Sacerdozio femminile:

se la dottrina è inscalfibile,

ci pensino liturgia e diritto a bypassarla



di Gaetano Masciullo






Pubblicato su Messa in Latino










L’impossibilità di modificare formalmente la dottrina sull’ordinazione femminile sta inducendo alcuni ambienti ecclesiali a perseguire lo stesso risultato attraverso la liturgia e perfino il diritto civile europeo.

Talvolta si ha l’impressione che l’alta gerarchia cattolica guardi al mondo anglicano con ammirazione e stupore, quasi come si guarda un vicino “di successo”, ma senza riuscire bene a capire come e cosa fare per raggiungerlo e uguagliarlo.
In effetti, la Comunione anglicana presenta diverse caratteristiche che, agli occhi dei neo-modernisti, appaiono più che allettanti: diffusa teologia woke, episcopalismo e collegialismo assoluto, sinodalità, larga partecipazione dei laici nel governo, sacerdozio femminile in ogni grado, resa totale al linguaggio politicamente corretto.

Re Carlo è ufficialmente il capo della Comunione anglicana, ma non è possessore di un primato analogo a quello petrino per i cattolici: un primato puramente simbolico e costituzionale, un portavoce che di fatto non esercita alcun potere spirituale o dottrinale, e che rappresenta solo l’unità della Comunione stessa.

Tutto è deciso a livello locale: ogni Chiesa nazionale (come la Church of England, la Episcopal Church USA, la Church of Nigeria, ecc.) che partecipa alla Comunione anglicana decide da sé come interpretare questa o quella dottrina.
Se un fedele non condivide le posizioni della propria Chiesa, può chiedere di aderire a un’altra Chiesa anglicana o a una comunità affine, senza rompere formalmente la comunione.

Non è forse un sogno per i vari Cupich, Radcliffe, Hollerich? Sinodalità vissuta fino in fondo!

Non dimentichiamo che Re Carlo – sebbene, secondo dottrina, sia il capo di una Chiesa scismatica i cui sacramenti sono non solo illegittimi, ma totalmente invalidi – è stato insignito formalmente dalla Santa Sede con il titolo di “Confratello reale di San Paolo”, il 23 Ottobre 2025. Si tratta di un titolo onorifico legato alla Confraternita laicale della Basilica di San Paolo fuori le Mura, storicamente legata alla monarchia inglese, e ha partecipato ad una preghiera ecumenica con il Papa nello stesso giorno.

Anche l’Arcivescovo di Canterbury è considerato dalla Comunione anglicana un vescovo primus inter pares (“primo tra pari”), cioè un punto di riferimento spirituale e simbolico, non un legislatore universale.
Com’è noto, per la prima volta nella storia anglicana, l’Arcivescovo è adesso una donna.

Sarah Mullally, ex infermiera, femminista, favorevole all’aborto e alle teorie di genere, è stata ricevuta in udienza da Leone XIV lo scorso 27 Aprile.
Il Papa non ha avuto riserve nel rivolgersi alla Mullally con il tradizionale appellativo episcopale di “Vostra Grazia”, pur sapendo e credendo – spero – che quella donna non è un vescovo, non avendo ricevuto validamente alcun Ordine sacro, ma solo una donna vestita da vescova.



Perché i modernisti sono ossessionati dal sacerdozio femminile

Quell’incontro non è passato inosservato. Il tema del sacerdozio femminile inquieta, interroga profondamente le anime rivoluzionarie dei teologi, dei vescovi, dei cardinali neo-modernisti che oggi occupano le cattedre romane, i quali vogliono vedere realizzata, dall’alto dei loro scranni (relativamente in alto, in realtà), l’utopia di una Chiesa al servizio di una comunità mondiale dove tutte le nazioni e tutte le religioni cooperano, guidati da un nuovo Neemia, per costruire la nuova Gerusalemme, il paradiso in terra. (Esattamente il sogno distopico descritto in Magnifica Humanitas.)

