La maschera è caduta




di Philippe de Labriolle


Pubblicato da Paix liturgique il 3 luglio 2026







I nuovi vescovi della Fraternità




Questo 2 luglio 2026, il nuovo Sant’Uffizio ha punito senza pietà i protagonisti e i beneficiarii di un atto definito scismatico.
Ecône, luogo della trasgressione ritenuta scismatica dall’autorità ufficiale, ha subito l’ira del Vaticano, con la scomunica dei nuovi vescovi, del vescovo consacrante: Mons. de Galarreta, e del vescovo co-consacrante: Mons. Fellay. Questi ultimi due erano già stati scomunicati nel 1988, e nel 2007, Benedetto XVI aveva revocato questa sanzione, nonché la validità dell’accusa di scisma.
Le autorità conciliari si sono indignate. La loro misericordia ha dei limiti.

Le stesse cause producono gli stessi effetti.
Roma, nel 2026, ha ripetuto la stessa errata interpretazione del 1988, che aveva colto di sorpresa la diplomazia vaticana che pensava di aver avuto successo col protocollo del 5 maggio 1988, che alla fine Mons. Lefebvre denunciò.
Alcuni rimasero stupiti per questa decisione di Mons. Lefebvre e, in una sorta di presa di distanza, si separarono. Costoro, insieme ad altri appartenenti a diversi ambienti cattolici, si raccolsero nel contesto Ecclesia Dei.
Accadeva trentotto anni fa. 

Mons. Lefebvre non si fidava di Roma. Egli non credette nella parola di Roma che affermava di concedere la consacrazione di un vescovo proveniente dai ranghi della Fraternità. Chi? Quando? Come?

Ex arcivescovo di Dakar preferì quattro vescovi ad uno che “lo avrai”.

Quelli che fanno notare che in trentotto anni non un solo sacerdote dell’Ecclesia Dei è stato consacrato vescovo, neanche tra quelli appartenenti alla Fraternità San Pietro che aveva accettato il protocollo del 5 maggio 1988, implicitamente suggeriscono come si debba comprendere la stima che la Roma postconciliare nutre per i proprii alleati.

Questo 2 luglio 2026, la Roma conciliare ha mostrato il suo odio e smascherato lo scisma da essa attuato dalla Chiesa fondata da Cristo.
Essa ne occupa le cariche, gli edifici, e vive con la generosità dei fedeli di una religione che non è la sua.

Essa era in fermento fin dalla battuta d’arresto subita nel 2007 ad opera del Papa allora regnante. Teologo progressista, esperto del cardinale Koenig al Vaticano II, amico di Hans Küng che gli aveva offerto una cattedra all’Università di Tubingen, Don Joseph Ratzinger, dopo aver imparato dalle sue imprudenze, tentò di arginare i novatori, suoi amici di ieri.

Divenuto Papa Benedetto XVI nel 2005, egli si rifiutò di sottoporre all’onta della scomunica i capi della Tradizione cattolica, e di sminuire la storia millenaria della Chiesa impegnata nella salvezza delle anime.

L’odio del Dipartimento per la Dottrina della Fede va al di là della scomunica mirata. Intende promuovere la scomunica in massa, estendendola ampiamente ai semplici fedeli, distribuendo con un gesto da seminatore, l’invalidamento dei sacramenti legati al potere episcopale, che Papa Francesco aveva deciso personalmente di rendere validi o di farli convalidare dalle diocesi.
In definitiva, il “todos, todos, todos” dentro è diventato per il Dipartimento uno spietato “tutti fuori”.
Il che è radicale, quindi più chiaro.

Il sogno tragico dei novatori al potere è di eliminare duemila anni di storia della Chiesa, per imporre la mitologia di una Chiesa rinnovata, adattata ai gusti del mondo, nata dal concilio Vaticano II. 

Alla maniera di Pietro il Grande, zar di tutte le Russie, che sottomise i «vecchi credenti» con la forza e fece assassinare il proprio figlio che era uno di loro, la lobby conciliare può sognare una massiccia epurazione dei testimoni della Fede cattolica ricevuta dagli Apostoli.

Ma il clero conciliare, pur vendicativo, non ha un braccio secolare. Esso preferisce infuriarsi, quando potrebbe concedere la pace, quella che concede ai comunisti cinesi.
Fingendo rimorso per ciò che lo costringe a mostrare i denti, rivela un «amore universale» altamente selettivo, la cui ammissione è così imbarazzante.

La Roma conciliare ama solo chi la loda ed è allergica a coloro che testimoniano la sua apostasia.

La storia si ripete, ma le argomentazioni della lobby dominante sono logore.
La comunione è morta, e lo è da tempo.
Dal grande raduno delle religioni ad Assisi, dalla distruzione della teologia morale della Chiesa da parte di “Amoris Laetitia”, dalla Pachamama, dalle benedizioni aberranti, dalla distruzione della missione, considerando tutte le religioni come volute da Dio, dai trentotto anni di dhimmitudine per i “riconciliati”, dagli oltraggi inflitti da un certo Fernandez alla Beata Vergine, si è compreso che la religione conciliare opera per la terra, non per il Cielo.
La Fraternità Universale implica mettere Cristo sotto il moggio, poiché la “magnifica umanità” si rifiuta di entrare in massa nella Chiesa.

Certo, la comunione è morta con i suoi promotori di chimere; ma tutti coloro che vogliono rimanere cattolici hanno la loro bussola; quella della Chiesa di sempre, quella dei successori sul Trono di Pietro fino al 1962, anno dell’ultimo Messale coerente col Messale gregoriano, passando per quello di San Pio V.

L’odio è omicida. Quello della Roma attuale non è diverso. Essa ne risponderà davanti al Giusto Giudice.

Che Nostro Signore voglia ascoltare la sofferenza inflitta da questo episodio bellicoso ai fedeli che vogliono rimanere cattolici.






 
luglio 2026
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