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| Papa Leone XIV e gli “inferi” di Thomas SI SI NO NO Anno LII n° 13 – luglio 2026 SI SI NO NO - Via Madonna degli Angeli, 78 - 00049 Velletri tel. 06.963.55.68 - fax 06.9636914 posta elettronica: sisinono@tiscali.it c/c postale n° 60226008, intestato a SI SI NO NO I - LA DOTTRINA CATTOLICA SULLA DISCESA DI GESÙ AGLI “INFERI” INFERNO Definizione È il LUOGO nel quale sono eternamente puniti gli angeli ribelli e gli uomini morti in peccato mortale. La Santa Scrittura Nel Vangelo (Lc., III, 7, 17) san Giovanni Battista dice che il Messia, Gesù di Nazaret, “brucerà la paglia in un FUOCO, inestinguibile”(1). Inoltre, Gesù aggiunge che “la zizzania sarà gettata nel FUOCO” (Mt., XIII, 40, ss.); “i pesci cattivi saranno BUTTATI VIA” (Mt., XIII, 47, ss.); al banchetto nuziale chi non indosserà la veste da nozze “sarà gettato NELLE TENEBRE ESTERIORI” (Mt., XXII, 1 ss.); le cinque vergini stolte resteranno FUORI DALLA PORTA DI CASA (Mt., XXV, 1 ss.); il giorno del Giudizio finale Gesù dirà ai “cattivi separati dai buoni: LONTANO DA ME, MALEDETTI, ANDATE NEL FUOCO ETERNO” (Mt., XXV, 31 ss.). Le Eresie sull’Inferno e la “Discesa agli Inferi” La pacifica adesione alla Rivelazione sull’eternità dell’Inferno, fu turbata nel III secolo da Origene (De principiis, III, 6, 6; PG, tomo XI, col. 338), che (con la dottrina dell’Apocatastasi (2)) insistette troppo ed esclusivamente sulla Misericordia, senza la Giustizia e sul fine esclusivamente o prevalentemente medicinale delle pene, ritenne che il fuoco dell’Inferno fosse simbolico o metaforico e non reale. Inoltre insegnava che il dannato avrebbe potuto purificarsi dal suo peccato e uscire un giorno dall’Inferno (equiparandolo al Purgatorio). Fuoco reale non simbolico La realtà del fuoco fisico nell’Inferno è divinamente rivelata (cfr. S. Scrittura: Mt., XXV, 41; Mc., XLIII, 47; Lc., XVI, 28). La Tradizione patristica greca e latina ha interpretato unanimemente e costantemente la Scrittura in questo senso (fuoco fisico e reale). LA TRADIZIONE IN GENERALE I - I Padri Siro/palestinesi o Cappadoci del IV secolo San Basilio di Cesarea (+ 379), san Gregorio Nisseno (+ 395), san Gregorio Nazianzeno (+ 390) e Antiocheni dal II-V secolo: Luciano di Antiochia (+ 312), Teodoro di Mopsuestia (+ 428), sant’Ignazio di Antiochia (+ 108), hanno insegnato comunemente e unanimemente la dottrina del fuoco fisico e reale dell’Inferno eterno. II - I Padri latini del IV-V secolo Nella Chiesa latina, san Girolamo, + 420 (Epist., LXII, 2; In Jo., III, 6; PL, tomo XXV, col. 1142) confutò l’Apocatastasi. Anche sant’Ilario di Poitiers (+ 367) e sant’Agostino d’Ippona, + 430 ( , XXI, 17 ss.; PL, tomo XLI, col. 732 ss.). Questi Padri hanno insegnato in maniera moralmente unanime l’eternità dell’Inferno e la pena del senso tramite il “fuoco inestinguibile”. Il Magistero della Chiesa San Damaso Papa (+ 384) condannò l’Origenismo escatologico nella Fides Damasi (Denz., 16); Papa Vigilio (+ 555) reiterò la condanna (Denz., 211); i Concili ecumenici di Costantinopoli II (anno 553), Costantinopoli III (anno 680) e di Nicea II (anno 787) la confermarono. La ragione teologica Spiega l’eternità dell’Inferno con la gravità infinita del peccato morale, che è un atto rivolto contro Dio infinito e, quindi, è punito con una pena eterna. San Tommaso d’Aquino L’Aquinate (S. Th., I-II, q. 87, a. 4) scrive lapidariamente: “Poena damnati est infinita, quia est amissio Boni infiniti”; insomma, l’ostinata ribellione dell’uomo a Dio lo porterà al tragico e definitivo divorzio tra lui e il Signore. La pena del danno è il moto costante e frenetico della disperazione continua e accelerata. La pena del senso è