Come agire di fronte alla crisi in cui versa la Chiesa?

Una risposta al prof. de Mattei

A fronte dello stato di grave e universale necessità della Chiesa,
occorre superare la paralizzante idea che la verità non possa mai essere difesa se non sottomettendosi all'autorità






di Matteo D'amico


Pubblicato sul sito dell'Autore










Sulla rivista on-line “Corrispondenza Romana” il 24 giugno è uscito un articolo, a firma del prof. de Mattei, di critica e condanna delle consacrazioni episcopali che si sono poi svolte ad Ecône, in Svizzera, il 1° luglio 2026.

L’articolo in questione è già stato ottimamente recensito dal dr. Gubitosi (https://fsspx.it/it/news/se-la-passivita-sia-la-posizione-
migliore-davanti-alla-crisi-nella-chiesa-59844).

Ci limitiamo ad aggiungere alcune osservazioni citando fra virgolette e in corsivo l’articolo di Corrispondenza Romana, facendolo seguire dalle nostre osservazioni.


1) Che cosa pensare delle consacrazioni della Fsspx?

«Che cosa pensare e che cosa fare di fronte alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X a Écône per il 1° luglio e alla conseguente scomunica latae sententiae che sarà ribadita dalla Santa Sede?»

L’estensore dell’articolo dà per certa la scomunica latae sententiae e domanda cosa occorra pensare e cosa occorra fare. Quanto al pensare, la prima cosa dovrebbe essere il pensare che la scomunica di per sé è una pena, è una sanzione stabilita dal Codice di Diritto Canonico per certe colpe. Ora come ogni pena inflitta da un giudice in seguito a una sentenza, bisogna ricordarsi che il giudice può errare -in buona o mala fede- e che una sentenza, anche emessa dalla suprema autorità ecclesiastica, può essere ingiusta, erronea o, addirittura, iniqua. La storia della Chiesa è piena di errori giudiziari gravissimi ed iniqui: pensiamo, innanzitutto, a Nostro Signore Gesù Cristo stesso, che il Sinedrio, in quel momento ancora virtualmente autorità legittima, condanna a morte, anziché proclamare come il Messia atteso, degno di adorazione; pensiamo a sant’Atanasio, ingiustamente condannato e scomunicato proprio perché aveva conservato la fede contro gli ariani. Abbiamo poi innumerevoli uomini di Chiesa che furono ingiustamente perseguitati, diffamati e sanzionati, da Scupoli (l’autore de “Il combattimento spirituale”), a Padre Pio, per citare, fra molti, due casi famosi.
Certo ogni condanna, per quanto ingiusta, è offensiva e umiliante, compromette l’onorabilità di chi la subisce e può esigere le virtù eroiche per essere sopportata senza perdere la pace. E’ quanto già è accaduto a mons. Lefebvre e a mons. De Castro Mayer nel 1988, scomunicati proprio per il loro sforzo di custodire e trasmettere il vero sacerdozio cattolico e proteggere la fede cattolica, messa a rischio dal pastorale concilio Vaticano II.
Innanzitutto, dunque, per rispondere al professore, bisognerebbe pensare a fondo se l’eventuale scomunica sia giusta o sia iniqua, sia motivata o sia infondata.



2) Le consacrazioni della Fsspx “lacerazione del tessuto ecclesiale”?

La prova rappresentata dalle consacrazioni della Fsspx sarebbe dolorosa, secondo il prof. de Mattei, anche per papa Leone, perché «Il Pontefice ha infatti indicato nella riconciliazione interna alla Chiesa uno degli obiettivi principali del suo pontificato e si troverebbe, a poco più di un anno dalla sua elezione, ad affrontare una nuova lacerazione del tessuto ecclesiale, con il rischio di aggravare divisioni che da decenni attendono una soluzione».

