Écône 1 luglio 2026:

il racconto di un pellegrino polacco





La testimonianza di Damian Marszal








Pellegrini a Ecône 1 luglio 2026


Il 1 luglio 2026, le consacrazioni episcopali celebrate a Ecône hanno annoverato la presenza di più di 15.000 fedeli venuti da ogni parte del mondo.

Di seguito, la testimonianza di un fedele polacco, che parla del suo pellegrinaggio, delle sue impressioni, dei suoi incontri e delle sue emozioni.



L’arrivo a Ecône, nel cuore delle Alpi

Sono arrivato a Ecône alle sei del mattino con un gruppo di fedeli venuti dalla Polonia.
Questo piccolo villaggio è situato nella valle del Rodano, che attraversa il Cantone Vallese da Est e Ovest. Al di sopra si ergono in tutta la loro maestà le più alte vette della Alpi Pennine svizzere.  Tutto intorno vi sono dei vigneti e frutteti terrazzati, che da generazioni sono l’orgoglio di Ecône.
Le albicocche che maturavano sugli alberi sembravano così invitanti che avrei voluto coglierle. Purtroppo, non appartenevano al seminario, ma ai contadini vicini.
Va detto, tuttavia, che questi contadini sostengono il seminario di Écône da molti anni e sono dei vicini benevoli.

Fin dall’inizio del viaggio, abbiamo incontrato molti giovani, per lo più scout legati alla Tradizione cattolica, che gentilmente ci hanno indicato la strada ed erano pronti ad aiutare i pellegrini.

Ci siamo subito resi conto di trovarci in un ambiente davvero internazionale. Abbiamo incontrato brasiliani, messicani, irlandesi, gabonesi e pellegrini provenienti da molti altri paesi.
Un amico ha persino scambiato qualche parola con un sacerdote filippino arrivato con un gruppo di fedeli.
Dovrei menzionare anche un autobus pieno di pellegrini cechi, visto che la Repubblica Ceca è da tempo tra i paesi più secolarizzati al mondo ed è spesso descritta come il paese più scristianizzato d’Europa.

Fin dall’inizio, i Polacchi hanno intavolato spontaneamente delle conversazioni.

Per la maggior parte del tempo, abbiamo ammirato gli straordinari paesaggi che circondavano il seminario. Dopo una breve passeggiata di appena duecento metri, siamo arrivati ai cancelli d’ingresso, dove ogni partecipante ha ricevuto un braccialetto identificativo. Questo fungeva anche da portafoglio elettronico, consentendo l’accesso alle strutture allestite per l’evento.
Questo elemento ha permesso di comprendere la portata dei preparativi.

Al centro si ergeva un’immensa tenda che ospitava l’Altare e i posti riservati ai vescovi, ai sacerdoti, ai fratelli e alle suore della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Erano state allestite sezioni separate per i pre-seminaristi e i terziari.

Nell’ampio prato che circondava la tenda, erano state disposte migliaia di sedie per i fedeli.

Ovunque, volontari e scout erano pronti ad aiutare.
L’abbigliamento tradizionale indossato sia dagli organizzatori che dai pellegrini era davvero sorprendente.
Gli uomini indossavano camicie bianche; molti, nonostante il caldo, abiti eleganti o costumi tradizionali regionali. Le donne portavano abiti o gonne modeste, e molte avevano scelto i magnifici costumi popolari dei propri paesi.
Persino i bambini erano vestiti con abiti elegantissimi, che non avevano nulla da invidiare agli adulti.

Lungo la strada che conduceva al luogo della cerimonia, erano state allestite delle postazioni in legno dove era possibile ricevere assistenza in diverse lingue.

Ogni partecipante ha ricevuto un libretto stampato con cura contenente il testo della Santa Messa e del rito della consacrazione episcopale, oltre a un berretto bianco con il logo ufficiale dell’evento.

Più tardi, l’intero prato antistante il tendone sembrava brillare per la presenza di migliaia di copricapi bianchi.

Non mi dilungherò ulteriormente sull’organizzazione materiale o sulle strutture approntatee. Basti dire che tutto era stato preparato in modo esemplare. Nonostante la presenza di diverse migliaia di pellegrini, era difficile riscontrare il minimo difetto.

Una volta giunti sul posto, ci siamo subito resi conto delle dimensioni della delegazione polacca. I fedeli provenivano da quasi ogni regione del paese. Abbiamo incontrato molti conoscenti, condiviso le nostre prime impressioni e parlato del viaggio.

