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| Il giornale ufficiale del Vaticano afferma che Satana non è presente nella Genesi... quindi, niente peccato 0riginale? ![]() Eva, il serpente, la mela, e il Papa Il quotidiano del Vaticano ha appena minato una delle dottrine fondanti del cristianesimo: il peccato originale. Un saggio recentemente pubblicato su l’Osservatore Romano sostiene che la Genesi non contiene né Satana né il peccato originale. La seguente analisi spiega perché tale affermazione vada oltre l’interpretazione biblica e colpisca al cuore la missione di Cristo, i sacramenti e la fede cattolica. Il giornale ufficiale della Santa Sede nega apertamente il peccato originale: perché? Il 4 luglio 2026, su L’Osservatore Romano (si noti che si tratta del giornale ufficiale della Santa Sede, cioè del Papa) è stato pubblicato un articolo di Marinella Perroni dal titolo “Il serpente, la donna e il frutto. E Satana?”. Il sottotitolo anticipa la conclusione del breve saggio: “Egli [Satana] non è nella Genesi: all’origine di un malinteso”. Secondo l'autrice, l’esegesi tradizionale di Genesi 3 è errata, essendo basata su un grave fraintendimento. Il racconto non contiene traccia né del diavolo né del peccato originale. Il fatto che un articolo del genere sia stato pubblicato nientemeno che sul giornale del Papa non dovrebbe, tuttavia, destare eccessivo stupore, poiché non è la prima volta che tesi eterodosse vengono promosse dagli organi di stampa ufficiali della Chiesa cattolica (basti pensare agli articoli aberranti pubblicati su Avvenire, il giornale ufficiale dei vescovi italiani). Ormai, questa è diventata la norma. L’evento in sé merita comunque di essere sottolineato, poiché non si tratta di un episodio isolato, né semplicemente dello sfogo bizzarro di un teologo che si professa cattolico e al contempo propone interpretazioni esegetiche – come vedremo – paragonabili al pensiero delle sette gnostiche dei primi secoli dopo Cristo. Piuttosto, è un tassello di un disegno più ampio, il cui scopo ultimo è la rifondazione della Chiesa cattolica. Procediamo con ordine. Chi è l’Autore? Innanzitutto, occorre dire qualcosa sull’Autrice. Marinella Perroni è una teologa e studiosa biblica italiana di fama internazionale, nota soprattutto per i suoi studi sul Nuovo Testamento, l’ermeneutica biblica, l’esegesi femminista (qualunque cosa ciò significhi) e il ruolo delle donne nel cristianesimo delle origini, naturalmente reinterpretato in modo da giustificare l’introduzione del diaconato femminile ai giorni nostri. Perroni ha insegnato Sacra Scrittura presso il Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo ed è stata una voce autorevole nella promozione del “dialogo” tra teologia e cultura contemporanea. È anche fondatrice ed ex presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, un’associazione che promuove una maggiore partecipazione femminile alla ricerca teologica “in una prospettiva di genere” e alla vita della Chiesa. In un’intervista pubblicata da Avvenire il 14 marzo 2025, Perroni ha spiegato come, a partire dal Concilio Vaticano II, sia cresciuta la “grande marcia” della partecipazione femminile qualificata nella Chiesa, un processo non privo di ostacoli accademici e di persistenti preferenze per i sacerdoti nelle decisioni di assunzione. Ella ha affermato che il punto culminante è stato raggiunto con il Sinodo più recente, dove le donne – ovvero le teologhe femministe – hanno finalmente