Sembrerebbe infatti che il nuovo Papa, a partire dal suo motto pontificale (“In Illo uno, unum”), dia molto peso all’unità della Chiesa, la cosa non chiara però e su cosa voglia fondare questa unità. Penso non sia difficile riconoscere che innanzitutto l’unità della fede deve essere il vero fondamento dell’unità della Chiesa, ma questa unità della fede è proprio ciò che manca e ciò che il Papa non sembra intenzionato a ristabilire. Che unità cerca dunque il Papa? L’unità dell’obbedienza? Desidera che tutti gli siano esteriormente e apparentemente sottomessi, pur avendo idee eretiche o del tutto eterodosse?
La chiesa di Germania, ad esempio, che sta facendo un cammino sinodale che la ha già posta, di fatto, in uno stato di gravissima rottura con le posizioni dottrinali ufficiali di Roma, è unita o no alla Chiesa? La possiamo dichiarare unita solo perché realizza consacrazioni episcopali con mandato pontificio, anche se non ha più la fede cattolica?
La Chiesa patriottica cinese è unita a Roma, solo perché, con un documento segreto, Roma ha accettato che i vescovi siano nominati dal partito Comunista?

Il Papa dovrebbe seguire un’unica via per ristabilire la vera unità della Chiesa: proclamare solennemente e ribadire le verità di fede negate dai moderni ariani disseminati ovunque, sia fra i vescovi, che fra i sacerdoti e i teologi; condannare formalmente gli errori opposti alle verità sempre insegnate dalla Chiesa; separare con la scomunica dal corpo ecclesiale chi rifiuta di accettare e di credere ciò che la Chiesa ha sempre insegnato.
E’ palese invece che Leone XIV voglia sì l’unità, ma non voglia fondarla sulla verità: sta moltiplicando infatti i segni di perfetta continuità con il suo predecessore, apparendo come un “Francesco” dai modi più gentili e meno scomposti.
La Fraternità mi sembra di poter dire che segua, giustamente, il ragionamento esattamente opposto: ancorarsi alla verità, rifiutare le deviazioni moderniste, e attendere l’ora in cui la Chiesa ritroverà la sua vera unità attorno alla verità.

Il “tessuto ecclesiale” è lacerato, infatti, non da un atto dovuto e necessario (per il bene della Chiesa universale, non solo della Fraternità) di apparente disobbedienza, ma dal rifiuto di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato per inseguire le più svariate fantasie teologiche moderniste.

Il rischio, afferma Corrispondenza Romana, è “aggravare divisioni che da decenni attendono una soluzione”.
Ma il dramma della Chiesa, dal 1965 ad oggi, non è certo la presunta divisione -di carattere giuridico, canonistico- causata dalla Fraternità; ma bensì la ben più grave e tragica divisione del corpo ecclesiale causata dal serpeggiare delle peggiori eresie e del più schietto modernismo anche fra la suprema gerarchia episcopale senza che il Papa faccia nulla per fermarla.



3) E’ legittimo appellarsi allo “stato di necessità” per giustificare le consacrazioni?

«Nel merito della controversia, non si può fare a meno di segnalare quello che appare come un vero e proprio paradosso. Tra le molte ragioni addotte da mons. Lefebvre nel 1988 e oggi riprese dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per giustificare le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, quella dello stato di necessità dei fedeli di fronte alla gravità della crisi ecclesiale è, nello stesso tempo, l’argomento più debole e il più forte.
Lo stato di necessità è infatti, per sua natura, una condizione eccezionale che consente di derogare all’applicazione ordinaria di determinate norme in vista di un bene superiore che, nel caso della Chiesa, è la salvezza delle anime. Ma chi ha l’autorità di accertare l’esistenza di tale stato e di determinarne l’inizio e la fine? È evidente che questa valutazione non può essere rimessa al giudizio della stessa Fraternità San Pio X» .

Anche in questo caso ci sembra di poter dissentire dal professor de Mattei, che afferma che non può essere la Fsspx a decretare l’inizio e la fine dello stato di necessità. Egli infatti pare che faccia dipendere lo stato di necessità dal fatto che qualcuno (eventualmente la Fsspx) lo stabilisca come sussistente o meno, ma questo è un errore concettuale: lo stato di necessità c’è o non c’è, a prescindere dal fatto che qualcuno lo riconosca o meno e da chi, eventualmente, lo riconosca. In altre parole lo stato di necessità è un fatto (e, come già ricordato da altri, un fatto non si dimostra, lo si mostra). Che la Chiesa versi da decenni in uno stato di gravissima e universale necessità è, appunto, un fatto e non stiamo adesso qui a mostrarlo con le innumerevoli prove e gli innumerevoli dati statistici che sono più che sufficienti a confermarlo (il professore li conosce meglio di noi e se ne trova un’ottima sintesi nella prima parte di Iota Unum di Romano Amerio, che pure è un testo del 1985).