Ma gli incontri più gioiosi sono stati quelli con amici provenienti da ogni angolo del mondo. Alcuni si sono ricongiunti con persone conosciute durante i pellegrinaggi a Jasna Góra o da Chartres a Parigi. Molti hanno rivisto sacerdoti che non vedevano da anni, sacerdoti che un tempo avevano avuto un ruolo significativo nelle loro vite.
È stato davvero come partecipare ad un’enorme riunione di famiglia, incentrata su una fede condivisa e sull’amore per la Tradizione cattolica.


Sulle tracce di Mons. Marcel Lefebvre

Io sono convinto che molti di quelli che venivano per la prima volta a Ecône desiderassero soprattutto visitare la tomba di Mons. Marcel Lefebvre, l’uomo senza il quale noi non saremmo stati qui oggi.

A questo punto mi permetto una breve digressione.

Fu solo dopo molti anni trascorsi sotto la guida dei sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X che compresi appieno l’opera compiuta da Mons. Lefebvre.
Dal Concilio Vaticano II in poi, e ancor più negli anni immediatamente successivi alla sua conclusione, molti sacerdoti e fedeli percepirono la profonda crisi che la Chiesa stava attraversando. Di fronte ai cambiamenti in atto, la tentazione naturale era quella di rifiutare non solo gli errori, ma anche l’autorità stessa del Papa. Fu così che nacquero i gruppi sedevacantisti.

La saggezza di Mons. Lefebvre lo portò a comportarsi diversamente: egli non voltò le spalle alla Chiesa, né al papato. Si oppose a ciò che considerava dannoso per la fede, ma non rifiutò mai l’istituzione fondata da Cristo.
Si può dire che lottò contro quelli che considerava errori o decisioni pericolose, senza mai allontanarsi dalla stessa Chiesa. Questa posizione rimane difficile da comprendere per molti ancora oggi, perché richiede di distinguere la persona e l’ufficio dalle azioni che possono suscitare gravi riserve.

Non intendo qui aprire una discussione sulla scomunica, sullo scisma o sulle complesse questioni di diritto canonico. Altri sono ben più competenti in merito. D’altra parte, vale la pena ascoltare la testimonianza di coloro che hanno dedicato tutta la loro vita a rimanere fedeli alla fede cattolica.
Le loro vite e le loro opere restano il miglior commento sugli avvenitemti, i cui frutti possiamo contemplare ancora oggi.


Il seminario, cuore vivente della Tradizione

Vi erano ancora molte ore prima dell’inizio della cerimonia.
Con il nostro gruppo decidemmo di approfittarne e fare una passeggiata nel parco del seminario.
Il sito su cui è costruita Ecône sembra che sia stato creato per la preghiera e la contemplazione. L’austera bellezza delle Alpi si armonizza con la dolcezza della valle del Rodano, cosparsa di frutteti e vigneti. Le imponenti montagne che attorniano quasi interamente il seminario danno una impressione molto particolare. Ricordano all’uomo la sua piccolezza, mentre il silenzio che regna tutt’intorno permette di distaccarsi dall’agitazione quotidiana e di rivolgere la sua mente verso l’essenziale.
E non è difficile capire perché da più di mezzo secolo generazioni di sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X hanno ricevuto qui la loro formazione.

A questo punto mi permetto una nuova digressione.

Benché il seminario di Ecône sia la casa di formazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, esso è anche da molti anni un luogo d’incontro per numerose comunità religiose fedeli alla Tradizione cattolica.
Vi si possono incontrare benedettini e cappuccini di osservanza tradizionale, domenicani e redentoristi. Oggi erano presenti anche le religiose e gli oblati della Fraternità, carmelitani, francescani e clarisse le cui comunità conservano la liturgia e la spiritualità tradizionali.

Questa eccezionale concentrazione di famiglie religiose differenti permette di prendere coscienza della ricchezza e della diversità del mondo della Tradizione cattolica.
Se ogni Istituto ha un suo proprio carisma ed una sua propria storia, tutti sono uniti dalla fedeltà alla dottrina immutabile della Chiesa e alla liturgia tradizionale.

In occasione di questo incontro con le religiose, ho vissuto un momento che non dimenticherò mai. Il mio sguardo fu attratto da una giovane religiosa che subito ho riconosciuta come un’amica della nostra famiglia. Aveva preso i voti religiosi proprio all’inizio del mese di giugno a Narni, in Italia.
Quando i nostri sguardi si sono incrociati, un sorriso sereno che noi conoscevamo bene illuminò il suo viso. In quel momento accadde qualcosa che non mi sarei mai aspettato: le lacrime iniziarono a scorrere sulle guance di un uomo che si era sempre considerato piuttosto forte – padre di cinque figli.
Rimasi senza parole per un lungo momento.