quella del fuoco che avvolge le anime e dopo la fine del mondo anche i corpi dei dannati. Essa s’aggiunge alla privazione di Dio o pena del danno che è l’essenza della pena dell’Inferno. Un’obiezione Come può il fuoco fisico e reale cogliere un’anima spirituale? A quest’obiezione l’Angelico (De Veritate, q. 26, a. 1; Summa Contra Gentes, lib. IV, cap. 90) risponde che il fuoco dell’Inferno impedisce per modum alligationis (come imprigionando o legando l’anima), il libero moto dello spirito, che con l’intelletto tende a conoscere il Sommo Vero e con la volontà ad amare il Sommo Bene, in un tormentoso imprigionamento o costringimento (“alligatio”), che cade così in una terribile e immensa angoscia, ansia e depressione. Eternità dell’Inferno Purtroppo, per tutti noi, la proprietà principale dell’Inferno (senza la quale sarebbe Purgatorio) è l’eternità. Essa è insegnata formalmente 1°) nella S. Scrittura (Mt., XXV, 46; Mc., IX, 42; Apoc., XIV, 11; XX, 10); 2°) nella Tradizione (S. Agostino, De Civitate Dei, XXI, 32; PL, tomo XLI, col. 746, che riassume il pensiero moralmente unanime e comune dei Padri greci e latini), quando il Vescovo d’Ippona afferma che “è assurdo assai escludere l’eternità dell’Inferno dal versetto: “Ibunt in supplicium aeternum” (Mt., XXV, 46). 3°) Infine, il Magistero della Chiesa ha definito in maniera dogmatica, solenne e obbligante (e, quindi, infallibile) questa verità dell’eternità dell’Inferno nel Simbolo atanasiano “Qicumque vult salvus esse” del IV secolo (Denz., XL), nel Concilio Lateranense IV del 1215 (Denz., 429). Perciò, l’eternità dell’Inferno è una verità o dogma divinamente rivelato (nella S. Scrittura e nella Tradizione divina) e definito dal Magistero. Chi lo negasse sarebbe eretico. Certamente, da un punto di vista naturale e sentimentale l’eternità della pena dell’Inferno può spaventare, ma ragionevolmente e soprannaturalmente essa è del tutto logica e giusta. Infatti, il peccato essendo un’offesa fatta contro Dio, che è infinito, ha una malizia in un certo modo infinita non in sé, ma in ragione della Persona divina contro cui è stato fatto; tuttavia il peccato è punito al disotto di quanto meriterebbe (“citra condignum”) perché è infinito solo quanto alla durata a parte post e non quanto all’intensità della pena (S. Th., I-II, q. 87, a. 4). Se la pena dell’Inferno non fosse eterna, un giorno cioè alla sua fine, il male morale, ossia il peccato diverrebbe bene morale, ossia virtù; ma, ciò è contraddittorio e ripugna alla Perfezione assoluta di Dio, che essendo Onnipotente e Onnisciente può far tutto ma non il male o la contraddizione, che sono una deficienza e un’imperfezione totalmente incompatibili con la Perfezione assoluta e infinita di Dio. Infine, occorre sempre ricordarsi che non è Dio che ci predestina all’Inferno, ma è il peccatore ostinato che vi si butta “sciens et volens” (S. AGOSTINO, Enarratio super Psalmos, V, 10; PL, tomo XXXVI, col. 87). Per fare un esempio, se un uomo si cavasse gli occhi e vivesse in eterno, sarebbe eternamente cieco per colpa sua e non di Dio, che non sarebbe - perciò - crudele non restituendogli la vista, che ha voluto scientemente perdere (S. Th., I-II, q. 87, a. 3) (3). IL DUPLICE LIMBO Limbo deriva etimologicamente dal latino “limbus”, ossia l’orlo dell’abito. Infatti secondo la dottrina cattolica, il Limbo è un LUOGO confinante (come l’orlo con l’abito) con l’Inferno. Vi sono due tipi di Limbo: 1°) quello dei bambini morti senza la grazia santificante (che non tratteremo qui) e 2°) quello dei Santi del Vecchio Testamento, morti in grazia di Dio, ma prima della Risurrezione e Ascensione di Cristo in Cielo. Essi furono visitati da Gesù il giorno di Pasqua, ossia