Senza Monsignor Marcel Lefebvre,


la Messa tridentina sarebbe sparita




Riflessioni di un fedele








Si può discutere su alcune decisioni di Mons. Marcel Lefebvre, specialmente sulle consacrazione episcopali del 1988. Ma non si può discutere, senza falsificare la storia, il fatto che la sopravvivenza della Messa tridentina nella Chiesa contemporanea è dovuta in gran parte al coraggio, alla perseveranza e alla azione concreta di Monsignor Lefebvre.

Quando fu introdotto il nuovo rito della Messa, alla fine degli anni sessanta, l’antica liturgia romana non fu semplicemente affiancata alla nuova come una alternativa parimenti disponibile. In pratica essa fu ritirata dalle parrocchie, abbandonata nei seminarii e trattata, in molti luoghi, come una forma liturgica destinata a scomparire.
L’obiettivo non era conservare due forme del rito romano, ma sostituire la Messa antica con quella nuova.

E’ necessario comprendere cosa significhi preservare una liturgia.
Non basta mantenere alcuni Messali in biblioteca, conservare le fotografie delle cerimonie o permettere ai sacerdoti anziani di celebrare in privato tale liturgia fino alla morte.
Una liturgia rimane veramente viva quando vi sono seminarii in cui viene insegnata, sacerdoti che la celebrano, comunità che la trasmettono, ministranti che imparano a servirla, famiglie che educano ad essa i proprii figli, vescovi capaci di ordinare nuove generazioni di sacerdoti.

Questo è esattamente quello che ha fatto Mons. Marcel Lefebvre.

Nel 1970, in risposta alle richieste di giovani che desideravano una formazione sacerdotale tradizionale, Monsignore fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X e aprì un seminario a Ecône, in Svizzera.
I seminaristi iniziarono a ricevere una formazione spirituale e liturgica basata sulla tradizione anteriore alle riforme postconciliari.

Questa fu la differenza fondamentale fra Mons. Lefebvre e quasi tutti gli altri oppositori della riforma liturgica.
Molti scrissero lettere, organizzarono petizioni, fondarono associazioni o sollecitarono indulti.
Queste iniziative avevano un loro valore, ma Mons. Lefebvre possedeva ciò che nessuna associazione di laici poteva avere: egli era un vescovo e quindi aveva la possibilità di formare ed ordinare dei sacerdoti.

Senza nuovi sacerdoti, la Messa antica sarebbe morta insieme all’ultima generazione di sacerdoti ordinati prima della riforma.
Mons. Lefebvre creò i mezzi concreti perché la Messa antica potesse continuare ad essere celebrata.

Con i nuovi sacerdoti formati a Ecône, in diversi paesi furono aperti Priorati, cappelle, scuole, missioni e comunità di fedeli.
La Messa tridentina cessò di dipendere esclusivamente dai sacerdoti anziani o da occasionali permessi concessi dai vescovi diocesani. Essa ritrovò una struttura di trasmissione ed una reale capacità di sopravvivenza.

La prova più convincente della centralità di Mons. Lefebvre si trova nelle successive decisioni della Santa Sede.

Nel 1984, Giovanni Paolo II, con l’indulto Quattuor abhinc annos, concesse una possibilità limitata di celebrare la Messa con il Messale del 1962.
Nel 1988, dopo le consacrazioni episcopali effettuate da Mons. Lefebvre, il Papa pubblicò il motu proprio Ecclesia Dei, stabilendo che si facilitasse la piena comunione dei sacerdoti, dei seminaristi e delle comunità precedentemente legate alla Fraternità San Pio X.

La Pontificia commissione Ecclesia Dei, istituita in quella occasione, ricevette il compito di occuparsi delle persone e delle comunità legate, in qualche modo, all’opera di Mons. Lefebvre e alla liturgia tradizionale che egli aveva preservato. Fu in questo contesto cha nacquero o si consolidarono diverse comunità tradizionali riconosciute da Roma, spesso formate da sacerdoti, seminaristi e fedeli provenienti dall’ambiente creato dalla Fraternità San Pio X.

In altre parole, Mons. Lefebvre non si limitò a preservare la Messa nelle cappelle della Fraternità, Il suo operato costrinse Roma a riconoscere che vi erano migliaia di sacerdoti e di fedeli profondamente legati all’antica liturgia e che questa realtà non poteva essere semplicemente ignorata.

Il movimento iniziato da lui creò le condizioni storiche per l’indulto del 1984, per il motu proprio Ecclesia Dei del 1988 e, successivamente per il Summorum Pontificum di Benedetto XVI del 2007.
Benedetto XVI riconobbe che il Messale del 1962 non era mai stato giuridicamente abrogato e stabilì una libertà molto più ampia per la celebrazione della Messa con tale Messale.

Naturalmente, questo non significa che Mons. Lefebvre fosse giuridicamente necessario perché l’antico Messale rimanesse valido. Significa che esiste una enorme differenza tra l’esistenza legale di un rito e la sua permanenza storica.
Un libro potrebbe non essere formalmente proibito e tuttavia scomparire dalla vita concreta della Chiesa.

Senza Mons. Lefebvre, forse l’antico Messale sarebbe rimasto custodito negli archivii come una reliquia della storia della Chiesa, usato occasionalmente da qualche sacerdote anziano o da piccoli gruppi tollerati.
Ciò che difficilmente esisterebbe sarebbe una tradizione liturgica viva, internazionale, feconda e trasmessa da una generazione all’altra.

Senza i seminarii di Ecône, senza le ordinazioni sacerdotali, senza i Priorati, senza le scuole e senza la resistenza pubblica della Fraternità, verrebbe a mancare il nucleo istituzionale che ha mantenuto viva la liturgia antica negli anni in cui quasi tutte le strutture ecclesiastiche si adoperavano per la sua sostituzione.