Se una casa brucia, brucia e basta; non è la decisione del portinaio o del proprietario di riconoscere che la casa brucia che fa sì che ci sia un incendio, ma il fatto che si è scatenato un incendio, che permette al portiere di dichiararlo gridando: “Al fuoco!”. La casa brucia. La Chiesa è in uno stato di gravissima necessità: lo scandalo è che sia solo la Fraternità a dichiararlo con fermezza e senza esitazione, senza calcoli e senza paura, che sia lasciata sola a riconoscere la realtà delle cose; lo scandalo è che l’intero episcopato, con poche, isolate, nobili eccezioni, sembri essere completamente accecato e non veda ciò che non si può non vedere. La follia ha forse sostituito un uso retto della ragione? Se in una casa che brucia i suoi abitanti negano le fiamme che stanno per divorarli posso giudicarli altro che come pazzi o accecati (o segretamente complici di chi ha scatenato l’incendio)?

Quindi nel caso specifico dello stato di necessità per le anime causato dalla crisi della Chiesa attuale, il Superiore della Fsspx, come a suo tempo Mons. Levebvre, in base alle sue grazie di stato, ha il diritto, ma soprattutto il dovere, di riconoscerlo e di prendere i mezzi più adeguati e proporzionati per fronteggiarlo. Chi lo seguirà liberamente? Tutti i membri della Fraternità, i sacerdoti, le società amiche, i singoli fedeli, che riconoscono, a loro volta, lo stato di necessità, la sua gravità, universalità e pericolosità per le anime.
Nessuno è obbligato a seguire le decisioni della Fraternità, se non chi, al limite, a sua volta, riconosce il fatto dello stato di necessità e l’opportunità dei mezzi che la Fraternità adotta per fronteggiarlo, primo fra tutti una preparazione dottrinale e spirituale profonda e rigorosa dei seminaristi, dei futuri sacerdoti.



4) Riconoscere il fatto dello stato di necessità implica il potere di giudicare la Santa Sede?

«Se così fosse, si dovrebbe concludere che lo stato di necessità cessa quando la Fraternità ritiene che sia cessato, attribuendole di fatto un potere di giudizio sulla Santa Sede incompatibile con la costituzione gerarchica e visibile della Chiesa. Si verrebbe così a creare una situazione nella quale un soggetto particolare si erge a criterio ultimo di valutazione dell’operato dell’autorità suprema».

Il passo citato, spiace dirlo, si fonda su un grave fraintendimento. Secondo l’articolista di Corrispondenza Romana, se si ammettesse che la Fraternità (ma in realtà qualunque superiore di ordine religioso e, a rigore, qualunque singolo chierico o fedele) possa giudicare che è in atto uno stato di necessità, si ammeterebbe, ipso facto, che un soggetto particolare della Chiesa possa giudicare l’autorità suprema, la “Santa Sede”.
Ma ammettere o riconoscere lo stato di necessità è cosa ben diversa dal giudicare il Sommo Pontefice; al limite si giudicheranno, ma non in modo forense, l’oggettivo contenuto di suoi atti o di sue parole. Se il Papa benedice e prega insieme a un leader di una setta eretica protestante, o afferma che Lutero non voleva fare un’eresia, posso giudicare questo atto in sé come sbagliato o inopportuno, ma non giudico certo il foro interno del Papa, né l’imputabilità o colposità dell’atto, non potendo nessuno, su questa Terra, sottoporre a giudizio forense, formale la Suprema Autorità Apostolica.
A maggior ragione riconoscere lo stato di necessità in nessun modo implica un giudizio sul Papa, nemmeno nel caso in cui egli apparisse come una delle cause dello stato di necessità stesso. Se la casa brucia, brucia e chiunque abbia coscienza certa (anche se, eventualmente, incolpevolmente errata) che sta bruciando, peccherebbe se non compisse le scelte estreme che l’incendio esige e non adottasse i mezzi più adeguati al fine di salvare la sua vita e la vita degli altri.

Per definizione il suddito, di fronte a un grave stato di necessità, è obbligato ad agire eventualmente anche contro l’autorità legittima alla quale, in condizione di ordine e di normalità, deve prestare piena obbedienza.