della sua Risurrezione e poi liberati da Lui il giorno della sua Ascensione in Paradiso e condotti in Cielo per tutta l’eternità. La S. Scrittura chiama il Limbo dei Santi dell’Antico Testamento “Seno di Abramo” (Lc., XVI, 22). Stravaganze carismatico/apparizioniste «In questi ultimi tempi una strana opinione è invalsa nella teologia dei Protestanti e degli Ortodossi scismatici [e di alcuni cattolici modernisti carismatisti, ndr], i quali sostengono che tutti i pagani e i morti in peccato mortale sono evangelizzati nel Limbo dopo la loro morte reale e il Giudizio particolare e messi nella possibilità di convertirsi e di salvarsi (cfr. la falsa mistica cattolica Gloria Polo, ndr)» (PIETRO PARENTE, in “Dizionario di Teologia Dommatica”, Roma, Studium, V ed., 1947, p. 242, voce “Limbo”; cfr. anche ANTONIO PIOLANTI, De Novissimis, Torino, Marietti, 1947; ID., L’aldilà, Roma, 1956, voce “Limbo”) (4). LA DISCESA AGLI “INFERI” DI CRISTO San Tommaso d’Aquino insegna (S. Th., III, q. 52, aa. 1-8) che Gesù dopo aver vinto il diavolo con la sua morte in Croce, gli strappò di mano la preda (con la sua Risurrezione e Ascensione), liberando le anime giuste del Vecchio Testamento dagli “Inferi”, ossia dal “Limbo dei Giusti dell’Antica Alleanza”; mostrando la sua Onnipotenza anche negli Inferi dopo averla mostrata in terra (a. 1). L’Aquinate è molto chiaro ed esplicito (a. 2): Gesù con la sua anima unita alla Divinità discese soltanto 1°) al “Limbo dei Giusti della Vecchia Alleanza” o “Inferi”. Inoltre, scese 2°) al “Purgatorio” soltanto con la sua azione per rincuorare e incoraggiare le anime purganti; infine, scese anche 3°) solo “agendo” all’«Inferno dei dannati» (solo con la sua azione) per rimproverare la loro incredulità, malizia e ostinazione e non per portarle in Paradiso. Sembrerebbe secondo la S. Scrittura che l’anima di Gesù assieme alla Divinità restasse al “Limbo dei Giusti” per tutti e tre i giorni (non pieni: dalla sera del Venerdì Santo, tutto il Sabato Santo e le prime ora della Domenica di Pasqua dalla mezzanotte all’alba) in cui il suo corpo restò con la Divinità nel S. Sepolcro; ossia dal pomeriggio del Venerdì Santo all’aurora della Domenica di Pasqua (a. 4). I Santi dell’Antico Testamento stavano al “Limbo dei Giusti” perché avevano la macchia del Peccato Originale, ossia la privazione della grazia santificante, che impediva loro la Visione Beatifica nel Paradiso empireo. Ora, Gesù con la sua morte ha liberato il mondo dalla pena del Peccato di Adamo; quindi, ha liberato i Giusti della Vecchia Alleanza (a. 5). All’articolo 6 san Tommaso approfondisce la problematica se, Gesù potesse liberare i dannati dell’Inferno da esso e portarli con Sé in Paradiso. L’Angelico insegna mirabilmente (al contrario di Leone XIV) che la Redenzione o il frutto della Morte di Cristo era applicabile - secondo la Giustizia e la Volontà divine - solo agli uomini che erano uniti a Cristo con la Fede vivificata dalla Carità. Ora, i dannati dell’Inferno mancavano di esse. Perciò, la discesa di Gesù agli Inferi non comportò la liberazione dei dannati, ma soltanto dei Giusti della Vecchia Alleanza. Anche i bambini morti senza uso di ragione e, quindi, senza peccato mortale attuale, ma con il Peccato Originale, cioè senza la grazia santificante; non essendo uniti a Cristo con la Fede e la Carità ossia con l’Ordine Soprannaturale, non potevano essere liberati dal “Limbo dei neonati” (a. 7). Per quanto riguarda le anime del Purgatorio, Gesù liberò - allora, con la sua “discesa agli Inferi dei Giusti” - solo quelle che erano purgate da ogni residuo di pena temporale dovuta alla colpa (a. 8). II - LA DOTTRINA DI LEONE XIV Papa Leone XIV il 24 aprile 2025 ha tenuto un