Inoltre, non si può ignorare che molte comunità tradizionali, oggi pienamente riconosciute da Roma, sono sorte proprio perché Mons. Lefebvre aveva dimostrato che è possibile formare dei sacerdoti secondo la dottrina, la disciplina e la liturgia tradizionali.
Anche quelle che si separarono successivamente dalla Fraternità, ereditarono, direttamente o indirettamente, il terreno storico aperto dall’opera di Mons. Lefebvre.

Per questo, non è sufficiente dire che Mons. Lefebvre fu solo “uno dei difensori” della Messa tridentina. Egli fu colui che garantì la continuità sacerdotale.
Altri conservarono libri, memorie, argomentazioni e devozioni; Mons. Lefebvre preservò il sacerdozio capace di celebrare il rito.

E’ questo il motivo per cui la sua importanza oltrepassa i limiti della stessa Fraternità San Pio X. Ogni cattolico che oggi assiste alla Messa tradizionale – anche in una comunità diocesana, benedettina o legata ai vecchi Istituti Ecclesia Dei -  partecipa ad una realtà storica la cui preservazione è profondamente legata alla battaglia condotta da Monsignore.

Pertanto, esiste una profonda ingratitudine storica in certi settori del tradizionalismo “continuista”. Non è raro incontrare fedeli che frequentano la Messa tridentina in comunità derivate dalla struttura dell’Ecclesia Dei, che demonizzano Mons. Marcel Lefebvre e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, riducendo l’intera questione delle consacrazioni episcopali del 1988 ad una semplice accusa di scisma, che ripetono anche per le nuove consacrazioni. 

Alcuni trattano la Fraternità con una virulenza che difficilmente impiegano contro i movimenti apertamente eretici, come il Cammino Sinodale Tedesco, i cui protagonisti contestano pubblicamente elementi della dottrina morale, della costituzione gerarchica e della disciplina sacramentale della Chiesa.
Sembrano dimostrare maggiore indignazione verso i sacerdoti che preservano integralmente la Messa, la dottrina e la morale tradizionali piuttosto che verso coloro che si adoperano apertamente per rivoluzionare la Chiesa dall’interno.

Questo non significa che le decisioni di Mons. Lefebvre siano intoccabili o che non possano essere esaminate criticamente. Significa solo che l’onestà intellettuale esige, come minimo, che le argomentazioni presentate da lui e dalla Fraternità siano conosciute e considerate seriamente: l’esistenza di uno stato di necessità nella Chiesa, la crisi della formazione sacerdotale, la diffusione di errori dottrinali, la pratica distruzione della liturgia tradizionale e il rischio che la sua opera scompaia a causa della mancanza di vescovi in grado di ordinare dei nuovi sacerdoti.

Dopo aver considerato queste argomentazioni, si può concludere che esse non giustificavano le consacrazioni. Ciò che non si può fare onestamente e ragionevolmente è respingerle senza alcun esame, come se Mons. Lefebvre avesse agito per mera ribellione, per ambizione personale, per disprezzo per il Papa o per il desiderio di fondare una chiesa parallela.

I paragoni fra Mons. lefebvre e Lutero sono pura disonestà intellettuale.

Le consacrazioni episcopali del 1988 non sono sorte all’improvviso, né possono essere comprese a prescindere dal contesto di decenni di crisi, negoziati, promesse, battute d’arresto e incertezze.
Mons. Lefebvre era avanti negli anni e pensava che, dopo la sua morte, tutto il lavoro svolto per preservare il sacerdozio e la Messa tradizionale potesse essere soffocato o assimilato.
Che si condivida o no la sua conclusione, è necessario riconoscere che si trattava di affrontare una questione oggettiva e gravissima. 

Molti di coloro che oggi assistono tranquillamente alla Messa tridentina in ambienti canonicamente riconosciuti, hanno questa possibilità solo perché, decenni prima, Mons. Lefebvre si era rifiutato di accettare la sparizione di tale liturgia.
Essi godono di una libertà liturgica conquistata, in gran parte, grazie alla resistenza di un uomo che in seguito fu trattato come nemico della Chiesa. 

Demonizzare Mons. Lefebvre, negare qualsiasi ragionevolezza alla tesi dello stato di necessità e trattare la Fraternità con maggiore ostilità rispetto ai movimenti che attaccano frontalmente la fede cattolica, significa sputare nel piatto da cui si è mangiato.
Significa trarre vantaggio dalla resistenza di Mons. Lefebvre, condannando, senza considerazione e senza gratitudine, un uomo che ha reso possibile la sopravvivenza di ciò di cui si gode oggi.

Si può dissentire da Mons. Lefebvre su alcuni punti particolari. Si può considerare che alcune delle sue decisioni furono prudenti o imprudenti.
Ma è intellettualmente disonesto godere della Messa tradizionale cancellando dalla storia colui che più concretamente ne ha impedito l’estinzione.

Mons. Marcel Lefebvre non salvò la Messa perché aveva l’autorità per renderla valida, poiché nessun uomo è più grande della liturgia della Chiesa.
Egli la salvò storicamente perché, in un tempo in cui quasi tutti la stavano abbandonando, si rifiutò di farlo. Quando i seminarii smisero di insegnarla, fondò seminarii; quando mancavano sacerdoti, ordinò dei sacerdoti; quando si tentò di relegarla nel passato, la affidò alle generazioni future.

Senza di lui, la Messa tridentina sarebbe forse sopravvissuta solo nei libri. Grazie a lui è sopravvissuta sugli altari.
 





 
luglio 2026
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