Aggiungiamo che nel caso specifico, la drammaticità della situazione è resa ancora peggiore dal fatto che, oggettivamente, da Paolo VI in poi, i Papi stessi hanno concorso, spesso, ad aggravare la crisi della Chiesa, quanto meno non facendo quanto necessario contro vescovi e sacerdoti (o laici) palesemente eretici. E’ chiaro che un Papa che è causa -o con-causa- dello stato di necessità difficilmente lo riconoscerà o approverà chi prende i mezzi più adeguati per fronteggiarlo.



5) Tutti i Vescovi dovrebbero agire come Mons. Levebvre?

«Se il principio dello stato di necessità fosse ammesso come criterio generale di azione, ogni vescovo che giudicasse la Chiesa attraversata da una crisi grave potrebbe sentirsi autorizzato, o persino moralmente obbligato, a consacrare altri vescovi senza mandato pontificio per assicurare la continuità della fede e dei sacramenti».

Ebbene quello che al professore sembra un paradosso e una prova del fatto che lo stato di necessità non autorizza consacrazioni, va letto invece come la descrizione perfettamente coerente di quello che dovrebbe accadere se l’episcopato cattolico avesse una fede profonda e ardente: già durante il Vaticano II avrebbe dovuto opporsi agli errori e al colpo di stato dei progressisti; nel 1970 avrebbe dovuto rifiutare in massa e pubblicamente il nuovo rito della Messa di Paolo VI, di sapore protestante; poi rifiutare il modernismo dilagante dopo il Concilio, opponendosi alle disgraziate riforme che hanno lentamente corrotto il clero e la vita religiosa, distruggendo la fede di interi popoli, che erano cattolici da secoli. Tutti i vescovi che avessero riconosciuto gli errori del Concilio sarebbero stati moralmente obbligati, per amore dell’integrità della fede, per amore della Chiesa e per amore delle anime, a fare ciò che fece solo, eroicamente e profeticamente, mons. Lefebvre (aiutato da mons. De Castro Mayer). Di fronte a questa resistenza ferma ed eroica la setta giacobina-modernista che aveva preso il controllo della Chiesa sarebbe stata sconfitta.



6) Un’autorità superiore può e deve regolare lo stato di necessità?

«La conseguenza sarebbe una proliferazione di giurisdizioni parallele e di episcopi vagantes dispersi nel mondo con inevitabili effetti di frammentazione, disordine e confusione per gli stessi fedeli che si vorrebbero proteggere.

(…) la logica dello stato di necessità, una volta sganciata da un principio superiore di autorità capace di delimitarla e regolarla, possa generare ulteriori divisioni. Si tratta di un fenomeno che, al di là dei giudizi sulle persone coinvolte, mostra il rischio intrinseco di consacrazioni episcopali fondate su valutazioni soggettive dello stato di necessità».

Il prof. de Mattei sviluppa, a nostro parere, un ragionamento un po’ tortuoso: se la Fsspx avesse il diritto di consacrare vescovi in nome dello stato di necessità, ogni vescovo avrebbe lo stesso diritto; b) in tal modo aumenterebbe il disordine per gli stessi fedeli; c) occorre perciò che sia un’autorità superiore (il Papa) a regolare la “logica” dello stato di necessità.

Vediamo cosa non funziona in questa strategia argomentativa. Intanto abbiamo già visto che non c’è nulla di male, e che anzi sarebbe doveroso, che il più grande numero di vescovi seguisse l’esempio di mons. Lefebvre nel fronteggiare la crisi della Chiesa: aggiungiamo che sarebbe loro stretto dovere, in realtà, denunciare gli errori del Vaticano II e la riforma liturgica di Paolo VI; non si vede, del resto, perché questo dovrebbe aumentare la confusione fra i fedeli. Nessuno stato di confusione può superare quello causato da Papi, vescovi e sacerdoti che nel modo più sfacciato fanno dichiarazioni e compiono gesti che contraddicono formalmente quanto la Chiesa ha sempre insegnato, sia in campo dottrinale, che in campo morale. Nessuna confusione può essere maggiore di sessant’anni di modernismo propalato da ogni pulpito, da ogni parrocchia, da ogni rivista teologica. Le tensioni, o la diversità di valutazioni fra i vescovi che scegliessero di resistere all’autorità per amore della verità (quelli che Corrispondenza Romana chiama dispregiativamente episcopi vagantes), cosa sarebbero mai rispetto a amichevoli incontri ecumenici di prelati cattolici con eretici calvinisti o luterani, a incontri con rabbini e iman, a Papi che entrano, come se nulla fosse, in “templi” luterani, sinagoghe, mosche. Le battaglie in un bicchier d’acqua fra gruppi legati alla Tradizione cosa sono rispetto a vescovi che, ormai ovunque, “prestano” chiese delle loro diocesi per le celebrazioni dei greco-scismatici? Non genera confusione nei fedeli un Papa che entra scalzo nella Moschea Blu di Istanbul e chiede all’iman che lo accompagna: “Posso pregare?” o un Papa che bacia il Corano?

