Le consacrazioni episcopali

e

il futuro della Fraternità San Pio X


di El Wanderer



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Mons. Marcel Lefebvre e dei sacerdoti della Fraternità



Tra due giorni, il 1 luglio 2026, la Fraternità Sacerdotale San Pio X consacrerà quattro vescovi senza mandato pontificio.
Secondo il Codice di Diritto Canonico, i consacratori e i consacrati saranno soggetti alla scomunica automatica (latae sententiae), e ci si aspetta che il Papa dichiari esplicitamente questa pena. Sebbene circolino voci secondo cui la scomunica si estenderà anche ai sacerdoti e ai fedeli, ciò appare improbabile.
Credo che Leone XIV si atterrà alla giurisprudenza stabilita da Giovanni Paolo II in occasione delle prime consacrazioni del 1988.

Devo dire che si tratta di una questione particolarmente dolorosa per tutta la Chiesa – ed è per questo che non capisco l’euforia di molti – e in particolare per me, poiché nutro un’enorme gratitudine verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, avendo ricevuto i sacramenti dai suoi sacerdoti in innumerevoli occasioni, e perché ho molti cari amici tra i suoi fedeli. Tuttavia, come ho affermato quando sono state annunciate le consacrazioni, non condivido il provvedimento, e userò questo post per spiegare le ragioni principali che mi portano a questa conclusione.

Non mi riferisco alla opportunità delle consacrazioni perché non ho voce in capitolo, sebbene, dal mio modesto punto di vista, non comprenda perché non siano state celebrate durante il pontificato di Francesco, dato che non le avrebbe sancite.
E poiché non sono né un teologo né un canonista, le mie motivazioni non hanno nulla a che vedere con questi ambiti, in quanto non sarebbe serio esprimere un’opinione su ciò che non conosco, sebbene accennerò ad un paio di punti.
Per quanto riguarda le scomuniche, nutro dubbi sulla loro validità, così come ho sempre dubitato delle prime scomuniche di Giovanni Paolo II.
Il mio dubbio si basa su un fatto sostenuto da molti canonisti: il Codice di Diritto Canonico del 1983 incorpora un elemento di soggettività da cui si può dedurre che queste scomuniche sarebbero invalide e che, in ogni caso, per essere valide, dovrebbero essere emesse a seguito di un processo canonico, non essendo sufficiente una semplice dichiarazione pontificia.

Nel giugno del 1995, Don Gerald E. Murray difese brillantemente la sua tesi di dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma sul tema: “Lo status canonico dei fedeli laici associati al defunto arcivescovo Marcel Lefebvre e alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: sono scomunicati come scismatici?”.
All’epoca vivevo a Roma e ricordo che la discussione della tesi attirò una grande folla e suscitò un certo scalpore. Fu approvata con il massimo dei voti. Don Murray, un sacerdote americano senza alcun legame con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, sostenne che la scomunica dichiarata latae sententiae contro l’arcivescovo Lefebvre, il vescovo de Castro Mayer e i quattro vescovi consacrati senza mandato pontificio non era valida secondo il diritto canonico rigoroso, né la relativa accusa di scisma era valida in senso formale.

La tesi concludeva che:

«L’esame delle circostanze nelle quali Mons. Lefebvre procedette alla consacrazione dei vescovi alla luce dei canoni 1321, 1323 e 1324, solleva quantomeno un dubbio significativo, se non una ragionevole certezza, sulla validità della dichiarazione di scomunica pronunciata dalla Congregazione dei Vescovi»

L’argomentazione si basava sull’affermazione che Lefebvre avrebbe agito in base a una percezione soggettiva di uno stato di necessità (canone 1323, n. 4 e canone 1324 §1, n. 8), la quale, secondo il Codice di Diritto Canonico del 1983 – a differenza del Codice precedente – ha forza scusante o attenuante anche quando tale percezione è errata o colpevole.

È vero che Don Murray ha parzialmente ritrattato la sua tesi nell’estate del 1996 e che il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi ha pubblicato il suo parere secondo cui le scomuniche erano giustificate.
Tuttavia, le argomentazioni canoniche di Murray sono fondate e i canonisti che ho consultato considerano la sua posizione molto ragionevole. Se era ragionevole allora, lo sarà di nuovo ora.

Quanto allo scisma, piccola parola stigmatizzante tanto cara ai neoconservatori è ai progressisti, è molto facile assegnarla alla Fraternità. Tuttavia, non credo che si tratti semplicemente di apporre una etichetta ai laici. Essere scismatici è una cosa seria, e se loro lo sono, quanto più a maggior ragione lo sono i sinodali tedeschi o, per guardare più vicino, la schiera di preti boomers che diffondono eresie con i loro sermoni domenicali, separandosi così dagli insegnamenti della fede apostolica.
La Fraternità sostiene semplicemente i principii della fede e la liturgia che la Chiesa ha mantenuto per venti secoli, niente di più, senza aggiungere né togliere nulla. Trovo difficile vedere lo scisma in questo comportamento. Altra cosa è il discorso che ci siano membri della Fraternità, sacerdoti e laici, che possiedano uno spirito scismatico, il che è vero, ma non si può giudicare il tutto dalla parte.

