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| Gli intrecci della fiction ![]() La visita di Mons. Marcel Lefebvre a Padre Pio L’immaginazione di Cervantes ci introduce, a partire dal capitolo IX della prima parte del Don Chisciotte, ad uno storico fittizio che complica ulteriormente il rapporto tra realtà e fantasia per il protagonista e le diverse voci narrative di questo romanzo magistrale. Ma, caro lettore, Cide Hamete Benengeli non esiste; è solo un personaggio. Un giorno, mentre mi trovavo nell’Alcaná di Toledo, un ragazzo venne a vendere vecchi quaderni e fogli a un mercante di seta. Dato che amo leggere, anche solo pezzetti di carta trovati per strada, spinto da questa naturale inclinazione, presi uno dei quaderni che il ragazzo vendeva e notai che era scritto con caratteri che riconoscevo come arabi. Pur riconoscendoli, non riuscivo a leggerli. Mi guardai intorno per vedere se c’era uno studioso di lingua moresca che potesse decifrarli, e non fu difficile trovarne uno, perché anche se avessi cercato qualcuno che parlasse una lingua più antica e migliore, non l’avrei trovato. Alla fine, la fortuna mi fece incontrare uno che, dopo che gli ebbi spiegato cosa cercavo e gli ebbi messo il libro tra le mani, lo aprì a metà e, dopo aver letto un po’, si mise a ridere. Gli chiesi di cosa ridesse, e lui rispose che rideva di qualcosa scritto a margine come una nota. Gli dissi di raccontarmelo, e lui, ancora ridendo, disse: «Come ho detto, è scritto qui a margine: “Questa Dulcinea di Toboso, così spesso menzionata in questa storia, si dice avesse la mano più abile di qualsiasi altra donna di tutta la Mancia nel salare i maiali”». Quando sentii “Dulcinea di Toboso”, rimasi stupito e in trepidante attesa, perché mi venne subito in mente che quei quaderni contenevano la storia di Don Chisciotte. Con questo pensiero, lo esortai a leggerne l’inizio e, così facendo, traducendo velocemente dall’arabo allo spagnolo, disse che diceva: Storia di Don Chisciotte della Mancia, scritta da Cide Hamete Benengeli, storico arabo. Arnaldo Piero Carpi, italiano de Reggio-Emilia, nato nel 1940 e morto nel 2000, dedicò la sua vita a la fiction. Scrittore di fumetti, romanzi gialli, e riviste horror, lavorò per un periodo alla Disney creando sceneggiature per Mickey Mouse (Topolino per gli Italiani) per Superman e Batman. Scrisse anche su alcuni celebri personaggi dei fumetti italiani, come Diabolik, un criminale dai mille travestimenti e dai continui stratagemmi, pubblicati dalla casa editrice Astorina negli anni Sessanta. Affascinato dal mistero, Pier Carpi (il suo pseudonimo) si dedicò al genere delle profezie - vere, false o inventate da lui stesso - e trovò in esse una fonte quasi inesauribile per i suoi racconti e articoli. Così, scrisse delle profezie del Conte di Cagliostro, che predisse la Rivoluzione Francese e il declino del papato e della Chiesa. Scrisse anche della presunta iniziazione alla massoneria di Papa Giovanni XXIII e delle sue rivelazioni sul futuro dell’umanità. In un altro romanzo difese Licio Gelli e la Loggia P2, cosa che suscitò sospetti sulla sua appartenenza alla stessa. Ma ciò che ci interessa è un articolo che pubblicó su La Domenica del Corriere del 23 aprile 1983. In esso assicurava che un “figlio spirituale prediletto” di Padre Pio di Pietrelcina, chiamato Bruno Rabajotti, gli aveva raccontato che nel 1967, quando Mons. Marcel Lefebvre aveva fatto visita allo stigmatizzato a San Giovanni Rotondo, questi gli aveva detto: Non hai altra strada che l’obbedienza. Al che Mons. Lefevbre aveva risposto: Non lo dimenticherò. E Padre Pio aveva replicato: Sì, lo dimenticherai; e distruggerai la comunione dei fedeli, ti opporrai alla volontà