Per quanto grande possa essere la confusione che si creerebbe se molti vescovi ordinassero altri vescovi senza mandato pontificio, non sarà mai una confusione grande come quella che regna nella Chiesa dopo il Vaticano II, a causa del crescente diffondersi di ogni tipo di deviazione teologica o deriva ereticale e della pratica dissoluzione dell’insegnamento della morale cristiana.

La logica dello stato di necessità”, però, per de Mattei, andrebbe legata a un’autorità superiore, ovvero quella del Papa, capace di “delimitarla e regolarla”, in modo tale da evitare confusione fra i fedeli.
Sfugge qui un problema: se lo stato di necessità potesse essere “regolato”, non sarebbe più tale. Inoltre se si desse il caso -come di fatto si dà- che il Papa stesso concorresse a creare lo stato di necessità, come potrebbe essere lui a regolarne la logica?

Si potrebbe giungere a dire che ogni vero stato di necessità ha quasi, come sua essenza, di non poter essere regolato da alcuna autorità superiore. Infatti, un’autorità superiore che “regolasse” lo stato di necessità sarebbe per ciò stesso capace di rimuoverne le cause e di sopprimerlo. Ciò vale anche oggi: se il Papa riconoscesse con coraggio e franchezza lo stato di necessità in cui versa la Chiesa, inizierebbe immediatamente a rimuoverne le cause, non a “regolarlo”.

L’autore dell’articolo continua sottolineando nuovamente «il rischio intrinseco di consacrazioni episcopali fondate su valutazioni soggettive dello stato di necessità».
Osserviamo: se è dato uno stato di necessità la valutazione di esso, inevitabilmente, non può che essere soggettiva e, in alcuni casi, può essere vissuta in una solitudine completa e in una completa incomprensione; pensiamo, ancora una volta, all’eroismo di mons. Lefebvre che, unico fra migliaia di vescovi, seppe gettare uno sguardo soprannaturale sulla spaventosa autodemolizione che era iniziata nella Chiesa dopo il Concilio e, riconoscendo il gravissimo stato di necessità in cui versava, in particolare, il sacerdozio cattolico, prese tutti i mezzi necessari per fronteggiare la crisi stessa. L’eroismo ha come essenza proprio questo, che l’eroe si trova solo a combattere sulla breccia, sacrificando la sua vita, abbandonato e non compreso da chi avrebbe dovuto combattere insieme a lui. Di fronte a un vero e grave stato di necessità vi è sempre una dimensione inevitabilmente “soggettiva” (se il termine viene inteso per alludere al dramma della coscienza di una singola persona che non può non scegliere, e non può non scegliere in una radicale solitudine, se non vuole mancare ai suoi doveri di stato e alla sua fedeltà al Signore).



7) La scelta di mons. Lefebvre fu innanzitutto di carattere pastorale?

«E tuttavia questo argomento, così fragile sul piano teologico e canonico, si presenta come il più forte sul piano pastorale. Mons. Lefebvre non era un teologo speculativo o un canonista, ma un missionario e un pastore d’anime. Nella sua lettera ai sacerdoti del 27 aprile 1987 scriveva: «I fedeli ancora cattolici si trovano in molti luoghi in una situazione spirituale disperata. È questo appello che la Chiesa ascolta; è per queste situazioni che essa concede la giurisdizione mediante la legge di supplenza». Il criterio decisivo, per lui, non era l’affermazione di un diritto proprio della Fraternità, ma il bisogno spirituale dei fedeli. Le consacrazioni dei vescovi nel 1988 vollero essere una risposta a questo appello delle anime.