Mi si perdoni questa osservazione personale, ma devo dire che ho provato una emozione simile più volte nel corso del mio soggiorno a Ecône.
Vi era in questo luogo qualcosa che è difficile esprimere a parole.

Era la consapevolezza di partecipare ad un evento storico o l’atmosfera di preghiera e di fede che impregnava tutto? Non lo so.
Ma una cosa è certa: non si va via da Ecône lo stesso uomo che si era prima.

Ecône non è solo il seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X. In pratica esso costituisce il centro informale della Tradizione cattolica nel mondo, un luogo dove affluiscono fedeli, sacerdoti e religiosi da quasi tutti i continenti.

Passegiando per il complesso del seminario, siamo giunti alla cripta in cui sono sepolti Mons. Bernard Tissier de Mallerais e Mons. Vitus Huonder. Il momento di preghiera passato sulle loro tombe è stato l’occasione per meditare sulla loro vita.

In seguito ci siamo diretti verso lo stand della libreria cattolica. Con mia grande delusione, la grande maggioranza delle opere esposte era dispobile solo in francese, lingua che, sfortunatamente non conosco. Tuttavia, vi erano numerosi souvenir legati a Ecône: corone del Rosario, scapolari, medaglie e pubblicazioni edite appositamente per la cerimonia di consacrazione.

Percorrendo il complesso del seminario non cessavamo di meravigliarci per la diversità delle nazionalità riunite in questo piccolo angolo della Svizzera.
Ad ogni tratto incontravamo dei pellegrini che parlavano una lingua diversa, ma nonostante le differenti origini, un sorriso, un cenno del capo o un semplice saluto bastavano a percepire il legame creato dalla fede comune.

Ricordo in particolare una giovane coppia venuta dall’Estremo Oriente: non saprei dire se dal Giappone o dalla Cina. Il loro raccogliemento, la loro eleganza e la loro semplicità erano un rinnovato esempio dell’universalità della Chiesa.
Ad un certo punto la nazionalità non contava più: tutti eravamo venuti a Ecône per lo stesso motivo e ci sentivamo membri di una sola grande famiglia cattolica.

Ho provato anche una grande gioia incontrando quattro signore venute dal Gabon, con le quali ho potuto scambiare alcune parole. I loro magnifici abiti nazionali per la festa hanno attirato l’attenzione di quasi tutti i presenti.
Ma ciò che mi ha colpito ancora di più è stata la loro testimoniaza: raccontarono i loro incontri con Mons. Marcel Lefebvre, che si era recato a Libreville negli anni Ottanta. Per loro non era solo un personaggio conosciuto dai libri o dalle foto, ma un uomo che avevano conosciuto personalmente e di cui conservavano un ricordo pieno di gratitudine.
Questa breve conversazione mi ha fatto ancora comprendere la portata dell’eredità spirituale dell’arcivescovo e la vitalità della sua memoria anche negli angoli più remoti del mondo.

Durante la nostra passeggiata mattutina non abbiamo potuto visitare la cripta della chiesa del Cuore Immacolato di Maria, dove è sepolto Mons. Marcel Lefebvre.
La chiesa era chiusa ai fedeli perché vi si stavano preparando i quattro sacerdoti che avrebbero dovuto partecipare alla consacrazione episcopale.

Da lì sarebbe partita la processione per l’apertura dei riti di consacrazione.


Una processione di una ampiezza e di una articolazione eccezionali

Una volta ultimate le preghiere, al suono delle campane, la processione ha lasciato la chiesa e si è diretta verso il grande prato adiacente al seminario.
A causa del gran numero di pellegrini venuti da tutto il mondo, le cerimonie non hanno potuto svolgersi all’interno della chiesa.
Era stata approntata una enorme tenda per ospitare la Messa solenne e il rito di consacrazione episcopale.

La stessa processione è stata una  impressionante testimonianza della vitalità della Tradizione cattolica. Essa era composta da circa cinquecento sacerdoti e da quasi trecento religiosi e seminaristi. Le religiose, come prescritto dal cerimoniale romano, non hanno partecipato alla processione. Circa duecento di loro avevano dei posti riservati sotto la tenda, da dove hanno potuto seguire tutta la cerimonia.

Per diverse dozzine di minuti, la processione si è dispiegata senza interruzione in direzione dell’Altare. In testa avanzavano i seminaristi e i fratelli, seguiti da centinaia di sacerdoti in cotta e stola; venivano in seguito i Superiori della Fraternità, i quattro candidati e i due consacranti: Mons. Alfonso de Galarreta e Mons. Bernard Fellay.