ottenuto sia il diritto di parola che quello di voto. Perroni ha attribuito a Papa Francesco il merito di aver avviato un processo di “demascolinizzazione della Chiesa”, evitando al contempo la “clericalizzazione delle donne”. Riguardo al diaconato femminile, ha specificato che la questione rimane aperta e che, per il momento, è necessario “superarla”. Francesco non ha evitato la questione per ragioni dottrinali, ma per non dividere ulteriormente la Chiesa. In altre parole, la strategia adottata è quella dell’attesa: lavorare su altri fronti finché non si consolidi un ampio consenso all’interno del Popolo di Dio. Solo allora la questione potrà essere riproposta. Il 4 dicembre 2025, sotto Leone XIV, la Chiesa disse “no” al diaconato femminile, ma questo “no” fu presentato come temporaneo e quindi destinato a essere riconsiderato quando il clima ecclesiale sarà più favorevole. Una strategia di attesa e l’Agenda della riforma Questa strategia di attesa non è esclusiva della Perroni; è la posizione ufficiale della Chiesa italiana. Infatti, il tanto discusso documento sinodale pubblicato alla fine di ottobre 2025 raccomandava di non interrompere gli studi sul diaconato femminile nella Chiesa e, al contempo, sollecitava nuove proposte di riforma liturgica. Più recentemente, Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana e una delle figure più influenti all’interno dell’episcopato italiano (si vocifera che stia per essere promosso alla Cattedra di Sant’Ambrogio a Milano), ha proposto di esplorare una forma di “co-presidenza” nella Messa, in cui le donne guiderebbero la Liturgia della Parola mentre i sacerdoti (uomini) presiederebbero la Liturgia Eucaristica. Castellucci sostiene che la “co-presidenza” eviterebbe le problematiche legate alla rappresentazione maschile di Cristo nell’atto di consacrazione e aggirerebbe l’impasse creata dal ripetuto “no” della Chiesa al diaconato femminile. Inoltre, Castellucci suggerisce che, quando, in un futuro prossimo, il “processo di maturazione del consenso” sarà completato, le decisioni dei concili consultivi diventeranno “vincolanti” per la Chiesa. Questo è il fermento riformista che si avverte attualmente in Italia e intorno al Vaticano. L’Agenda, tuttavia, persegue obiettivi più ambiziosi e di più ampio respiro. I neomodernisti lasciano intendere di essere consapevoli che la dottrina – e la cristologia in particolare – debba essere rifondata per poter rifondare la Chiesa. La Chiesa, dopotutto, è il Corpo Mistico di Cristo. Nei primi secoli, le controversie cristologiche venivano prese molto sul serio dai Padri conciliari, perché sapevano che il modo in cui si comprende Cristo determina il modo in cui si comprende la Chiesa. Di recente, il cardinale Walter Kasper, esponente delle posizioni estremamente progressiste, ha dichiarato a Kathpress che il Cammino sinodale tedesco deve recuperare gli studi cristologici prima di affrontare quelli ecclesiologici. Ha affermato: “Ci siamo impantanati in questioni ecclesiologiche e nella questione dei ministeri” … “Ma questo è troppo limitato. Sarebbe importante tornare al centro della teologia cristiana e alle questioni cristologiche”. Ha persino pubblicato un libro sull’argomento, Jesus Christus auf der Spur (“Sulle orme di Gesù Cristo”). Questa non è un’espressione di conversione o pentimento da parte del cardinale tedesco, bensì una dichiarazione d’intenti: La cristologia deve essere rifondata per
poter rifondare l'ecclesiologia.
