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| Papa Leone XIV canonizzerà un’icona LGBT? La controversia su Don Lorenzo Milani di Gaetano Masciullo ![]() Perché sia Papa
Francesco che Papa Leone XIV stanno elevando uno dei sacerdoti
più controversi del XX secolo?
La rinnovata promozione di Don Lorenzo Milani va ben oltre l’eredità di un singolo individuo: rivela l’orientamento teologico della Chiesa post-sinodale e il futuro della dottrina morale cattolica. Il simbolo di una nuova Chiesa? Il 25 luglio, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pubblicato un post su X in cui, commentando l’ennesimo “pellegrinaggio LGBT” alla tomba di San Francesco d’Assisi, ha scritto: «Ai seguaci della Chiesa sinodale… è
stato ordinato di normalizzare la sodomia. Per fare ciò, non si
accontentano di legittimare o depenalizzare i comportamenti
individuali, ma arrivano persino a canonizzarli. Per questo autorizzano
Messe e pellegrinaggi sacrileghi. Non vogliono solo che il sacerdozio
sia accessibile ai sodomiti e alle persone transgender, ma si preparano
anche a canonizzare un pedofilo omosessuale. In questo contesto, si
comprende come la controversa figura di Don [Lorenzo] Milani (lodato
sia da Bergoglio che da Prevost) sia perfetta – per così dire –
come simbolo della redenzione del modernismo e della sodomia».
E conclude: «Si avvarranno delle leggi
antidiscriminazione non solo per ottenere l’accesso delle donne al
sacerdozio, ma anche per imporre sacerdoti trans e gay».
A prescindere dall’opinione che ciascuno di noi possa avere sulla figura, le idee e le azioni di Viganò, è innegabile che le dichiarazioni dell’Arcivescovo, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, meritino di essere esaminate nella misura in cui sono oggettivamente verificabili. Per quanto riguarda l’utilizzo delle leggi antidiscriminazione per favorire l’accesso delle donne al sacerdozio, ne abbiamo già parlato in una precedente analisi. La strategia denunciata da Viganò, relativa alla normalizzazione degli atti omosessuali nella morale cattolica, è tuttavia già in atto da diversi anni. Negli ambienti ecclesiastici italiani, accanto ai nomi tradizionalmente invocati dai fedeli nella liturgia e nelle devozioni popolari – da Sant’Antonio da Padova a San Pio da Pietrelcina, passando per Santa Rita da Cascia e Santa Gemma Galgani – si sta affermando sempre più una nuova costellazione di figure “non convenzionali”. Sacerdoti un tempo visti con sospetto, talvolta persino censurati dalla gerarchia, vengono oggi “riscoperti” come eroi spirituali e presentati – si noti bene: quasi sempre da parroci, vescovi e cardinali progressisti, più raramente dal popolo – come se fossero già santi, sebbene non ancora canonizzati. Nelle parrocchie più “creative”, i loro nomi risuonano come quelli di maestri di morale, talvolta accostati a icone laiche come Gandhi. Tra questi “nuovi santi” spiccano figure come Tonino Bello, Primo Mazzolari, Andrea Gallo, ma la figura di maggiore importanza per questi ampi settori progressisti della Chiesa italiana è certamente quella – alquanto controversa – di Lorenzo Milani, divenuto simbolo di una pedagogia ribelle e di un cristianesimo sociale che molti oggi vorrebbero reinterpretare come segno dei tempi alla luce dell’attuale contesto rivoluzionario. La domanda a cui cercherò di rispondere in questa analisi è la seguente: perché, dopo decenni di relativa marginalità nella memoria ecclesiastica, questo controverso sacerdote – Don Lorenzo Milani – è diventato, nel giro di pochi anni, uno dei sacerdoti più celebrati del cattolicesimo italiano contemporaneo? Papa Francesco lo ha reso uno dei simboli più ricorrenti del suo pontificato, visitando persino la sua tomba e promuovendo la sua opera in occasioni ufficiali. Leone XIV si mosse nella stessa direzione immediatamente, pochi giorni dopo la sua elezione a Papa. La conclusione di questa analisi, che è già prevedibile, è semplice: la promozione di Don Milani non riguarda principalmente la sua figura storica. Riguarda ciò che quella figura, opportunamente reinterpretata, può rappresentare oggi per correnti ben precise all’interno della Chiesa, in particolare le cosiddette lobby LGBT. Chi era Don Lorenzo Milani? Per comprendere il ruolo simbolico che la figura di Don Lorenzo Milani assume per la gerarchia cattolica in Italia, e per ovvie ragioni in tutto il mondo, è necessario ricostruirne brevemente la storia. Lorenzo Milani nacque nel 1923 in una famiglia dell’alta borghesia fiorentina. La famiglia Milani era nota per il suo attivismo laico e cosmopolita ostile al cattolicesimo. Sua madre, Alice Weiss, era una donna bohémien di origine ebraica; suo padre, Albano, uomo di idee socialiste e liberali, apertamente anticlericale, era imparentato per parte di madre con la famiglia Raffalovich, una ricca famiglia russa anch’essa di origine ebraica. L’ambiente familiare di Lorenzo Milani si distingueva per un elevato livello culturale, ma era uniformemente ostile alla visione tradizionale della vita e del mondo. Alice, già allieva di James Joyce, possedeva una notevole preparazione intellettuale; suo cugino Edoardo Weiss, celebre psicoanalista della scuola