, giuridica o diplomatica, se questa è priva di una reale unione nella Fede e nel culto?
La comunione cattolica non è un contratto sindacale, è una comunione di vita. Chi preferisce una “pace” che comporta il silenzio sugli errori modernisti o l’accettazione, anche solo implicita, della riforma liturgica, ha scambiato l’unità della Chiesa con un ufficio di pubbliche relazioni.

La Chiesa non si salva con il trasformismo teologico, ma con la fedeltà integrale. Monsignor Lefebvre non ha “fatto la sua volontà”, come suggerisce Eamonn Clark: ha fatto quanto era necessario perché la Chiesa potesse continuare a offrire a Dio il Sacrificio puro.
I trad-cons che oggi criticano quell’atto, non si rendono conto che stanno sputando nel piatto in cui mangiano.
La Tradizione, oggi, continua ad essere vissuta soltanto perché qualcuno ha avuto il coraggio di essere, agli occhi del mondo, il “ribelle” necessario per rimanere, davanti a Dio, un vescovo cattolico.

Questi “conservatori” del compromesso preferiscono un’appartenenza formale che puzza di cenere a una fedeltà che brucia di vera carità teologale.
Si pavoneggiano della loro “regolarità” mentre tacciono davanti alla demolizione della Sposa di Nostro Signore Gesù Cristo.
Preferiscono essere “approvati” dai carnefici della Tradizione piuttosto che restare fedeli al mandato ricevuto.
Smettiamola di chiamarla “prudenza”.

Il tempo degli accomodamenti è finito, e con esso la maschera di chi pretende di servire la Chiesa sacrificandone la dottrina sull’altare di una “regolarità” che sa di resa.
Non abbiamo bisogno di “terreni comuni” edificati sulle sabbie mobili dell’ambiguità, né di interpretazioni che tentano di conciliare il giorno con la notte; abbiamo bisogno di vescovi che non abbiano paura di essere, agli occhi di questa gerarchia neo-modernista, l’ultimo baluardo della Fede integrale.

“Alla sera della vita” non ci verrà chiesto conto di quante “comunioni” diplomatiche avremo intessuto con i demolitori del tempio, ma di quanto avremo saputo difendere, senza cedere di un solo iota, il Sacrificio del Calvario e la Regalità universale di Cristo Re e di Maria SS. Corredentrice e Mediatrice di ogni grazia.

Davanti alla crisi che divora le anime, la scelta è netta: o la fedeltà scomoda, scandalosa e militante alla Tradizione, o la cenere di un fariseismo che, per salvare la propria posizione nel sistema, ha barattato la propria anima con il colpevole silenzio.
Noi non siamo disposti a questo baratto: la nostra battaglia non è per un diritto canonico che giustifichi l’errore, ma per la gloria di Dio e per la salvezza di quelle anime che, nonostante tutto, attendono ancora di vedere accesa, nell’oscurità del deserto post-conciliare, la fiamma pura e immutabile della Chiesa di sempre.






 
giugno 2026
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