Grazie a Dio:

perché le scomuniche della Fraternità San Pio X

portano nuova chiarezza



di Robert Morrison



Pubblicato sul sito americano The Remnant








«Se dovessimo essere dichiarati scomunicati e scismatici, ciò non significherebbe che cerchiamo tale sanzione o che ne gioiamo, perché sarebbe oggettivamente ingiusto. Una cosa è gioire nel ricevere una nuova umiliazione da offrire a Dio, un’altra è gioire (con spirito di sfida) di un male e di un’ingiustizia oggettiva che causa scandalo a tutta la Chiesa. Caritas non gaudet super iniquitatem — “la carità non gioisce dell’iniquità” ».

(Don Davide Pagliarani, 7 marzo 2026)


Molto prima che il cardinale Víctor Manuel “Tucho” Fernández emanasse la sua lettera di scomunica per punire la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per aver consacrato vescovi senza l’approvazione papale, la FSSPX si stava preparando a tale eventualità.
Molti di noi avevano pregato affinché Roma si astenesse da questo provvedimento, ma sapevamo che probabilmente sarebbe arrivato e non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare la nostra fede solo perché a Roma ci sono coloro insistono perché lo facciamo.

Come spesso accade, Dio non ha esaudito le nostre preghiere per evitare le scomuniche, ma sembra che ci abbia dato un risultato che per molti versi è ben più benefico e salutare per le persone di buona volontà: ha permesso che diventasse più chiaro che mai che la crisi nella Chiesa cattolica continua perché Roma non tollera più l’immutabile fede cattolica.

Questa realtà ci appare innanzitutto attraverso la sconcertante severità della punizione, che va ben oltre le scomuniche del 1988. Come riportato da Rorate Caeli quei sacerdoti che vogliono lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X per “tornare alla Chiesa” devono sottoporsi a quello che sembra un elaborato rituale di umiliazione, in netto contrasto con il modo in cui il Vaticano coccola i sacerdoti apostati e immorali:

La procedura seguita dal Dicastero per la Dottrina della Fede, in vigore dal 1° luglio 2026, prevede che un sacerdote che abbia deciso di lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che sia disposto ad accettare il Concilio Vaticano II e la legittimità del Novus Ordo Missae, pur rimanendo legato all’usus antiquior, debba:

(1) Trovare un Ordinario (un vescovo diocesano, un superiore maggiore di un Istituto Pontificio di vita consacrata, una società pontificia di vita apostolica, ecc.) disposto ad accoglierlo ad experimentum.

(2) Scrivere, di proprio pugno, una lettera al Santo Padre presentandosi e chiedendo la remissione delle censure subite sia perché ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale da un vescovo scomunicato o altrimenti canonicamente irregolare, sia perché, pur validamente e lecitamente ordinato, è successivamente entrato a far parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

(3) Allegare il proprio certificato di ordinazione sacerdotale.

(4) Allegare la Professione di Fede e la Formula di Adesione, datate e firmate (vedere Appendici A e B).


(5) Far sì che l’Ordinario invii i suddetti tre documenti al Dicastero per la Dottrina della Fede insieme a una lettera di accompagnamento che esprima la disponibilità dell’Ordinario ad accogliere il sacerdote ad experimentum nella sua diocesi o Istituto.


Al ricevimento di questi tre documenti dall'Ordinario, il Dicastero preparerà il Rescritto che rimette le censure, firmate dal Prefetto e dal Segretario della Sezione Dottrinale.
Il Dicastero trasmetterà quindi il Rescritto all’Ordinario insieme a una lettera di accompagnamento che lo autorizzi ad accogliere il richiedente per un periodo di prova non inferiore a un anno e non superiore a tre anni, al termine del quale il sacerdote potrà essere incardinato.

Ci si interroga sulla soddisfazione che Tucho deve aver provato nell’elaborare questi provvedimenti, forse ricordando come i cattolici tradizionali avessero condannato la sua autorizzazione delle benedizioni per le unioni tra persone dello stesso sesso e i suoi attacchi ai titoli di Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie della Madonna.