freudiana, introdusse la famiglia Milani al pensiero di Sigmund Freud. Nonostante l’atmosfera familiare fosse tutt’altro che favorevole alla religione cattolica, anzi fortemente improntata all’agnosticismo e all’anticlericalismo, Alice e Albano si sposarono secondo il rito cattolico nel 1930 e, nello stesso anno, Lorenzo ricevette il battesimo. Questa scelta fu motivata da prudenza politica, in un’Europa in cui l’ostilità verso gli Ebrei era in aumento. Dopo una conversione improvvisa in gioventù (1943), entrò in seminario (nello stesso anno), dove – per ammissione di chi lo conosceva – manifestò ben presto un temperamento intollerante verso la gerarchia ecclesiastica, e fu infine ordinato sacerdote (1947). I biografi parlano di “conversione”, ma forse sarebbe più appropriato definirla come “adesione” a un certo modo di intendere il cattolicesimo. Purtroppo, è molto facile – soprattutto oggi – confondere l’adesione intellettuale o morale a certi principi propri del cattolicesimo, unitamente all’identificazione con esso, con la conversione, che invece è, come insegna la teologia tradizionale, un cambiamento radicale dell’intelletto, ovvero un’adesione alla Verità rivelata nella sua interezza, ma che comporta anche un cambiamento del cuore, cioè della volontà, per vivere secondo ciò che Dio – e non l’uomo – chiede. Nel caso di Don Milani, il liberal-socialismo predicato da sua madre Alice, alla quale Lorenzo era profondamente legato (a differenza del padre, completamente assente), fu assimilato e rielaborato all’interno della sua nuova identità cattolica, diventando la matrice ideologica del suo pensiero religioso e sociale. In particolare, Lorenzo assorbì dal pensiero liberal-socialista un principio sociologico che sarebbe diventato un pilastro del suo pensiero. Questo stesso principio, dunque, a partire dalla rivoluzione morale del 1968 (ma in Italia è un concetto presente almeno dalla rivoluzione del 1861), giungerebbe a una vasta diffusione sociale: ovvero l’idea che l’elevazione morale dell’individuo passi necessariamente attraverso l’educazione scolastica, preferibilmente diretta dallo Stato. Non più un’educazione alla virtù e alla devozione trasmessa dalla famiglia, ma un’educazione trasmessa dallo Stato. Quanto più ampio è il bagaglio di conoscenze dell’individuo, tanto maggiore sarà la sua inclinazione all’elevazione morale. Questo principio è un paradigma inconscio per la maggior parte delle persone ancora oggi, sebbene sia contraddetto dalla vita quotidiana. Come sacerdote, si dedicò quindi all’educazione dei bambini poveri o provenienti dalle classi medio-basse della popolazione. Nel dicembre del 1954, a causa di “malintesi” con la Curia di Firenze mai chiariti del tutto, Don Milani fu quasi mandato in esilio a Barbiana, un minuscolo e remoto borgo di montagna. Vale la pena ricordare che l’arcivescovo di Firenze di allora non era certo un uomo inesperto. Si trattava, infatti, di Elia Dalla Costa, cardinale dal 1933, uomo di grande senso pratico e religioso, dichiarato Venerabile nel 2017. Se un vescovo di sana dottrina, oggi anche dichiarato Venerabile, ritenne opportuno isolarlo, è lecito chiedersi cosa abbia spinto quel vescovo a prendere una simile decisione e cosa sia cambiato oggi nei criteri di giudizio ecclesiale. Come Milani stesso ammise candidamente alla madre, il suo esilio non fu causato da vaghi malintesi con la Curia, ma piuttosto «era evidente a tutti che venivo rinchiuso lì come un frocio e un agitatore demagogico, quasi un eretico, e forse anche ufficialmente dichiarato tale, visto che non avevo reagito» (cfr. Lettere alla mamma, 1973, n. 84). A Barbiana, luogo del suo “esilio pastorale”, Don Milani fondò la sua scuola e il suo metodo pedagogico. L’insegnamento di Don Milani era permeato da una radicale ribellione sociale, ostile alla cultura classica europea e alla classe borghese da cui egli stesso proveniva. La sua opera più nota è intitolata Lettera a una professoressa (1967), un testo di aspra polemica di classe, tanto da essere all’epoca guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche. Col tempo, le voci riguardanti relazioni omosessuali che Don Milani avrebbe intrattenuto anche all’interno della sua scuola si diffusero sempre più, al punto che, a un certo punto della sua vita, egli stesso finì per farvi esplicito riferimento in alcune delle sue lettere. La più nota è la seguente: «Come potrei spiegare
che amo i miei parrocchiani più della Chiesa e del Papa? E che
se corro un rischio per la mia anima, non è certo quello di aver
amato troppo poco, ma piuttosto quello di amare troppo (cioè di portarmeli con me anche a
letto!). E chi non insegna così non insegnerà mai
una vera scuola, ed è inutile per lui discutere di scuole
confessionali e non confessionali, inutile per lui preoccuparsi di
riempire la sua scuola di immagini sacre e discorsi edificanti,
perché la gente non crede a chi non ama, ed è inutile per
lui cercare di tenere lontani dalla scuola gli insegnanti atei… E chi
mai potrebbe amare i bambini fino al midollo senza finire per
metterglielo anche nel sedere, se non un insegnante che, insieme a
loro, ama Dio e teme l’Inferno e desidera il Paradiso?» (cfr.
Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi
era Costui?, Baldini&Castoldi, 1996, pp. 386-391).
Francesco, Leone XIV e il “Lancio” di Don Milani Questa figura oggettivamente problematica fu immediatamente accolta e promossa da Bergoglio. Il 23 aprile 2017, Francesco inviò un videomessaggio per la presentazione dell’opera completa di Don Milani e, pochi mesi dopo, il 20 giugno dello stesso anno, si recò personalmente in pellegrinaggio alla sua tomba a Barbiana, affermando di voler rispondere alla richiesta – ripetuta più volte da Milani durante la sua vita – di essere ufficialmente riconosciuto dalla Gerarchia «nella sua fedeltà al Vangelo». «Non posso rimanere in silenzio sul fatto
che il gesto che ho compiuto oggi vuole essere una risposta a quella
richiesta ripetutamente avanzata da Don Lorenzo al suo Vescovo, ovvero
che egli venga riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al
Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale», disse
Bergoglio in quell’occasione. «Dal cardinale Silvano Piovanelli,
di mia cara memoria, in poi, gli Arcivescovi di Firenze hanno
più volte riconosciuto questo esempio a Don Lorenzo. Oggi lo fa
il Vescovo di Roma. Ciò non cancella l’amarezza che ha
accompagnato la vita di Don Milani… ma significa che la Chiesa
riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i
poveri e la Chiesa stessa».
Infine, il 22 gennaio 2024, ricevendo in udienza il comitato per il centenario della nascita di Don Milani, Bergoglio ha ribadito: «Siamo qui per esprimere la nostra gratitudine a Don Lorenzo Milani, un sacerdote irrequieto e inquietante». È interessante notare, inoltre, che in Esperienze pastorali, 1958, Don Milani anticipò la dottrina bergogliana dell’infinita dignità dell'uomo (che, in realtà, come sappiamo, non ebbe origine negli ambienti cattolici, bensì in quelli massonici): «Noi», dice Milani rivolgendosi ai sacerdoti, «abbiamo come unica ragione di vivere quella di piacere al Signore e di mostrargli che abbiamo compreso che ogni anima è un universo di infinita dignità». Nel corso del suo pontificato, Francesco ha recuperato quasi tutti i grandi simboli del cattolicesimo progressista italiano, e non solo quelli cattolici, come dimostrano i suoi rapporti pubblici con figure come Eugenio Scalfari, Emma Bonino e Marco Pannella. Milani è probabilmente, tra questi simboli, il più significativo, perché era ufficialmente un sacerdote della Chiesa cattolica. Questa elevazione di Don Milani a simbolo di un nuovo approccio pastorale (e di conseguenza di una nuova morale, quindi di una nuova dottrina) è un processo, se così si può dire, particolare ma al contempo comune ad altri analoghi processi di reinterpretazione che hanno coinvolto figure più tradizionali di santi cattolici. Pensiamo a San Francesco d’Assisi, interpretato in chiave ambientalista e pauperista; a San Giovanni Bosco, ridotto a un educatore “gioioso” quasi in senso pre-Montessori; persino alla figura stessa di Gesù Cristo, piegata a icona puramente sociale o ridotta a grande maestro morale inviato da Dio. Sotto Leone XIV, stiamo assistendo a una piena “continuità bergogliana” da questo punto di vista. Il 12 giugno 2025 (circa un mese dopo la sua elezione a Papa), rivolgendosi al clero romano, Leone disse: «Negli ultimi tempi abbiamo avuto l’esempio di santi sacerdoti che hanno saputo coniugare la passione per la storia con l’annuncio del Vangelo, come… Don Lorenzo Milani, profeta di pace e giustizia». E di nuovo, l’11 ottobre 2025 rivolgendosi ai pellegrini provenienti dalle diocesi toscane, Papa Prevost ha citato in termini molto favorevoli il controverso sacerdote-insegnante di Barbiana: «Lorenzo Milani, profeta della Chiesa toscana e italiana, che Papa Francesco ha definito testimone e interprete della trasformazione sociale ed economica». Il vero significato della possibile “canonizzazione” di Milani Quest’ultima definizione di Leone XIV (e al tempo stesso di Bergoglio) è, a mio avviso, la chiave di tutto: “testimone e interprete della trasformazione