Il Concilio Vaticano II è stato essenzialmente un concilio ecclesiologico, come ha sottolineato con enfasi Papa Benedetto XVI prima della sua elezione alla Sede di Pietro, ma ora, per giustificare e attuare ulteriori iniziative di riforma, è necessario tornare a lavorare sui fondamenti dottrinali. Lo schema ermeneutico della Perroni L’articolo della Perroni su L'Osservatore Romano si inserisce in un progetto più ampio, un processo già in corso. Va notato che le tesi avanzate dalla Perroni non sono, di per sé, innovative. L’articolo si limita a riaffermare il dogma neomodernista ormai consolidato del metodo storico-critico e dell’ipotesi documentaria, che dà per scontata scientificamente la nozione secondo cui la Genesi sia un testo tardo, risalente al VI secolo a. C., composto e manipolato da una casta di sacerdoti ebrei di ritorno da Babilonia, che avevano la necessità di preservare la coesione della nazione israelita attraverso un testo sacro che fosse al contempo mitopoietico ed etnopoietico. Mi permetto di consigliare al lettore il mio recente libro nel quale cerco di dimostrare l’incoerenza dell’ipotesi documentaria e di proporre un’esegesi cattolica tradizionale dei primi tre capitoli della Sacra Scrittura. Tuttavia, l’elemento veramente interessante è la chiave ermeneutica che Perroni adotta per giustificare la sua lettura femminista di Genesi 3, poiché consiste nel riproporre, in termini moderni, ciò che predicavano le antiche sette gnostiche. Secondo la teologa, il Giardino dell’Eden è la “metafora originaria della vita, della sua bellezza, ma anche della sua tragica contraddittorietà”: la tensione tra l’umano e il divino non sarebbe quindi la conseguenza della Caduta, bensì una caratteristica originaria della creazione stessa. Già in questa premessa emerge uno dei presupposti più problematici dell’intera interpretazione. Nella tradizione cattolica, la limitazione della natura umana è certamente insita nella natura stessa delle creature, ma il male non appartiene alla creazione in quanto tale. L’ordine originario è “molto buono” (Gen 1, 31), e il disordine morale appare solo con il peccato. Se, d’altra parte, il pericolo e la tensione appartengono strutturalmente all’Eden stesso, allora la distinzione tra natura e Caduta si fa inevitabilmente sfumata. Questo approccio è molto simile al dualismo gnostico, secondo il quale bene e male coesistono in Dio come principi eterni. La reinterpretazione di Eva e del Serpente In questo contesto, Perroni propone una reinterpretazione radicale del dialogo tra il serpente e la donna. Ella scrive: «Il dialogo tra il serpente e la donna
è il primo grande discorso teologico della Bibbia. […] Essere come Dio, cioè, poter
mangiare dall’albero della vita. […] È bellissimo che, nell’Eden, la
donna assuma il ruolo di colei che ha il coraggio di entrare in questo
desiderio, di rivendicarne il diritto e di discuterne i limiti.»
Qui l’esegesi tradizionale viene completamente ribaltata. Secondo la costante interpretazione della Chiesa, la tentazione consisteva precisamente nella superbia dell’intelletto: l’uomo cerca autonomamente di appropriarsi di ciò che appartiene solo a Dio. Questo è rappresentato allegoricamente dall’Albero che – significativamente – è chiamato “Albero della conoscenza del bene e del male”. Non è l’Albero della vita (come suggerisce Perroni), che rappresenta invece la grazia divina e alla quale i nostri progenitori avevano accesso, come risulta evidente da una lettura più attenta della Sacra Scrittura. Per Perroni, al contrario, il desiderio di essere come Dio non appare più come una tentazione suggerita dal serpente, ma come un’aspirazione quasi naturale e istintiva dell’uomo. Eva non è più colei che cade nell’inganno, bensì la figura che trova il coraggio di esplorare questo desiderio e di rivendicarne la dignità. La trasgressione cessa di essere colpa e diventa un momento di risveglio alla coscienza. È proprio qui che il paragone con certe correnti dell’antico gnosticismo acquista particolare significato. Nelle principali scuole gnostiche dei primi secoli – basti pensare agli Ofiti, ai Naasseni o ad alcune tradizioni setiane – il serpente non è il seduttore dell’umanità, bensì il suo benefattore: Lucifero, cioè “il