dei tuoi Superiori e perfino alle disposizioni del Papa. Avrai dimenticato la promessa fatta qui oggi e la Chiesa ne soffrirà molto. Non sorprende che Carpi non abbia avvertito i suoi lettori che la sua era una fantasia. Perché? Egli aveva sempre scritto opere di fantasia. Forse che i lettori avevano creduto alle storie di Cagliostro o alle predizioni di Rocalli? (1). Non esistono poeti bugiardi, ma esistono poeti malvagi (o lettori ingenui). La fiction, in quanto tale, era ben congegnata. Nel 1983, Lefebvre era il vescovo ribelle. L’unico. E il Papa era Giovanni Paolo II, amato dai progressisti e dai conservatori. Canonizzato in vita. Santo subito. Carpi non era devoto né all’uno, né all’altro. Egli amava la sua fiction e questa era una opportunità. Padre Pio era già morto, e nella sua fervida fantasia era un personaggio di fantasia. La predizione era verosimile, così pensava la maggioranza dei cattolici negli anni Ottanta. Ciò che serviva era una fonte, un testimone. Quando Carpi scrisse Le Profezie di Papa Giovanni, disse che gliene aveva parlato un vecchio con la barba bianca, che preferiva rimanere anonimo. Nell’articolo egli fece un passo audace e gli diede un nome: Bruno Rabajotti. Si trattava di un nome noto dell’Italia settentrionale, da dove proveniva lo scrittore, e, alla maniera di Cervantes, creò una fonte storica simile a quella dell’arabo Cide Hamete Benengeli, Sappiamo che “Cide” significava, tra i mori, “signore”, e Hamete era deformazione del nome “Hamed”, il degno di lode. Mentre “Benengeli” si riferiva a “Berenjena”, nome arabo dell’ortaggio “melanzana”, che Sancho riconosce subito quando lo chiama il signor “Hamete Berenjena”. Allo stesso modo, il nome Rabajotti ha le sue radici nell’Italia settentrionale; e deriva dal termine dialettale italiano “rabaiotto”, che a sua volta deriva da “rabbia” (ira o furia). Storicamente si usava come soprannome descrittivo o epiteto per indicare una persona dal carattere irascibile, passionale o collerico. Dal canto suo, il nome “Bruno” è di origine germanica (dalla radice brun o brunne) e il suo significato principale è “scuro”, “marrone”. Divenne popolare nel Medioevo grazie a San Bruno, fondatore dell’Ordine Certosino. Possiamo supporre che il nome Bruno Rabajotti significhi qualcosa come “scatto d’ira” o “oscuro accesso d’ira”, con riferimento a quello di Padre Pio, sempre tenendo conto della fiction e non del vero temperamento del santo di Pietrelcina. E’ vero che La Domenica non era propriamente una rivista di letteratura, ma il supplemento domenicale del Corriere della Sera, che ebbe lunga durata – quasi cento anni – e le sue copertine accattivanti la resero una delle preferite dai collezionisti. Tuttavia, dagli anni Settanta, il settimanale dovette competere con pubblicazioni simili o migliori, e nel 1989 cessò di essere pubblicata (2). Forse perché il settimanale era a rischio, ricorse alle audaci affermazioni di Carpi per incrementare le vendite. Tuttavia, gli stessi frati dell’Ordine dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo, assicurarono che quel tale Rabajotti non era conosciuto da nessuno di loro e che in nessun modo poteva essere stato un figlio prediletto di Padre Pio. I biografi più serii scartarono Carpi come fonte e non ripresero la sua storia. Essi supponevano l’inesistenza del testimone, principalmente perché non era mai apparso ad alcun altro se non a Carpi. Ciononostante, il mito arrivò all’agiografia del giornalista Saverio Gaeta: Padre Pio sulla soglia del Paradiso (2002), il quale credeva che Bruno Rabajotti, il figlio prediletto di Padre Pio, fosse realmente esistito. Non solo, ma lo citò come testimone diretto di quello che egli raccontò. Anche Sancho