A differenza che nella Comunione anglicana o in altre confessioni protestanti, tuttavia, nella Chiesa cattolica aggirare questo pesante fardello dottrinale del privilegio patriarcale del sacerdozio non è facile. Esso è un vero ostacolo alla rivoluzione neo-modernista nella Chiesa, perché con la sua sola presenza confuta tutti i discorsi egalitaristi: se siamo tutti uguali, se non esistono differenze su nessun ordine e grado, se tutte le differenze sono intrinsecamente ingiuste, se tutti gli esseri umani godono di dignità infinita e quindi di diritti infiniti, perché le donne non hanno diritto ad essere consacrate sacerdotesse?

Nel cattolicesimo sussiste quell’odioso e fastidioso dogma dell’infallibilità pontificia, non a caso combattuto e ridicolizzato dalle sette massoniche sin da prima della sua proclamazione nel Concilio Vaticano Primo. Un timbro divino sulla dottrina e sulla morale, che preclude ogni possibilità formale di revoca, perché equivale a dire: questo la Chiesa ha sempre e dovunque creduto, nonostante le resistenze e le novità degli eretici, e questo dobbiamo trasmettere alle future generazioni, perché nessuno nella Chiesa, neanche il Papa, ha ricevuto da Dio l’autorità di cambiare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che falso.

Il privilegio patriarcale del sacerdozio rientra tra le cose solennemente e dogmaticamente definite. Se perciò la dottrina è inscalfibile, bisogna trovare altre vie per modificarla, per sostituirla, per gettarla nell’oblio se fosse possibile.
Se non si può fare entrare il nemico dalla Porta del Dogma, si cerchi di farlo entrare dalla finestra: “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. […] Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere” (Gv 10, 1.10).

Per questo motivo oggi i novatores invitano a non fare più dibattiti dottrinali sul diaconato o sul sacerdozio femminile, ma a “guardare oltre”.
Concretamente significa per il momento affidare a donne ruoli di governo: amministratrici parrocchiali, vicarie dei vescovi, fino ad arrivare ai ruoli di prefetto e pro-prefetto presso i dicasteri romani.
In questo modo, come avviene già nel mondo civile quando determinati ruoli vengono assegnati in base a criteri come l’appartenenza etnica, la disabilità fisica o il genere sessuale, anziché in base alla competenza, si introduce una logica di rappresentanza che, lungi dal promuovere la giustizia sociale, mina l’efficacia stessa delle istituzioni.
In ambito ecclesiale, questo principio produce effetti ancora più gravi: la giurisdizione viene gradualmente privata di ogni relazione con l’Ordine sacro, e il governo della Chiesa assume i tratti di una burocrazia secolare, dove il criterio della grazia è sostituito da quello dell’inclusività.



La Via Liturgica

I neo-modernisti hanno così due possibili finestre, due possibili vie per riformare la Chiesa secondo le aspettative egualitariste e rivoluzionarie del mondo. Ricordiamo sempre che il fine ultimo e gnostico del processo storico cui si è soliti dare il nome di Rivoluzione è l’uguaglianza assoluta: eritis sicut Deus.

La prima via è quella della liturgia novus ordo. A differenza di quella tradizionale, infatti, la liturgia montiniana è costitutivamente suscettibile di abusi. Le rubriche non sono fisse, ma sottoposte alla dittatura degli “oppure”. Ora, nell’ottica del modernista, il confine tra “oppure”, abuso ed esperimento è molto labile, quasi non esiste. Il Messale di Paolo VI fu promulgato come rito compiuto e normativo, non come testo provvisorio o sperimentale.La prima via è quella della liturgia novus ordo. A differenza di quella tradizionale, infatti, la liturgia montiniana è costitutivamente suscettibile di abusi. Le rubriche non sono fisse, ma sottoposte alla dittatura degli “oppure”. Ora, nell’ottica del modernista, il confine tra “oppure”, abuso ed esperimento è molto labile, quasi non esiste.
Il Messale di Paolo VI fu promulgato come rito compiuto e normativo, non come testo provvisorio o sperimentale.