portatore di luce”, la luce della Conoscenza. È lui che libera Adamo ed Eva dall’ignoranza imposta dal Dio Creatore, permettendo loro di raggiungere la vera conoscenza (gnosi, in greco) della propria natura divina. In questa prospettiva, Eva assume anche un ruolo completamente diverso da quello che le è stato assegnato dalla tradizione cattolica. Diventa la prima iniziata, colei che apre all’umanità la via alla conoscenza salvifica. Non a caso, diversi testi gnostici attribuiscono alla figura femminile un ruolo privilegiato nella trasmissione della rivelazione. La riabilitazione di Eva non nasce semplicemente da una preoccupazione per la giustizia nei confronti delle donne, ma da una concezione della salvezza del tutto diversa, basata non sulla redenzione dal peccato, bensì sul risveglio della coscienza. Naturalmente, Perroni non propone uno gnosticismo storico. Tuttavia, il parallelismo strutturale è evidente: ciò che, nella tradizione cattolica, costituisce la tentazione fondamentale dell’uomo – il desiderio di diventare come Dio – viene reinterpretato come il momento positivo di un risveglio della coscienza, mentre Eva cessa di essere il paradigma della disobbedienza e diventa il simbolo del coraggio di rompere un sistema oppressivo. La negazione del peccato originale Le conseguenze diventano ancora più esplicite quando Perroni affronta direttamente il significato di Genesi 3. Scrive che “nell’antico mito biblico chiamato Caduta non c’è diavolo, nessun potere divino a cui gli esseri umani sono soggetti”. La narrazione descriverebbe semplicemente la tensione permanente tra l’essere una creatura e il desiderio umano di trascendere i propri limiti: “non c’è peccato”. Una simile esegesi è, ovviamente, eterodossa, e il fatto che sia stata pubblicata ne L’Osservatore Romano è estremamente significativo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che il racconto della Caduta utilizza un linguaggio allegorico ma afferma un evento reale avvenuto all’inizio della storia umana: una colpa originale commessa sotto la tentazione del diavolo e trasmessa a tutta l’umanità. Allo stesso modo, il Concilio di Trento definisce dogmaticamente sia la realtà del peccato originale sia la sua trasmissione universale, sia nella sua colpa che nei suoi effetti. Come se non bastasse, Perroni mette in dubbio anche la demonologia classica, l’attendibilità storica dei Vangeli e la coerenza teologica delle Epistole paoline, che – è bene ricordarlo, per evitare qualsiasi malinteso – sono esse stesse la “Parola di Dio”. La demonologia classica viene presentata come uno sviluppo mitologico relativamente tardivo, emerso solo dopo l’esilio babilonese e successivamente assorbito dal cristianesimo. Tutti i riferimenti del Nuovo Testamento al diavolo, alle tentazioni di Cristo nel deserto, all’“antico serpente” menzionato nel Libro dell’Apocalisse e persino alla dottrina del peccato originale esposta da San Paolo, non sarebbero altro che reinterpretazioni di categorie culturali appartenenti all’ebraismo di quel periodo. Scrittura, dogma e crollo della Tradizione Se questo approccio fosse corretto, non si limiterebbe a modificare l’esegesi di Genesi 3, ma ridefinirebbe radicalmente il rapporto tra Scrittura e dogma. I testi del Nuovo Testamento non costituirebbero più l’autentica interpretazione dell’Antico Testamento, bensì una semplice rilettura storicamente condizionata, a sua volta suscettibile di correzione da parte dell’esegesi contemporanea. È proprio questo il principio ermeneutico che permette di mettere in discussione non solo il peccato originale, ma ogni dottrina tradizionale della Chiesa. Ecco dunque il collegamento con la questione cristologica. Negare il peccato originale significa svuotare di significato la Redenzione di Cristo. Nella fede cattolica, Cristo non è venuto al mondo semplicemente per illuminare l’umanità, per offrire un esempio morale (come sosteneva Pelagio) o per inaugurare una nuova coscienza religiosa. Nell’Incarnazione, la Persona divina del Figlio si è unita a una natura umana immacolata in Gesù di Nazareth per offrirla come sacrificio espiatorio perfetto, capace di cancellare il debito di giustizia derivante dal peccato originale, che aveva chiuso all’umanità le porte