Le consacrazioni episcopali del 1° luglio

tra forma e sostanza



di Andrea Sandri



Pubblicato su Corrispondenza Romana






Consacrazioni dei vescovi della Fraternità San Pio X
la tenda della cerimonia



Il punto chiave delle consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône consiste nel testo della risposta letto dal Segretario generale  della Fraternità San Pio X durante le consacrazioni episcopali alla domanda Habetis mandatum apostolicum?: si consacra senza mandato «poiché, dal Concilio Vaticano II fino ad oggi, le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla Fede e agiscono contro la sacra Tradizione – “non sopportano più la sana dottrina, ma, distogliendo l’udito dalla verità, si rivolgono alle favole”, come dice san Paolo nella seconda epistola a Timoteo (4, 3-5) –, riteniamo sia nostro dovere, davanti alla Chiesa e alle anime, procedere alla consacrazione di vescovi pienamente fedeli alla sacra Tradizione e al Magistero costante della Chiesa» (https://fsspx.news/it/news/habetis-mandatum-apostolicum-dichiarazione-
letta-prima-delle-consacrazioni-episcopali-59936).

Come ha affermato il padre spagnolo Santiago Martin, un autorevole e attento osservatore della vita della Chiesa, «in questo momento, anche se non formalmente, il lefebvriani hanno scomunicato tutta la Chiesa cattolica, tutti i suoi dirigenti».
Secondo lo stesso Martin questo passaggio ha determinato il Decreto di scomunica e la sua estrema durezza. «Fino a questo momento, le scomuniche contro i quattro vescovi e i consacranti avrebbero persino potuto non essere state comminate» (qui). 

Come, tuttavia, il Decreto (qui) di scomunica fa emergere questa problematica sostanza teologica?

Il giurista comune, pur senza la perizia del canonista, può qui tentare qualche osservazione di ordine generale.


Innanzitutto i canoni applicati.

Monsignor Alfonso de Gallareta è scomunicato per aver consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio (can. 1387) e contro la volontà del Sommo Pontefice (can. 1364: atto scismatico).
Monsignor Fellay, co-consacrante, è scomunicato per atto scismatico (can. 1364), ma, almeno stando alla lettera del Decreto, non per aver consacrato in assenza di mandato.
Poiché non sono espressamente indicati i canoni applicati ai quattro consacrati, si può pensare che essi siano scomunicati conformemente a entrambe le fattispecie.

Infine, il Decreto sembra applicare il can. 1364 ai chierici e ai laici pervicaci: «Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae».

Ammesso e concesso che consacrante, co-consacrante, consacrati, laici e fedeli siano egualmente scomunicati per aver partecipato o aderito a un atto scismatico (can. 1364), viene da chiedersi perché il Decreto applichi al consacrante (e, forse, tacitamente al co-consacrante e ai consacrati) anche il can. 1387 sulle consacrazioni senza mandato.
Infatti la “consacrazione senza mandato” non integra, in quanto tale, il delitto di scisma, e perché distinta dalla definizione di scisma contenuta nel can. 751 («scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti») e perché l’equivalente can. 2370 del Codice del 1917 commina ai rei la sospensione a divinis che di per sé esclude lo status di scismatico.

Questa incongruenza può essere risolta se si presuppone che il Dicastero per la Dottrina della Fede (il Decreto non è firmato dal Papa!) abbia assunto, con una evidente forzatura concettuale, la fattispecie del can. 1387 come parametro materiale per descrivere lo “scismatico” come colui «che senza mandato pontificio consacra qualcuno Vescovo e chi da esso ricevette la consacrazione».

L’assenza di un esplicito rinvio al can. 751 potrebbe essere un indizio di questa operazione interpretativa.
C’è tuttavia un fatto che appare ben più di un indizio: l’omissione nel Decreto del nome del Superiore Generale della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani, tra gli autori dello scisma (mentre il primo scomunicato è il consacrante!).
Dal momento, infatti, che il Decreto parla di “scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X”, cioè di un’intera corporazione, sarebbe stato del tutto naturale individuare l’origine della volontà scismatica nel primo responsabile gerarchico della corporazione. Se si fosse individuata la fattispecie da applicare legando, come dovrebbe essere naturale, il can. 1364 alla definizione del can. 751 (e non al can. 1387), probabilmente il Superiore della Fraternità occuperebbe il posto del primo scomunicato, mentre il Decreto del 2 luglio sembra assegnare don Davide Pagliarani alla categoria dei “clerici ammoniti”. Con un evidente paradosso.

Proprio sul can. 751 bisogna ora soffermarsi per riprendere le considerazioni iniziali.

In realtà il Decreto, quando afferma che le consacrazioni sono avvenute «contro la volontà del Sommo Pontefice» richiama implicitamente la definizione contenuta in questo canone («scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice…»), e l’atto di disobbedienza al monito del Santo Padre nella Lettera del 29 giugno («tornate sui vostri passi») è bastato, in termini meramente giuridico-positivi, per parlare di consumazione dell’“atto scismatico”.
Ciò nondimeno, l’inevitabile riduzione positivistica della sostanza giuridica e teologica nella sistematica del Codice impedisce, se ci si limita a essa, una visione più profonda dei rapporti.
Espressioni come «rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice» e «contro la volontà del Sommo Pontefice», se devono avere un senso, rinviano necessariamente alle definizioni della scienza canonistica.

Mi limito qui a citare un antico maestro, Giovanni Devoti, ancora non legato dal formalismo codicistico. Chi sono gli scismatici? «Gli scismatici, propriamente parlando, non sono eretici, poiché conservano integra la dottrina della Chiesa. Tuttavia non vi è scisma che, se si prolunga nel tempo, non finisca per ricadere nell’eresia: infatti chi persevera in esso con animo ostinato disprezza l’autorità della Chiesa. Con la loro stessa pertinacia, gli scismatici professano ciò che la dottrina della Chiesa cattolica non ammette, cioè che vi possa essere salvezza fuori dall’unità della Chiesa.
Per questo tutti gli scismatici sono soliti escogitare per sé qualche dottrina particolare, così da sembrare avere giuste ragioni per la propria separazione»
(Giovanni Devoti, Institutionum canonicarum libri IV,
Venezia 1834, IV, V, § 2).


Chi scrive continua a sostenere che la Fraternità San Pio X nel suo complesso è un grande e prezioso corpo cattolico (e in ciò è confermato dalle parole di Leone XIV: «La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità») e che, proprio per questo, non sarà resa giustizia alla Fraternità e alla Chiesa tutta se non saranno giudicate – “legate” (Mt 18, 18; 16, 19) – le dottrine che muovono il governo attuale di questo corpo, conducendolo allo scisma e all’eresia.
 



luglio  2026
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