Vista da lontano, questa lunga processione sembrava un ampio fiume bianco e nero che serpeggiava attraverso il paesaggio alpino.

Questa vista fece una profonda impressione su tutti i partecipanti.
I quindicimila fedeli raccolti intorno all’Altare accolsero la processione con riverenza e profonda commozione. Era difficile non percepire il sentimento di partecipare ad un avvenimento che avrebbe segnato durevolmente la storia della Fraternità Sacerdotale San Pio X e di tutto il mondo della Tradizione cattolica.

Mi ha profondamente impressionato la maestà di Mons. Alfonso de Galarreta e di Mons. Bernard Fellay. Per l’uomo di oggi, abituato al tumulto, alla precipitazione permanente e alla banalità del quotidiano, vedere centinaia di sacerdoti camminare in perfetto ordine e in profondo silenzio, vestiti con i paramenti liturgici tradizionali, con le maestose Alpi sullo sfondo, è quasi una esperienza fuori dal tempo. 

In momenti come questi, è più facile comprendere perché la Chiesa abbia circondato la santa liturgia da un così grande splendore nel corso dei secoli.
La sua maestà esteriore, la sua bellezza e la sua dignità non sono fini a se stesse, esse conducono l’uomo verso la realtà invisibile, gli ricordano che partecipa ad un mistero che supera l’ordine terreno.
La liturgia diventa allora, non solo una preghiera, ma anche un segno eloquente della grandezza di Dio ed una anticipazione della bellezza della liturgia celeste.

Alla processione hanno partecipato anche i quattro vescovi designati: Don Marc Hanappier, Don Michel Poinsinet de Sivry, Don Michael Goldade e Don Pascal Schreiber.
La loro calma e compostezza hanno rivelato che erano pienamente coscienti dell’importanza del momento che tra poco avrebbe trasformato tutta la loro vita sacerdotale.


Il rito tradizionale della consazcrazione episcopale

Dopo che tutti ebbero occupati i posti sotto la tenda, ha avuto inizione la Messa solenne.
Subito prima del rito di consacrazione, il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X: Don Davide Pagliarani, ha pronunciato un’omelia.
In questo commovente sermone di una ventina di minuti, egli ha parlato prima di tutto del dovere di conservare e di difendere l’immutabile deposito della fede cattolica. Ha sottolineato la situazione paradossale in cui si trova la Fraternità da decenni: essa desidera servire la Chiesa come sua Madre, pur accettando di portare il peso delle accuse e dell’essere considerata da Roma come un gruppo disobbediente.
Le parole di Don Pazgliarani non hanno espresso né amarezza né rivolta, ma solo il convincimento che è necessario preservare ciò che la Chiesa ha trasmesso ininterrottamente per secoli.

Dopo l’omelia ha avuto inizio il rito solenne della consacrazione episcopale secondo il Pontificale Romano tradizionale.

Il primo passo è stato la pubblica professione di fede e il giuramento di fedeltà.
I candidati hanno affermato la loro volontà di conservare la fede cattolica e di rimanere fedeli alla Tradizione della Chiesa.
Poi è stata posta la domanda prevista dal Pontificale: «Avete il mandato apostolico?»
Nelle circostanze dello stato di necessità, la risposta si è riferita al principio secondo il quale la suprema legge della Chiesa rimane la salvezza delle anime.

In seguito, i quattro candidati si sono prostrati a faccia in giù davanti all’Altare: un segno di totale abbandono a Dio.
Nel frattempo, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli si sono inginocchiati per cantare le Litanie dei Santi.

Per me, questo è stato uno dei momenti più toccanti di tutta la cerimonia.

Il punto culminante del rito è stato l’imposizione delle mani e la trasmissione della successione apostolica. Mons. Alfonso de Galarreta e Mons. Bernard Fellay hanno imposto successivamente le mani sulla testa di ciascuno del candidati. Quindi, sulle loro nuche sono stati posti i libri aperti dei Vangeli: segno eloquente che il vescovo si sottomette all’autorità della Parola di Dio, e la sua missione è, non solo di predicarla, ma anche di custodirla fedelmente.

Durante il canto del Veni Creator Spiritus, il vescovo consacrante ha unto col Santo Crisma la testa e le mani dei nuovi vescovi. Quindi ha consegnato a ciascuno le insegne della dignità episcopale: l’anello, il pastorale e il libro dei Vangeli, segni della loro unione spirituale con la Chiesa, della loro responsabilità pastorale e del loro costante dovere di annunciare il Vangelo.

