Esiste uno stato di necessità progressista?



di Gederson Falcometa






A partire dalle consacrazioni episcopali compiute da Mons. Marcel Lefebvre nel 1988, una delle obiezioni più frequenti rivolte alla Fraternità Sacerdotale San Pio X consiste nel negare l’esistenza dello stato di necessità da essa invocato.

Secondo questa interpretazione, la crisi denunciata dai tradizionalisti non sarebbe sufficientemente grave da giustificare misure straordinarie volte alla conservazione della Tradizione cattolica. Le strutture della Chiesa continuerebbero a funzionare normalmente, l’autorità legittima rimarrebbe integra e i mezzi ordinari di salvezza sarebbero ancora disponibili.
Di conseguenza, non vi sarebbe alcun fondamento per un’azione eccezionale.

Ma questa obiezione suscita una domanda che raramente viene posta: i progressisti non vivono forse da decenni invocando essi stessi una sorta di stato di necessità?

Infatti, basta esaminare i principali dibattiti e le riforme emerse dopo il Concilio Vaticano II per accorgersi che quasi tutti si fondano sul medesimo presupposto: la Chiesa si troverebbe di fronte a una situazione talmente nuova, complessa e grave da rendere insufficienti i mezzi tradizionali per rispondere alle sfide del presente.

Quando si afferma che la scarsità di sacerdoti impone di affidare parrocchie ai laici, di creare nuove forme di amministrazione pastorale o di ampliare funzioni tradizionalmente riservate al clero, che cosa si sta affermando se non l’esistenza di una necessità straordinaria?

Quando il Sinodo per l’Amazzonia ha proposto i viri probati, uomini sposati di provata virtù destinati al sacerdozio, la giustificazione era esattamente la stessa: esisterebbero comunità prive dei sacramenti per mesi interi e sarebbe quindi necessario cercare soluzioni inedite per una situazione considerata eccezionale.

Lo stesso ragionamento riappare in altre controversie recenti.

L’ammissione alla Comunione dei divorziati risposati in determinate circostanze viene spesso presentata come una risposta alle complessità della vita moderna.
Le benedizioni per coppie che vivono in situazioni irregolari vengono difese in nome di una necessità pastorale di accoglienza.
Alcune formulazioni riguardanti le religioni non cristiane vengono giustificate dalla necessità del dialogo interreligioso e della convivenza in una società pluralista.

In tutti questi casi, la logica è identica: esisterebbe una situazione così difficile da richiedere adattamenti, attenuazioni o nuovi approcci.

Anche il Rinnovamento Carismatico Cattolico è nato e si è sviluppato secondo una logica simile. Per decenni si è ripetuto che i metodi tradizionali di evangelizzazione non fossero più sufficienti per contrastare la secolarizzazione, la crescita dei movimenti pentecostali e il declino della pratica religiosa.
Si è parlato della necessità di una nuova effusione dello Spirito, di nuovi linguaggi, di nuove forme di preghiera, di nuovi metodi pastorali e di un’esperienza religiosa più intensa.

Indipendentemente dal giudizio che si voglia dare su questi fenomeni, resta un fatto incontestabile: la loro diffusione è stata giustificata dalla convinzione che la Chiesa si trovasse di fronte a una crisi tale da richiedere mezzi straordinari.

Ora, ogni misura straordinaria presuppone una situazione straordinaria.
Nessuno propone di modificare pratiche secolari, reinterpretare discipline tradizionali, creare nuovi modelli pastorali o introdurre nuove forme di spiritualità senza ritenere che esista una crisi.

Se non vi è necessità, non vi è motivo di cercare soluzioni eccezionali. Se non vi è crisi, non vi è ragione di riformare ciò che ha sempre funzionato.

Si giunge così a una constatazione singolare. Gli stessi ambienti ecclesiali che spesso respingono lo stato di necessità invocato dai tradizionalisti sembrano agire continuamente come se la Chiesa fosse immersa in una situazione di emergenza.
La differenza non riguarda l’esistenza della crisi, ma la sua interpretazione.

I progressisti individuano l’emergenza nella scarsità di sacerdoti, nelle trasformazioni culturali, nelle nuove configurazioni familiari, nel pluralismo religioso e nelle esigenze del mondo contemporaneo.
I tradizionalisti, invece, vi vedono qualcosa di più profondo: la necessità costante di trovare soluzioni straordinarie sarebbe precisamente la prova che la crisi non risiede nella Tradizione, bensì nel suo abbandono.