sociale ed economica”. La canonizzazione di Don Milani significherebbe, in pratica, legittimare insieme a lui una certa idea di obbedienza più orientata alle esigenze sociali e statali che alla disciplina ecclesiastica; una certa concezione della scuola pubblica contrapposta, o quantomeno anteposta, all’educazione familiare; un approccio pastorale incentrato sulla categoria dell’“emarginazione” piuttosto che sulla salvezza delle anime; e un’interpretazione della dottrina sociale cattolica permeata da categorie socialiste. La sua canonizzazione sarebbe dunque funzionale alla legittimazione, anche in senso liturgico e devozionale, di due correnti interne ma sovrapposte all’interno della Chiesa post-bergogliana: la normalizzazione della teologia del popolo come matrice teorica fondante della dottrina sociale della Chiesa e la “decriminalizzazione morale” degli atti omosessuali e della transessualità. Il ragionamento potrebbe essere così delineato: si partirebbe dal presupposto che Don Milani abbia sperimentato tensioni interiori legate alla propria omosessualità, che praticava anche. La narrazione potrebbe quindi presentare tali tensioni e relazioni non come peccaminose, bensì come luoghi teologici privilegiati di grazia, in cui Dio agirebbe “attraverso la fragilità umana”, come si dice comunemente. Non più, quindi, peccati, e come tali ostacoli all’azione della grazia (come tradizionalmente affermato nella teologia morale), bensì mezzi di grazia. Una volta canonizzato, Don Milani diventerebbe quindi un modello ufficialmente riconosciuto: le lobby LGBT potrebbero poi sostenere che, se la Chiesa canonizza un uomo che ha vissuto un orientamento omosessuale, ciò significa anche che tale stile di vita – e non solo l’orientamento – non è incompatibile con la santità. Da qui deriva un’ulteriore deduzione: ciò che non è incompatibile con la santità non può essere considerato intrinsecamente disordinato. Il passo successivo sarebbe un ulteriore tentativo di reinterpretare la dottrina morale: non più un “disordine oggettivo”, bensì una “variante antropologica non scelta da accompagnare”. Una volta stabilito il precedente, si potrebbe sostenere che la disciplina morale debba essere aggiornata per riflettere la realtà vissuta dai “santi”. Si tratta di un meccanismo che non richiede affatto di stabilire se Milani fosse effettivamente omosessuale: è sufficiente che la sua biografia possa essere interpretata attraverso questa lente. Ora, la dottrina cattolica ha sempre distinto chiaramente due livelli: l’attrazione sessuale (che di per sé non è colpevole) e gli atti (che possono essere valutati moralmente). Il nuovo approccio pastorale mostra la tendenza a confondere questi due aspetti in un’unica categoria chiamata identità sessuale, attingendo al vocabolario e alle teorie sviluppate in contesti secolarizzati. Il segnale linguistico utilizzato nella Chiesa sinodale è evidente: non si parla più di “una persona che prova attrazione per lo stesso sesso”", ma sempre più spesso di “un cattolico LGBT”. Il linguaggio, in questi casi, non è mai neutro: precede e prepara il cambiamento dottrinale. Il dibattito su Don Milani, in definitiva, non riguarda Don Milani in senso stretto. La storia dei santi cattolici conosce già molte figure che, plausibilmente, potrebbero aver vissuto tensioni simili, senza che ciò scandalizzasse moralmente i fedeli cattolici ben formati. Le idee sociopolitiche di Milani – il suo classismo, la sua ostilità verso la proprietà privata, il primato educativo della scuola, la sua teologia sociale permeata dal liberal-socialismo – sono, oggettivamente, molto più pericolose. Ciò che conta oggi è che una parte della Chiesa abbia interesse a reinterpretare la sua figura in modo compatibile con la nuova e rivoluzionaria antropologia. La vera questione in gioco non è se meriti gli altari – la risposta, per l’autore di questo articolo, rimane negativa – ma una domanda ben più scomoda: quale idea di cattolicesimo verrebbe canonizzata e promossa insieme a lui? |