della vita eterna. L'uomo, sia perché è una creatura, sia perché ferito dal peccato, non possiede l’infinita dignità necessaria per estinguere da solo l’altrettanto infinito debito contratto a causa di tale colpa. Solo Dio, nella Sua infinita dignità, poteva offrire un’adeguata riparazione. L’uomo decaduto era incapace di redimersi con le proprie forze, perché non possiede un merito infinito. Come afferma San Paolo: «Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte» (Rom 5,12); e ancora: «Poiché come in Adamo tutti muoiono, così anche in Cristo tutti saranno vivificati» (1 Cor 15,22). L’intero parallelismo di San Paolo tra Adamo e Cristo presuppone la storicità del peccato originale. Se il peccato originale non esiste, allora il Nuovo Adamo perde il suo ruolo salvifico. Dalla negazione della Redenzione ad una nuova cristologia Una volta negata la Redenzione, la missione stessa di Cristo viene inevitabilmente ridefinita. Se non esiste una colpa originaria da cui l’uomo deve essere liberato, Cristo non è più il Redentore nel senso tradizionale del termine. La sua morte non costituisce più il sacrificio espiatorio che riconcilia l’umanità con il Padre. La Croce perde il suo carattere oggettivamente salvifico e diventa invece il simbolo della solidarietà divina con la condizione umana o la suprema manifestazione dell’amore di Dio. In altre parole, cambia la domanda fondamentale a cui Cristo dà risposta. Per la tradizione cattolica, la domanda è: Come può l’uomo essere liberato dal peccato e riconciliato con Dio? Per la prospettiva neomodernista che predomina oggi, invece, la domanda diventa: come può l’uomo giungere alla piena consapevolezza della propria dignità, della propria vocazione e della propria libertà? Se Cristo non è venuto a redimere l’umanità dal peccato, allora anche la natura della Chiesa cambia. Essa diventa innanzitutto una comunità interpretativa, un luogo di dialogo in cui il messaggio di Gesù viene continuamente riletto alla luce dei nuovi sviluppi culturali. Anche i sacramenti, inevitabilmente, subiscono una trasformazione. La trasformazione dei sacramenti Il Battesimo, innanzitutto, perde il suo significato tradizionale. Se non esiste un peccato originale da rimettere, non può più essere il sacramento che rimuove la colpa ereditaria di Adamo e innesta veramente l’uomo nella vita soprannaturale. Diventa invece meramente il rito di ingresso nella comunità cristiana o il segno simbolico dell’accoglienza di Dio. Questo è proprio ciò che molti diaconi e sacerdoti dicono oggi ai catecumeni. Il Battesimo perde il suo carattere di necessità. Lo stesso vale per la Penitenza. Se il peccato tende ad essere interpretato principalmente come alienazione, immaturità o mancanza di autenticità personale, anche la Confessione perde gradualmente il suo carattere di giudizio sacramentale sul peccato e diventa invece una forma di accompagnamento spirituale. È proprio ciò che credono oggi molti sacerdoti. Anche l’Eucaristia viene inevitabilmente reinterpretata. Se il sacrificio della Croce non è più l’atto redentore con cui Cristo espia i peccati del mondo, allora anche il Sacrificio della Messa perde il suo significato propiziatorio e sacrificale, diventando principalmente memoriale di fraternità e comunione tra le persone. Ed è proprio ciò che credono oggi molti sacerdoti. Una Chiesa diversa per un Cristo diverso Se Cristo non è più il Redentore che libera l’umanità dal peccato originale, ma piuttosto il maestro che accompagna l’umanità verso un risveglio della propria vocazione, allora la Chiesa stessa non sarà più, prima di tutto, l’arca della salvezza e dispensatrice dei mezzi di grazia. Diventerà invece una comunità chiamata principalmente a promuovere processi di inclusione, partecipazione e maturazione collettiva. In questo senso, l’articolo della Perroni rappresenta i mattoni di un progetto teologico ben più ampio che, partendo da una reinterpretazione delle origini – la Creazione, la Caduta e il peccato originale – deve giungere in ultima analisi a una nuova comprensione della Redenzione, di Cristo e della Chiesa. Se le fondamenta cambiano, l’intera struttura deve essere ricostruita. Ma quando una casa è costruita su fondamenta false, è destinata a crollare. |