Ci troviamo allora di fronte al paradosso. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, richiamandosi allo stato di necessità, fonda gran parte della propria giustificazione sulla preminenza delle esigenze pastorali rispetto alle considerazioni strettamente giuridiche e dottrinali, facendo proprio quel primato della prassi pastorale che è un mandato imperativo del Vaticano II» (sott. nostre).

Se ho ben capito il ragionamento del prof. de Mattei, egli ritiene sussista una contraddizione: la Fraternità san Pio X, che critica e sottolinea del Concilio Vaticano II la sua pastoralità (o meglio: la maschera della pastoralità dietro la quale sono state fatte passare silenziosamente le peggiori dottrine eterodosse), ricorre poi, per giustificare la sua dissidenza dalla Roma modernista, proprio all’argomento, di natura strettamente pastorale, del soccorso alle anime dei fedeli smarriti a causa della crisi del post-Concilio, e non ad argomenti dottrinali o canonistici.

L’argomento mi pare un po’ specioso: crisi dottrinale e liturgica e stato di necessità pastorale sono strettamente congiunti, evidentemente.
Il modernismo dilagante nella Chiesa dagli anni Sessanta e la distruzione della Messa di sempre hanno posto molti fedeli, laici, padri, madri, seminaristi, in un drammatico stato di necessità: o obbedire alle autorità moderniste e mettere a rischio la propria fede, o trovare un vescovo e dei sacerdoti che avessero conservato la pienezza della fede cattolica e che fossero disposti, a qualunque prezzo, a difendere la Messa di sempre, l’unica Messa sicuramente cattolica, l’unica che rende a Dio il culto che gli è dovuto.

Ecco dove crisi dottrinale e pastoralità si intrecciano: lo stato di necessità è pertanto sia dottrinale che, di conseguenza, pastorale. E’ evidente che la crisi dottrinale e liturgica genera un gravissimo stato di necessità di carattere pastorale. In ciò non vi è nessuna contraddizione. Un vescovo è, appunto un pastore: se vede un gregge assalito da feroci lupi modernisti, da vescovi o sacerdoti che sono lupi travestiti da agnelli, che sbranano coloro che dovrebbero proteggere; e se vede alcune pecorelle del gregge di Cristo che, lacere e ferite, in questa catastrofe, in questa universale manomissione della dottrina cattolica, gli chiedono, fuggiasche e abbandonate, sacerdoti che spezzino loro il pane della fede, come può non darli loro?



8) Nel dubbio bisogna rimanere fermi?

«(…) In questa situazione confusa, l’unico consiglio sensato che si può dare agli incerti è di attenersi al principio della logica e del diritto, che dice: In dubiis standum est pro statu quo, donec ratio certa contrarium persuadeat («Nelle situazioni dubbie bisogna attenersi allo stato delle cose attuali, finché una prova certa non dimostri il contrario»). La ragione suggerisce che ognuno rimanga al posto in cui si trova, continuando a fare quello che fa, evitando di lasciarsi trascinare in polemiche sterili e proclami emotivi, che hanno il solo risultato di riaprire antiche ferite e di versare aceto sulle piaghe della Chiesa».

Mi pare che l’errore compiuto qui dal prof. de Mattei stia nella prima parola del principio giuridico che cita: “In dubiis”. Certamente, se una situazione è dubbia e dubbia in modo irrisolvibile, può essere saggio attendere fino a che il dubbio non si risolva. Ma il fatto è che lo stato di necessità in cui versa la Chiesa (e in cui versano, di conseguenza, le anime) non è per nulla dubbio, ed anzi è di giorno in giorno più grave e più chiaro, più evidente a tutti coloro che sono in buona fede. La casa brucia. Non si può attendere. La vita è in pericolo. Nessuno può semplicemente “rimanere al posto in cui si trova”. Mons. Lefebvre, anziano, stanco dopo una vita passata in missione, già ritiratosi dalla vita attiva, di fronte a dei seminaristi che gli chiedevano aiuto vedendo che nei nuovi seminari, dopo il Concilio, tutto era stravolto; di fronte a dei semplici fedeli, sconvolti dalle novità liturgiche e dottrinali, non è stato fermo, non è rimasto al suo posto, ma, come un vecchio soldato, è tornato a combattere per il bene della Chiesa e delle anime che invocavano aiuto, che non volevano perdere la fede. Il suo è un esempio straordinario che ci ammonisce proprio ad abbandonare ogni passività e ad agire nei limiti di ciò che ci è possibile, fidando in Dio e nella Sua Provvidenza. Mons. Lefebvre non pensava certo di poter risolvere lui la crisi della Chiesa, ma ha fatto tutto ciò che poteva, nei limiti del suo ruolo di vescovo, aprendo il primo seminario in un modesto chalet di Friburgo, in Svizzera, per cinque o sei seminaristi; di sicuro in quel momento non pensava che Dio lo avesse scelto per far nascere una grande opera di Chiesa. Così oggi, seguendo il suo esempio, dovrebbe fare ognuno di noi, soprattutto chi investito del ruolo di vescovo.