Tuttavia, la teologia liturgica post-conciliare ha introdotto un principio di “riforma permanente”, secondo cui la liturgia sarebbe sempre “in evoluzione” per rispondere alle esigenze pastorali e culturali del tempo.
Un esperimento che non ha mai fine.

Infatti, uno dei più prestigiosi vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola in odore di diventare il prossimo arcivescovo di Milano (niente meno), non ha avuto alcun pudore nel proporre, lo scorso 24 Maggio, durante una conferenza femminista, una proposta di riforma liturgica molto particolare, ovvero quella di istituire una co-presidenza della Messa. La Liturgia della Parola verrebbe così diretta da una donna, che “annuncia la Pasqua” come una novella Maria Maddalena, mentre la Liturgia Eucaristica rimarrebbe di pertinenza del ministro consacrato.



La Via Giuridica

C’è però una seconda via, più perversa, perché inverte il rapporto tradizionale tra Chiesa e potere civile. Lo scorso 12 Luglio, un articolo a firma di un collettivo di teologi e giurisperiti è apparso sulle pagine di La Croix, il quotidiano di riferimento dei vescovi francesi.

Secondo gli autori, l’incontro tra Leone XIV e Sarah Mullally è stato un segnale che potrebbe favorire una revisione della disciplina cattolica sull’ordinazione maschile.
La proposta per avviare questo processo di revisione non è quella di contestare direttamente la dottrina cattolica. Approccio riconosciuto dagli studiosi come destinato a fallire in partenza. Piuttosto, bisognerebbe trovare il modo per portare la questione davanti ai tribunali civili europei, trattandola come un problema di uguaglianza e discriminazione.

Secondo i giuristi, negare alle donne l’accesso a ruoli che comportano autorità di governo, insegnamento e santificazione equivarrebbe a una discriminazione basata sul sesso. E se è vero che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo tutela l’autonomia delle comunità religiose nel definire le proprie regole interne, dicono gli autori, è anche vero che la libertà deve sempre cedere il passo all’uguaglianza. Principio caro della Rivoluzione e della sua aberrante manifestazione socio-economica, ovvero il socialismo.

Poiché il Vaticano si trova nel cuore dell’Europa – questa è la tesi implicita ma centrale dello studio – esso deve rendere conto al diritto dell’Unione Europea di ciò che afferma e di ciò che fa, poiché le sue decisioni influenzano direttamente lo stile di vita di milioni di cittadini europei.

Ora, secondo il diritto europeo, le differenze di trattamento devono essere “essenziali, legittime e giustificate”, e soggette al controllo giudiziario. Dal momento che il sesso maschile non è considerato un requisito necessario al retto svolgimento del sacerdozio, sostengono i teologi, tale requisito va “superato”. Se non vuole pensarci la Chiesa gerarchica ad aggiustare le carte in tavola, deve pensarci l’Unione Europea a fare pressione.

Certo, si potrebbe liquidare questa tesi come l’idea bizzarra di qualche giurista francese. D’altronde, in Francia le chiese appartengono allo Stato, e i Francesi sono abituati a pensare che, quando la Chiesa contraddice lo Stato, sia lo Stato a dover prevalere.

Tuttavia, temo che queste dichiarazioni siano solo il sintomo di un fenomeno più ampio.
L’Unione Europea esercita già una pressione costante sul Vaticano su diverse questioni – e in più di un caso ha ottenuto risultati tangibili, spingendo la dottrina cattolica “ufficiale” degli ultimi anni ad allinearsi, non solo nel linguaggio, ai principi giuridici e culturali dell’Unione Europea.
Per fare qualche esempio concreto, a partire da quelli più evidenti:

•    La dottrina sociale recente ha adottato termini e prospettive tipiche dell’agenda ecologista europea, come “transizione verde” e “neutralità climatica”, in sintonia con il Green Deal;

•    La posizione vaticana in tema di migrazioni si è progressivamente uniformata alla narrativa umanitaria dell’UE, privilegiando il diritto all’accoglienza rispetto alla sovranità degli Stati;