Panza credeva indubbiamente, non solo nell’esistenza di Benengeli, ma anche nella serietà della sua professione di storico. Tuttavia, non affermò mai di averlo visto o sentito. E in questo, il nostro Saverio Gaeta supera di gran lunga il contadino Sancho, perché quando quest’ultimo disse di aver visto Dulcinea del Toboso cavalcare un cavallo cananeo (Sancho disse cananeo) impennarsi, sapeva di mentire e lo fece per evitare di turbare il suo padrone con due dolorose verità: primo, che aveva perso la lettera che doveva consegnare, e secondo, che Dulcinea non esisteva. Ma Gaeta non solo crede in Rabajotti, lo ha visto e intervistato, e si riferisce a lui persino come a un “professore”. La questione delle scomuniche della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha riacceso il mito dell’incontro fra Padre Pio e Mons. Lefebvre, che è riemerso sui social media, probabilmente con l’intenzione di sminuire la figura del fondatore della Fraternità. Un tale Alejandro Bermúdez, nel suo blog Hoy en la Iglesia (Oggi nella Chiesa), ha citato l’incontro tra Lefebvre e Padre Pio, secondo la versione di Saverio Gaeta, che in realtà è la storia di Pier Carpi. Lo stesso ha fatto il sito Specola nei primi di luglio di quest’anno. Tutto questo ha obbligato la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha pubblicare nella sua sezione Attualità che l’inganno di Carpi era ben noto a Mons. Lefebvre, il quale a tale proposito aveva dichiarato: «Ormai da diversi anni
circola in Italia questa calunnia, una notizia del tutto inventata. Io
l’ho già smentita, ma le bugie sono difficili da sradicare; non
vi è una sola parola di verità nella rivista che mi hai
fotocopiato.
«L’incontro, avvenuto dopo la Pasqua del 1967, durò due minuti. Ero accompagnato da Padre Barbara e da un fratello della Congregazione dello Spirito Santo, Frate Félin. Ho incontrato Padre Pio in un corridoio diretto al confessionale e accompagnato da due cappuccini. «Gli spiegai brevemente lo scopo della mia visita: che benedicesse la Congregazione dello Spirito Santo che si apprestava a tenere un Capitolo Generale straordinario, come tutte le Congregazioni religiose, sul tema dell’“aggiornamento”, una riunione che temevo potesse causare serie difficoltà… «Allora, Padre Pio esclamò: “Io benedire un arcivescovo! No, no, sei tu che devi benedirmi!». «E si chinò per ricevere la mia benedizione. Lo benedissi, baciò il mio anello e continuò il suo cammino verso il confessionale. «Questo fu tutto. Né più, né meno. «Inventare una storia come questa che mi hai mandato dimostra una immaginazione satanica e una grande disonestà. L’autore è un figlio del Padre della Menzogna. «Grazie per avermi dato l’opportunità di dire ancora una volta la pura verità. «Con profondo affetto in Cristo e Maria, ✠ Marcel Lefebvre». Ma è così che vanno le cose con gli intrecci della fiction, soprattutto quando si fanno senza timore di Dio. Forse Carpi non fu sorpreso dalle conseguenze di vasta portata della sua fantasia e si preparò ad osservare in prima persona le conseguenze del suo inganno. O forse è vero che in una piazza del quartiere di Alcaná di Toledo, Gaeta, Bermúdez e Specola, comprarono il quaderno arabo di Cide Hamete Benengeli. NOTE 1 – I suoi racconti: Le Profezie di Giovanni XXIII. Identikiller, Citta armonio. Via Sopra La Nebbia, Spirali. La morte facile (1964). Storia della magia (1968). Il mistero di Sherlock Holmes. Le società segrete (1969). Cagliostro il taumaturgo (1972). 2 – L’intera rivista è stata digitalizzata fin dal 1970, ragione per la quale non siamo riusciti a trovare il numero citato qui. Può essere consultato su: htpps://commons.wikimedia.org/wiki/Category:La_Domenica_del_Corriere_by_period |