In ogni caso, l’antipatia del Vaticano nei confronti della difesa dell’immutabile fede cattolica da parte della Fraternità San Pio X è resa palpabile da questa e dalle altre punizioni inflitte da Tucho.

Tutto ciò diventa ancora più chiaro se riflettiamo sul fatto che queste punizioni costituiscono un completo allontanamento da ciò che Roma rappresenta come alcuni dei suoi principi guida più fondamentali: la libertà religiosa, l’ecumenismo e l’“accompagnamento” di tutte le anime attraverso il processo sinodale.

Per comprendere come questo cocktail di errori dovrebbe funzionare, possiamo considerare le parole di Leone XIV nell’enciclica sull’intelligenza artificiale (e su molti altri argomenti), Magnifica Humanitas, in cui ha presentato una nuova interpretazione della storia di Babele.

«La storia di Babele compare nel Libro della Genesi, alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Dopo essersi stabiliti in una pianura nella terra di Sinar, il popolo decise di costruire una città e una torre «la cui cima giungesse fino al cielo» (Gen 11,4). Temendo di essere dispersi sulla terra, cercarono di garantirsi stabilità e potere, e soprattutto di «farsi un nome». Fu un’impresa notevole: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto celava un pericolo profondo. Era un progetto concepito senza riferimento a Dio, sostenuto da un’uniformità che eliminava la diversità e che privilegiava l’omogeneizzazione alla comunione. Quando una città è costruita sull’orgoglio e sulla pretesa di autosufficienza, la comunicazione si interrompe, le lingue si confondono e le persone non si comprendono più.
Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela dunque i limiti di ogni sforzo che, per quanto grandioso, nasca dall’autoaffermazione, sacrifichi la dignità umana in nome dell’efficienza e aspiri a raggiungere il paradiso senza la benedizione di Dio».


Come Francesco e il Sinodo sulla Sinodalità, Leone XIV ha sottolineato la necessità di perseguire l’unità incoraggiando la diversità e la dignità umana, piuttosto che l’uniformità. Questo concetto di “unità nella diversità” è stato utilizzato per giustificare l’inclusione di coloro che si discostano dall’insegnamento della Chiesa in materia di dottrina e morale.

Come discusso in un precedente articolo, abbiamo visto questa stessa idea all’opera nel Documento del Sinodo per la Fase Continentale, pubblicato il 27 ottobre 2022:

• “Tutti sono chiamati a prendere parte a questo cammino, nessuno è escluso.” (Paragrafo 103)

• “La sinodalità è una chiamata di Dio a camminare insieme con tutta la famiglia umana.” (Paragrafo 43)

• “È così che molti resoconti immaginano la Chiesa: una dimora espansiva, ma non omogenea, capace di ospitare tutti, ma aperta, che lascia entrare e uscire (cfr. Gv 10, 9), e che si muove verso l’abbraccio del Padre e di tutta l’umanità.” (Paragrafo 27)

• “La visione di una Chiesa capace di inclusione radicale, appartenenza condivisa e profonda ospitalità secondo gli insegnamenti di Gesù è al centro del processo sinodale.” (Paragrafo 31).

A meno che la nostra ipotesi di lavoro non sia che i membri e i fedeli della Fraternità Sacerdotale San Pio X non facciano parte della famiglia umana, si dovrebbe presumere che siano benvenuti nella Chiesa sinodale di Leone, che celebra l’unità nella diversità.
E allora perché ora è così chiaro che nulla di tutto ciò si applica alla Fraternità Sacerdotale San Pio X?
Perché sono stati scomunicati dalla “grande tenda” che accoglie tutti?

A quanto pare, gli architetti sinodali di Francesco hanno risposto a questa domanda con uno dei primi documenti del Sinodo sulla sinodalità. Come dettagliato in un articolo del 2021, il Documento Preparatorio per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi presentava un’immagine di tre figure (attori): Gesù, il protagonista; tutte le persone che seguono Gesù; e gli Apostoli. Curiosamente, però, il documento sinodale continuava descrivendo un attore “extra”.