9) La crisi della Chiesa è meno importante di alcune vicende storiche del Novecento?

«Il problema che oggi si pone è ben più ampio di quello, pur grave, delle consacrazioni episcopali del 1° luglio e delle loro conseguenze canoniche. Né la questione si esaurisce nel dibattito sulla liturgia tradizionale o nell’interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano II.

Al cuore della controversia si trova il giudizio storico e teologico sul Novecento, un secolo che ha segnato profondamente il destino della Chiesa e del mondo contemporaneo.

Poco più di cento anni fa, l’incendio della Prima guerra mondiale pose fine all’ordine internazionale nato nei secoli cristiani, mentre la Rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 appiccava un fuoco ancora più vasto nel mondo
».

Verso la parte finale del suo articolo il prof. de Mattei cambia di colpo passo e afferma perentoriamente, nella buona sostanza, che vi è qualcosa di più importante delle dispute legate alla Fraternità e al Concilio, ovvero la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Bolscevica. Ora, senza voler negare che siano eventi importanti, anche decisivi, è chiaro però che non hanno e non possono avere un’importanza paragonabile alla crisi della Chiesa scatenata dal Vaticano II, e questo per il semplice motivo che la Chiesa è il Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, e ciò che accade alla Chiesa, la sua attuale passione, il suo sfiguramento quasi totale, riguarda non una semplice realtà storica e umana di carattere intramondano, ma la realtà divino-umana del Corpo Mistico. Il mondo e la storia, potremmo dire, esistono per la Chiesa, esistono per gli eletti, sono lo scenario in cui ha corso l’unico vero dramma: la Redenzione offerta da Cristo agli uomini e da molti rifiutata e disprezzata. La crisi della Chiesa post-conciliare, la tragedia della “riforma” liturgica, le necessarie consacrazioni di Ecône del 1 luglio 2026 (come già quelle del 1988), l’interpretazione del Vaticano II sono senza alcun dubbio le questioni centrali e più importanti, anche sul piano storico, del Novecento e del secolo che è appena iniziato. La Grande Guerra e la Rivoluzione russa non hanno per nulla la stessa importanza della crisi della Chiesa, ad uno sguardo soprannaturale, fondato sulla fede. Aggiungiamo, per inciso, che comunque l’ordine sociale e politico nato con la Cristianità medievale era finito già molto prima della prima Guerra Mondiale: potremmo risalire almeno alla Pace di Westfalia, ma anche al 1517 e all’inizio dell’eresia luterana, o addirittura alla terrificante corruzione portata dal Rinascimento.



10) Che fare di fronte all’autodissoluzione della Chiesa e come rapportarsi al Papa?

(…) «Il messaggio di Fatima si rivolgeva all’umanità intera, ma in modo particolare ai Pastori della Chiesa, al cui interno il modernismo aveva iniziato a diffondere il suo veleno mortale. Contro questo male, la Provvidenza suscitò san Pio X. Con l’enciclica Pascendi Dominici gregis dell’8 settembre 1907, dieci anni prima delle apparizioni di Fatima, il grande Pontefice denunciò con lucidità profetica il processo di auto-dissoluzione dei decenni successivi. La Pascendi e Fatima costituiscono, rispettivamente, la diagnosi dottrinale e la risposta soprannaturale alla crisi della modernità.

(…) L’ultima parola, in questo orizzonte drammatico, spetta a colui che ha il mandato divino di guidare la Chiesa e che la stessa Fraternità San Pio X riconosce come il legittimo Vicario di Cristo, il Papa, oggi regnante, Leone XIV. Nessuna vera e definitiva soluzione ai gravi problemi che affliggono il Corpo Mistico di Cristo potrà essere trovata al di fuori del Romano Pontefice o contro di lui».