Al momento dell’Offertorio, i nuovi quattro vescovi della Fraternità erano all’Altare a fianco di Mons. Alfonso de Galarreta, partecipando per la prima volta all’offerta del Santo Sacrificio nella pienezza del sacerdozio episcopale.

Si è trattato di un momento paricolarmente eloquente: il culmine di un rito per il quale si erano preparati durante tutta la loro vita sacerdotale.

A questo punto è opportuno menzionare un altro particolare che ha rivestito per tutti i partecipanti un profondo valore simbolico.

Nel rito della consacrazione episcopale, il momento centrale è il Prefazio consacatorio, nel corso del quale il vescovo prega perché Dio effonda abbondantemente i Suoi doni sui nuovi pastori e comunichi loro la potenza dello Spirito Santo.

Il violento acquazzone che si scatenò subito dopo la conclusione delle consacrazioni è stato interpretato da molti come un’immagine paricolarmente espressiva, quasi tangibile, di detta «effusione» delle grazie per la quali la Chiesa aveva appenza pregato.
I torrenti di pioggia divennero ai loro occhi il simbolo dell’abbondanza dei doni dello Spirito Santo che si erano appena realizzati nell’ordine soprannaturale invisibile. 

Mi si permetta adesso una nuova riflessione personale.

Il canto del Te Deum laudamus, intonato con forza dalle migliaia di fedeli riuniti, mi ha profondamente commosso. Non ho potuto trattenere le lacrime. Fu solo dopo alcuni momenti che mi sono reso conto che non ero il solo ad essere sommerso dall’emozione: intorno a me vi erano numerose persone dagli occhi lucidi che cercavano discretamente di asciugarsi le lacrime.
In quel momento, nulla di tutto questo mi è sembrato imbarazzante, al contrario, mi è sembrato perfettamente naturale.

Dopo la cerimonia, i nuovi vescovi hanno lasciato la tenda e si sono recati in mezzo alle migliaia di fedeli per impartire loro, per la prima volta, la loro benedizione episcopale.

E’ difficile descrivere l’atmosfera che regnava in quel momento.

Ho visto degli uomini piangere apertamente per la gioia e l’emozione, per non parlare delle donne.

Alla fine dela cerimonia, tutta l’assemblea ha intonato l’inno in onore di San Pio X: Sancte Pie Decime. E’ stata una conclusione paricolarmente eloquente di una giornata che rimarrà per molto tempo impressa nella memoria di tutti partecipanti.

Sopra la folla aleggiava un profondo senso di gratitudine per il dono della fede e per la grazia di aver ritrovato e preservato la Tradizione cattolica.

Ho avuto l’impressione che questa stessa gioia era condivisa da quasi tutti i partecipanti.


Il giorno dopo le consacrazioni

Se l’atmosfera che regnava ad Ecône era profondamente solenne e gioiosa, il giorno dopo, il Vaticano, tramite il cardinale Fernádez, rilasciò una dichiarazione ufficiale che affermava che la consacrazioni episcopali effettuate dalla Fraternità senza l’autorizzazione del Papa, costituivano un atto scismatico e comportavano la scomunica immediata (latae sententiae) dei sei vescovi interessati, nonché la scomunica dei sacerdoti, dei fratelli e dei fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Molti di essi che erano venuti ad Ecône dalle regioni più lontane del mondo.
Il costo del viaggio, le lunghe ore trascorse in auto o in aereo, nonché i numerosi sacrifici compiuti rappresentavano per loro una vera offerta. A ciò si era aggiunta la loro lealtà ai nuovi vescovi durante il violento acquazzone che si era abbattuto poco dopo, inzuppando tutti in pochi momenti fino alle ossa, e tuttavia, nessuno pensò di andarsene.

Era il sacrificio di persone che, nella loro vita quotidiana, si sforzano di vivere secondo la fede della Chiesa cattolica, spesso andando controcorrente rispetto al mondo contemporaneo e alle ideologie che lo dominano.

Contemplando i pellegrini riuniti, era difficile non scorgere una continuità spirituale con quei giovani seminaristi che, alcuni decenni prima, si erano rivolti a Mons. Marcel Lefebvre chiedendogli di guidarli sulla via della Tradizione cattolica, di fronte agli sconvolgimenti rivoluzionari che stavano trasformando i loro seminari e la vita della Chiesa.

Osservando i quindicimila fedeli riuniti ad Ecône, si poteva percepeire che quella richiesta di allora non era rimasta inascoltata.
Da quel piccolo gruppo di seminaristi è nata un’opera che oggi riunisce sacerdoti e fedeli in tutti i continenti.





luglio 2026
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