Discorso sulla discesa o meglio sulle discese continue di Gesù agli Inferi (https://www.vatian.va/content/leoxiv/it/audiences/2025/ documents/20250924-udienza-generale.html) in cui tra le altre cose afferma: «Gli Inferi, nella concezione biblica, sono NON TANTO UN LUOGO, QUANTO UNA CONDIZIONE ESISTENZIALE: quella condizione in cui regnano […] la colpa, la separazione da Dio e dagli altri. CRISTO CI RAGGIUNGE ANCHE IN QUEST’ABISSO, VARCANDO LE PORTE DI QUESTO REGNO DI TENEBRA. ENTRA, […], NELLA CASA STESSA DELLA MORTE, PER SVUOTARLA, PER LIBERARNE GLI ABITANTI, PRENDENDOLI PER MANO UNO AD UNO (5) . È L’UMILTÀ DI DIO CHE NON SI FERMA DAVANTI AL NOSTRO PECCATO, CHE NON SI SPAVENTA DI FRONTE ALL’ESTREMO RIFIUTO DELL’UMANO» (maiuscolo nostro). Poi cita il Vangelo apocrifo… di Nicodemo, per provare il suo asserto … Inoltre, a scanso di ogni equivoco, per far capire che non sta parlando della discesa di Cristo al Limbo dei Santi del Vecchio Testamento, aggiunge: «Questa discesa di Cristo agli Inferi NON RIGUARDA SOLO IL PASSATO [la discesa dopo la sua Risurrezione, ndr]». Per di più prosegue: «Gesù TRASCINA CON SÉ TUTTA L’UMANITÀ (6). Egli è un Dio che NON VUOLE SALVARSI SENZA DI NOI [Gesù è Dio Salvatore, non è salvato, ndr], ma soltanto con noi», sembrerebbe una tesi panteista; infatti Dio e l’uomo formerebbero, così, una sola cosa ed essi si salvano tutti assieme, come se Dio avesse bisogno dell’uomo a Lui consustanziale. L’origine dell’errore origenista di Leone XIV Già nel CONCILIO VATICANO II: Costituzione Gaudium et spes, n. 22 (del 7 dicembre 1965) si legge: “In Cristo la natura umana è stata assunta, senza venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche innalzata ad una dignità sublime. Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo”. PAOLO VI nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “La religione di Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. […]. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla Trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo! […]. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. […]. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [282-283] (6)). Inoltre, Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (del 1979) Redemptor hominis, n. 9, afferma: «Dio in Lui [Cristo] si avvicina ad ogni uomo dandogli il tre volte Santo Spirito di Verità» ed ancora Redemptor hominis, n. 11: «La dignità che ogni uomo ha raggiunto in Cristo: è questa la dignità dell’adozione divina». Sempre in Redemptor hominis, n. 13: «Non si tratta dell’uomo astratto, ma reale concreto storico, si tratta di ciascun uomo, perché […] con ognuno Cristo si è unito per sempre […]. L’uomo – senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché, con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando l’uomo non è di ciò consapevole […] mistero [della Redenzione, ndr] del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre». Rispondo Il Verbo si è unito alla sua natura umana individuale e non a tutta la natura umana in generale. Per cui non tutti gli uomini hanno la grazia santificante e sono uniti spiritualmente a Gesù. Perciò, Giovanni Paolo II (e con lui Leone XIV) erra gravemente quando afferma l’unione e la salvezza di tutti per il fatto che Cristo si è unito ad ogni uomo e ad ogni essere. Ci si trova in pieno pancristismo teilhardiano. Nella sua seconda Enciclica (del 1980), Dives in misericordia, n. 1 Giovanni Paolo II afferma: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio». Rispondo Giovanni Paolo II riprende e sviluppa la frase di Paolo VI succitata (del 7 dicembre 1965) su “l’uomo che si fa Dio e Dio che si fa uomo” (8 dicembre 1965, Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II) e - come Paolo VI - concilia l’inconciliabile: l’antropocentrismo e il teocentrismo. Dio e l’uomo fanno una sola cosa. Quindi antropocentrismo e teocentrismo si conciliano; ecco il “culto dell’uomo” di cui parlava Paolo VI. Questa dottrina è qualificata da Giovanni Paolo II come il punto più importante del Vaticano II. Essa è il filo conduttore della dottrina neo-modernista da Giovanni XXIII sino a Francesco e Leone XIV. Nella sua terza Enciclica Dominum et vivificantem, n. 50 (del 1986), Giovanni Paolo II scrive: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura, ndr], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della Redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […] l’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di … tutto il mondo visibile e materiale […]. il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi… si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione». Giordano Bruno non avrebbe scritto di “meglio” … Questa è una vera e propria confessione di panteismo immanentista. Secondo Giovanni Paolo II il Verbo si è unito non solo ad ogni uomo, ma al mondo intero. Invece, secondo la Fede cattolica, Dio è presente dappertutto poiché è infinito, ma non ne è l’anima che vivifica il mondo dal di dentro. Rispondo Questo è il succo concentrato dei testi del Vaticano II e del post-concilio sino a Leone XIV: il culto dell’uomo, il panteismo immanentista e l’antropocentrismo idolatrico. È sempre il medesimo errore presentato in maniera alquanto differente. A partire dal Vaticano II la Rivelazione “è concentrata sull’uomo”, ha un carattere antropocentrico, l’uomo è al centro di ogni cosa, è diventato “l’asso piglia tutto”, come diceva p. Cornelio Fabro. Dio è unito all’uomo, non per la grazia santificante ma per il fatto che Dio e il cosmo coincidono. L’immanentismo panteista è una delle caratteristiche peculiari del Vaticano II e del post-concilio sino a Papa Prévost. NOTE 1 - Cfr. A. MICHEL, Feu de l’Enfer, in “D. Th. C.”, vol. VI, coll. 1196-2225. 2 - “Origene (185-254) fonda un sistema teologico: la teoria dell’Apocatastasi finale, consistente nella purificazione e redenzione universale dal male e dal peccato per tutti gli uomini, anche per i demoni e i dannati. L’Origenismo fu condannato da Papa Vigilio nel 553, durante il II Concilio di Costantinopoli” (cfr. P. PARENTE, Dizionario di Teologia Dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 25, voce “Apocatastasi”). Bisogna notare che l’Origenismo aggiunse e aggravò gli errori di Origene (cfr. M. JUGIE, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1948, vol. I, voce “Apocatastasi”; Jean Daniélou ha cercato di sdoganare l’Apocatastasi, che era stata insegnata da san Gregorio Nisseno quando ancora non era stata condannata ed era un’opinione liberamente dibattuta nella Chiesa dei primi tempi; v. J. DANIELOU, Origène, Parigi, 1949; ID., in Enciclopedia Cattolica; vol. V, 1951, voce “Gregorio Nisseno, Santo”). 3 - Cfr. ANTONIO PIOLANTI, De Novissimis, Torino, Marietti, 1947; ID., voce “Inferno” in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, col. 1941 ss.; P. RICHARD, voce “Infer”, in “D. Th. C.”. 4 - Cfr. S. TOMMASO D’AQUINO, In Sent., Lib. III, dist. 22, q. 2, a. 1; S. Th., III, q. 52, a. 5, ad 1; Suppl., q. 69, a. 44 ss.; De malo, q. 5. 5 - L’eternità dell’Inferno è una Verità di Fede rivelata e definita dal IV Concilio Lateranense del 1215 (Denz., 429). 6 - Ecco chiaramente affermata l’Apocatastasi o salvezza universale di tutte le creature, che invece è stata condannata ripetutamente dalla Chiesa quale interprete autentica del significato verace della S. Scrittura e della Tradizione divino/apostolica. |