•    Sempre più documenti e discorsi ufficiali hanno iniziato a recepire il linguaggio della “uguaglianza di genere” e della “non discriminazione” (si vedano i recenti gruppi di studio sinodali), concetti giuridici propri del diritto europeo;
•    La continua critica alla “società del profitto” e l’enfasi sulla redistribuzione rispecchiano la visione sociale dell’Unione, più che la dottrina economica classica cattolica;

•    La condanna della pena di morte e la conseguente modifica del Catechismo (si consideri che l’abolizione della pena di morte rappresenta una condizione necessaria per poter presentare domanda di adesione all’Unione Europea da parte degli Stati);

•    La sempre più timida condanna esplicita dell’aborto e soprattutto dell’eutanasia, non a caso in questo periodo storico, in cui sempre più Stati europei stanno introducendo disegni di legge per il suicidio assistito;

•    La ridefinizione del concetto di famiglia nei documenti pastorali, sempre più vicina alla visione civile europea, che tende a equiparare ogni forma di convivenza;

•    La crescente integrazione del linguaggio dei diritti umani nella teologia morale, che finisce per subordinare la legge naturale alla legislazione positiva.


Per quasi due millenni, pur tra compromessi, errori e debolezze umane, la Santa Sede ha rivendicato e affermato una posizione di sostanziale indipendenza rispetto ai poteri temporali, anzi di superiorità, perché la Chiesa è la società perfetta cui ogni altra società (famiglia, Stato) deve guardare come al proprio modello.

Proprio questa indipendenza le ha consentito, almeno in linea di principio, di giudicare gli Stati alla luce della legge naturale e della Rivelazione, senza lasciarsi determinare dalle categorie giuridiche o ideologiche passeggere del momento. Oggi, invece, sembra delinearsi un paradigma opposto: non è più il diritto naturale a giudicare il diritto positivo, ma è quest’ultimo a diventare il metro attraverso cui interpretare la bontà o meno della dottrina cattolica.

Non è difficile individuare quali siano tali priorità.
Da anni i documenti ufficiali insistono quasi esclusivamente su temi come sostenibilità ambientale, governance globale, migrazioni, sviluppo sostenibile, inclusione sociale, dialogo interreligioso e lotta ai cambiamenti climatici.
Il Vaticano, soprattutto a partire dall’avvento di Francesco (ma il processo è molto più antico), agisce sempre più come uno strumento di soft power dell’Unione Europea nel resto del mondo.

La diplomazia pontificia gode infatti di una credibilità che molte istituzioni europee non possiedono, specialmente in Africa, in America Latina e in vaste aree dell’Asia.
Quando il Papa parla di ambiente, di migrazioni, di governance globale o di cooperazione internazionale, il suo messaggio raggiunge popoli e governi che difficilmente presterebbero analoga attenzione ai commissari di Bruxelles.

Il prestigio spirituale accumulato dalla Chiesa nei secoli diventa così un efficace moltiplicatore dell’influenza politica europea. E se mettiamo sulla bilancia il fatto che la Cina, negli ultimi anni, ha cercato di esercitare una forte influenza economica e strategica sull’UE in chiave anti-americana (anche se Bruxelles sta cercando di ridurla), è facile fare le somme.

In questo quadro, il dibattito sul sacerdozio femminile assume un significato molto forte. Esso non riguarda semplicemente la possibilità di modificare la disciplina ecclesiastica, bensì il principio stesso secondo cui la Chiesa riceve la propria costituzione da Cristo oppure dagli ordinamenti giuridici passeggeri e fallaci degli Stati e degli organismi sovranazionali.

La strategia, dunque, non consiste nell’abbattere frontalmente il dogma, ma nel renderlo irrilevante.
È un metodo ben più efficace, perché evita lo scandalo di una rottura esplicita e produce, nel lungo periodo, il medesimo risultato: una Chiesa che conserva le formule del passato mentre ne modifica progressivamente il contenuto operativo.






agosto 2026
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