Dunque, giustamente per il professore de Mattei, la Pascendi (1907) denuncia profeticamente la autodissoluzione della Chiesa dei decenni successivi e Fatima (1917) è un monito per il veleno che il modernismo stava spargendo dentro la Chiesa. Ora, mi pare di poter dire che, se si riconosce un processo di auto-dissoluzione della Chiesa e che il modernismo sta spargendo il suo veleno nel Corpo Mistico di Cristo, si sta, di fatto, riconoscendo uno stato di grave necessità.

Il professore fa a questo punto notare che la “vera e definiva soluzione” alla crisi della Chiesa spetterà al Papa e non potrà essere trovata né “al di fuori del Romano Pontefice”, né “contro di lui”. Sottoscriviamo totalmente tutte queste affermazioni: la crisi finirà nella Chiesa universale solo quando la suprema autorità che la regge, il Papa (e, al suo seguito, la gerarchia episcopale) non sarà tornato a professare integralmente la fede cattolica, rigettando gli errori del Vaticano II, e fino a che la Santa Messa di sempre non tornerà ad essere l’unica Messa della Chiesa Cattolica (non sarà infatti sufficiente che torni a essere veramente libera la Messa di sempre: va abrogata la Messa inventata da Paolo VI, che non solo non rende culto a Dio, ma lo offende gravemente e attira la sua ira sulla Chiesa e sugli uomini). Ma adesso, nel presente, di fronte all’aggravarsi della crisi e all’urgenza di uno stato di necessità sempre più drammatico, per amore della Chiesa e del Papa, per amore delle anime, per amore di Cristo, chiunque veda in modo retto la situazione deve fare tutto ciò che gli è possibile per instaurare omnia in Christo, per riaffermare la regalità sociale di Nostro Signore, per restaurare e diffondere la fede cattolica, non “al di fuori del Papa”, non “contro il Papa”, ma, al limite, contro il suo temporaneo accecamento, contro le sue inique e ingiuste sanzioni e scomuniche.



Conclusione

L’ora in cui ci troviamo è l’ora estrema della battaglia: gli eserciti non si stanno scrutando immobili, divisi da una pianura silenziosa, non c’è più spazio per il dubbio o per l’attesa, per riflessioni da salotto o giochi accademici, per vellutate finezze curiali, per parole melliflue. Il nemico -il modernismo- è possente e di gran lunga prevalente quanto al numero; tutte le potenze mondane sono sue alleate: dalla massoneria, ai comunisti, dai seguaci del Talmud, ai progressisti di ogni colore, dai conservatori in doppio petto, ai grandi mass media globalisti, dall’Arci Gay, alla grande finanza.

Ma il nostro passato è pieno di battaglie dove pochi hanno saputo resistere e combattere contro molti, in una misteriosa, eterna Vandea che sembra attraversare tutta la storia. Combattere, resistere al male, quando tutti lo chiamano bene, è già la vittoria. Denunciare l’errore in un mondo ecclesiastico di “cani muti” e di scodinzolanti barboncini da compagnia, proni ai sorridenti tiranni in talare (con stola “arcobaleno”) è già la vittoria.

E’ l’ora della battaglia. Nell’aria rimbomba il clangore assordante delle armi; gli occhi sono accecati dal sole e dal lampeggiare dell’acciaio. Il sangue già bagna l’erba ridente, intride la terra immemore.

Santa Giovanna d’Arco si narra che si facesse guidare da questo motto: “Bisogna combattere, perché Dio doni la vittoria!”, e, similmente, al grande generale cattolico, Giorgio Castriota Scanderberg (1405-1468), eroe insuperabile della lotta contro gli Ottomani, è attribuito un famoso grido di guerra: “A noi la battaglia, a Dio la vittoria”: che il suo grido sia oggi il grido di tutti coloro che, per amore di Nostro Signore, per amore della Chiesa, per amore del Papa, per amore della santa fede cattolica, per amore della Santa Messa di sempre, per amore delle anime a loro affidate, saranno ingiustamente accusati, puniti, sottoposti a inique sanzioni e disprezzati da tutti.






 
luglio 2026
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