«Poi c’è l’attore "extra”, l'antagonista, che porta in scena la diabolica separazione degli altri tre. Di fronte alla prospettiva inquietante della croce, ci sono discepoli che se ne vanno e folle che cambiano l’umore. L’insidiosità che divide – e, quindi, ostacola un cammino comune – si manifesta indifferentemente nelle forme del rigore religioso, di un precetto morale che si presenta più esigente di quello di Gesù, e della seduzione di una saggezza politica mondana che pretende di essere più efficace del discernimento degli spiriti. Per sfuggire agli inganni del “quarto attore”, è necessaria una conversione continua».

Vale la pena studiare attentamente queste parole tratte da uno dei primi documenti ufficiali del Sinodo sulla sinodalità. In esse i cattolici tradizionalisti vengono chiaramente ritratti come esseri quasi subumani e diabolici, indegni persino di essere inclusi tra i tre protagonisti.

Le recenti scomuniche, persino di quei fedeli che “aderiscono formalmente” alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, sono crudeli e inutili – certo – ma sono anche un perfetto riflesso di ciò in cui Roma crede realmente.
In altre parole, non si tratta del risultato delle semplici debolezze della natura umana a cui siamo tutti soggetti: questo è il piano della Chiesa sinodale, concepito per escludere coloro che insistono nell’aderire all’immutabile fede cattolica.
Ringraziamo Dio per questo momento di chiarimento offerto da queste ingiuste punizioni!

Questa realtà fondamentale, ovvero l’opposizione di Roma all’immutabile fede cattolica, è ora più evidente che mai al mondo intero, ma è chiara alla Fraternità Sacerdotale San Pio X da decenni.
In quest’ottica, il “Mandato Apostolico” [dichiarazione letta prima della consacrazione episcopale] della Fraternità San Pio X per le consacrazioni episcopali appare non solo appropriato, ma assolutamente necessario:

«È la Chiesa Cattolica e Romana, sempre fedele alle sante tradizioni ricevute dagli Apostoli, che, in circostanze del tutto eccezionali, ci chiede di provvedere alla conservazione di queste sante tradizioni – cioè il deposito della fede – e di adottare i mezzi necessari per trasmetterle fedelmente a tutti gli uomini per la salvezza delle loro anime. Dal Concilio Vaticano II fino ad oggi, le autorità della Chiesa sono state animate da uno spirito contrario a quello della Fede e hanno agito contro la santa Tradizione – ‘non sopportano più la sana dottrina, distogliendo l’ascolto dalla verità e volgendosi alle favole’, come dice san Paolo a Timoteo nella sua seconda epistola (4,3-5). Pertanto, davanti a Dio, consideriamo un sacro dovere verso la Santa Chiesa e verso le anime procedere alla consacrazione di vescovi che siano pienamente fedeli alla sua santa Tradizione e al suo costante Magistero».

Poiché Dio ha concesso loro la grazia di comprendere ciò, sarebbe stata una gravissima violazione dei loro sacri doveri da parte dei capi della Fraternità Sacerdotale San Pio X abbandonare la rotta per proseguire il dialogo con coloro che in Vaticano evidentemente disprezzano le verità immutabili della Chiesa e coloro che le sostengono.


A marzo, le parole di Don Pagliarani, citate sopra, sul non rallegrarsi delle scomuniche, sembravano quasi un errore di stampa: dopotutto, perché mai dire alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di non rallegrarsi di qualcosa che non darebbe motivo di gioia a nessuna persona sana di mente?

Ma oggi quelle parole assumono un significato diverso, perché Dio ha reso COSÌ CHIARO che la Fraternità San Pio X ha ragione e il Vaticano ha torto, che si potrebbe essere tentati di gioire dell’ingiustizia stessa.
Possiamo, tuttavia, rallegrarci sia per la chiarezza che per questa nuova umiliazione da offrire a Dio, che in un certo senso può servire a invocare grazie su Tucho, Leone e sull’intera Chiesa Cattolica.

Nostra Signora Mediatrice di tutte le Grazie, prega per noi!




 
giugno 2026
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