Vi è, tuttavia, un fatto che contraddice quest’ultima argomentazione.
E’ noto che la Fraternità ha dei proprii tribunali che trattano di cause di annullamento matrimoniale. In altre parole, i matrimonii che sono stati dichiarati nulli dai tribunali diocesani ordinarii, non sono riconosciuti come tali dalla Fraternità. Se fosse così, e lo è, questo implica che la Fraternità si arroga una giurisdizione sui fedeli, e arrogarsi una giurisdizione è cosa gravissima.  Si potrebbe sostenere che tali “tribunali” siano in senso stretto delle commissioni di canonisti che emettono pareri interni per orientare la condotta dei propri fedeli. La domanda tecnica è: sono dei veri tribunali in senso canonico, cioè organi che emettono sentenze con effetti giuridici vincolanti nel ro esterno della Chiesa? Se non producono effetti giuridici canonicamente riconoscibili al di fuori della Fraternità, potrebbero essere considerati più come organi consultivi interni che come un esercizio di giurisdizione in senso proprio. Ma il fatto è che, in pratica, questi pareri sono considerati sentenze. Si tratta di una questione grave, ma siccome non sono un canonista, lascio che siano gli esperti a risolverla, se possono.

Ma veniamo a quello che, secondo me, è l’aspetto più serio della consacrazioni, al di là delle questioni teologiche e dogmatiche. Io vi vedo un argomento storico e un altro che definirei esistenziale. Il primo consiste nel ripercorrere quanto accaduto  alle comunità che, adducendo ragioni diverse, tutte comprensibili, si sono separate dalla comunione visibile della Chiesa. La chiesa di Utrech, che si separò da Roma consacrando dei proprii vescovi, si presentava non come una nuova chiesa, ma come la continuazione della Chiesa cattolica originaria nei Paesi Bassi, fedele alla tradizione patristica conciliare di fronte alle innovazioni ultramondane. E qualcosa di simile accadde con i veterocattolici dopo il Concilio Vaticano I.
Qualche settimana fa ho letto un paio di scritti di Johann von Döllinger, capo di quest’ultimo movimento, ed è sorprendente constatare che alla fine del XIX secolo usasse argomenti ed espressioni quasi identiche a quelle usate oggi dalla Fraternità: “noi non ci separiamo da Roma, ma è Roma che si separa dalla Chiesa cattolica e dal cristianesimo”. Queste sono le sue parole e ci suonano molto familiari. Si tratta di capire cosa successe a queste due comunità separate dalla comunione visibile. Perché la loro  traiettoria dovrebbe essere diversa da quella che potrebbe essere della Fraternità tra alcuni decenni? Historia magistram vitae, diceva Cicerone. E l’esempio lo abbiamo nel fatto che uno dei vescovi consacrati da Mons. Lefebvre si ribellò e diede vita ad una serie di nuovi vescovi sedevacantisti nel mondo.

Il secondo problema è più tangibile ed evidente. La prima generazione lefebvriana (uso il termine senza alcuna intenzione offensiva), coloro che giovani o adulti unirono alla Fraternità in mezzo al caos ecclesiale degli anni ’70, vissero la loro situazione intima con stranezza, dolore e il disagio di essere nella Chiesa, ma di non appartenervi veramente, di difendere il Papa e gli insegnamenti secolari della Chiesa e trovarsi perseguitati, disprezzati e puniti dallo stesso Papa e, soprattutto, dai vescovi. Tuttavia, sapevano che era una situazione transitoria e desideravano ardentemente tornare alla “piena comunione” perché erano sicuri che la tempesta sarebbe passata. Molti di quella generazione sono già morti e il resto appartiene alla fascia degli “anziani”.
La generazione successiva, quelli che ora hanno tra i 40 e i 60 anni, non hanno vissuto quel disagio o quel bisogno in modo più intimo; per loro è diventato normale andare a Messa “in cappella”, “far parte della Tradizione”, mettere l’adesivo blu sull’automobile e gradualmente disinteressarsi di quello che accadeva nella parrocchia all’angolo, nel vescovado locale o nella Chiesa universale. Possiamo immaginare facilmente la situazione in cui vivono i loro figli e i loro nipoti, cioè la terza e la quarta generazione di lefebvriani.  Per loro, la Chiesa è la cappella e gli unici sacerdoti e vescovi che conoscono sono quelli della Fraternità. Questo processo si è svolto negli ultimi 40 anni; le nuove consacrazioni apriranno una nuova fase di altri 40 anni? Cosa accadrà allora alla sesta o alla settima generazione di lefebvriani nativi? Quale consapevolezza avranno di appartenere all’unica e indivisa Chiesa di Cristo, che trova la sua unità nella figura del Pontefice Romano? Il mio grande timore è che avranno la stessa consapevolezza che oggi ha la decima generazione di veterocattolici.
E che la Fraternità, distaccata dalla comunione della Chiesa, si smarrisca come hanno fatto tutti i gruppi che si sono separati da Pietro.




giugno  2026
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