Infatti, perché mancano i sacerdoti? Perché tanti seminari si sono svuotati? Perché la pratica religiosa è crollata in regioni un tempo profondamente cattoliche? Perché la catechesi sembra produrre risultati sempre più fragili? Perché tante chiese sono vuote? Perché tante verità un tempo insegnate con chiarezza sono divenute oggetto di controversia?

Per il tradizionalista, queste domande indicano una crisi ben più grave di una semplice difficoltà amministrativa o pastorale. Esse indicano una crisi della fede.

È precisamente qui che emerge la questione centrale.

Se esiste una crisi sufficientemente grave da giustificare discussioni sui viri probati, nuove strutture parrocchiali, attenuazioni disciplinari in materia sacramentale, benedizioni per situazioni precedentemente condannate, esperienze carismatiche concepite per rispondere al mondo moderno e nuove formulazioni sui rapporti tra la Chiesa e le altre religioni, allora esiste anche una crisi sufficientemente grave da giustificare la conservazione della Tradizione cattolica.

Lo stato di necessità tradizionalista non nasce nonostante queste iniziative; nasce precisamente a causa di esse.

Vi è però un aspetto ancora più profondo.

Lo stesso principio dell’aggiornamento, tanto celebrato dopo il Concilio, sembra introdurre una logica di necessità permanente. Se la Chiesa deve aggiornare continuamente il proprio linguaggio, le proprie strutture, i propri metodi pastorali e le proprie forme di presenza nel mondo per rispondere alle esigenze di ogni epoca, allora vivrà inevitabilmente in una condizione costante di insufficienza.
Ogni nuova generazione presenterà nuove sfide. Ogni cambiamento culturale richiederà nuovi adattamenti. Ogni trasformazione sociale produrrà nuove domande.
Di conseguenza, lìeccezione tende a diventare la regola.

In questa prospettiva, lo stato di necessità progressista cessa di essere un fenomeno occasionale e diventa una condizione permanente. Nasce la necessità della riforma liturgica. Poi quella dell’ecumenismo. Poi quella del dialogo interreligioso. Poi quella di nuove pastorali familiari. Poi quella di nuovi ministeri. Poi quella di nuove strutture sinodali. Poi quella di nuove forme di evangelizzazione. Poi quella di nuovi approcci morali. E così via.

L’aggiornamento si trasforma in un aggiornamento senza fine, perché il mondo a cui si fa riferimento non rimane mai stabile.

Ma una domanda inevitabile si impone.

Se la Chiesa fondata da Cristo deve aggiornarsi continuamente per rispondere al presente, in quale momento sarà finalmente aggiornata? Se ogni decennio produce una nuova necessità che richiede un nuovo adattamento, non ci troviamo forse di fronte a uno stato permanente di emergenza pastorale? E se questo stato permanente esiste, come si può negare l’esistenza di uno stato di necessità?

Il tradizionalista risponde che la vera emergenza non è amministrativa, sociologica o organizzativa. La vera emergenza è dottrinale, liturgica e spirituale. La mancanza di sacerdoti è grave. L’assenza dei sacramenti è grave. Le difficoltà pastorali sono gravi. Ma la perdita della fede è più grave. La confusione dottrinale è più grave. L’indebolimento dell’identità cattolica è più grave. La relativizzazione della verità rivelata è più grave.

Nessuna crisi strutturale può essere paragonata alla crisi della fede stessa.

Per questo motivo, lo stato di necessità tradizionalista si presenta come la conseguenza logica dello stato di necessità progressista. Quanto più i riformatori insistono sul fatto che la Chiesa affronta sfide senza precedenti che richiedono cambiamenti continui, tanto più rafforzano involontariamente la percezione di una situazione di emergenza.

La divergenza non riguarda l’esistenza della crisi. Entrambe le parti la riconoscono. La divergenza riguarda il rimedio.

Il progressista conclude che la crisi esige trasformazione. Il tradizionalista conclude che la crisi esige conservazione.
Il primo cerca di adattare la Chiesa al mondo moderno; il secondo cerca di preservare ciò che ha ricevuto dalle generazioni precedenti.
Il primo vede la soluzione in nuove strutture, nuovi linguaggi e nuovi approcci. Il secondo vede la soluzione nel ritorno alla chiarezza dottrinale, alla liturgia tradizionale e all’eredità perenne della Chiesa.

Forse è proprio qui che si trova il vero centro della controversia.
La questione non è sapere se esista una crisi. Le stesse proposte di riforma dimostrano quotidianamente che essa esiste. La vera questione è un’altra: di fronte alla crisi, il rimedio consiste nel trasformare la Tradizione o nel conservarla?





luglio  2026
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