Noi dobbiamo ritrovare il coraggio di parlare

del modernismo come di un pericolo attuale




di Mons. Joseph Strickland



Pubblicato sul sito della Fraternità
 




Mons.  Joseph Strickland

video - https://vimeo.com/1216258306?fl=pl&fe=vl


In un podcast pubblicato il 7 agosto 2026. Mons. Joseph Strickland è tornato a parlare del modernismo, che San Pio X chiamò «sintesi di tutte le eresie».

Il vescovo americano si interroga sulla sparizione quasi totale di questo argomento nella predicazione e nell’insegnamento della Chiesa e pone tale attitudine come la conseguenza degli orientamenti assunti a partire dal concilio Vaticano II.


Miei cari amici in Cristo,

grazie di esservi uniti a me oggi.

Vi sono delle parole che un tempo occupavano un ruolo centrale nella vita della Chiesa cattolica, ma che oggi si sentono raramente.
Oggi voglio parlarvi di una di queste parole: il «modernismo».

Se si chiede ad un cattolico medio che cos’è il modernismo, molti non sapranno cosa rispondere. Se gli si chiede quando abbia sentito l’ultima volta una omelia su questo argomento, molti risponderanno: «mai».

Tuttavia, c’è stato un tempo in cui la Chiesa considerava il modernismo un pericolo così grave che il Papa San Pio X vi dedicò un’intera enciclica per condannarlo. Nel 1907, nella Pascendi Dominici Gregis, egli chiamò il modernismo «la sintesi di tutte le eresie». Sono parole straordinarie, i Papi non usano alla leggera un tale linguaggio.

Se San Pio X credeva che il modernismo fosse la sintesi di tutte le eresie, in modo del tutto naturale sorge una domanda: Cos’era successo?
Il modernismo è molto semplicemente scomparso? O siamo giunti ad un punto in cui gli avvertimenti della stessa Chiesa sono in gran parte scomparsi dalla memoria?

Sono queste le domande che oggi vorrei esaminare con voi.
Non si tratta semplicemente di una discussione storica. Non si tratta di un esercizio accademico. Io credo che questa questione tocca il cuore stesso della crisi che stiamo attraversando nella Chiesa.

Prima di poter comprendere dove ci troviamo oggi, dobbiamo comprendere che cos’è veramente il modernismo.

Molti pensano erroneamente che il modernismo consista semplicemente nel rendere la Chiesa più moderna, nell’usare un linguaggio contemporaneo o nell’adattare certi approcci pastorali.
Non è questo che condannava il Papa San Pio X. Il modernismo va ben oltre. E’ un modo di pensare. E’ una mentalità. E’ un modo di vedere la stessa Rivelazione.

Invece di partire dalla domanda: «Cos’è che Dio ha rivelato?», il modernismo passa a chiedersi gradualmente: «Cos’è che l’uomo moderno può accettare?». Invece di valutare il mondo in base alla verità immutabile di Cristo, esso comincia a valutare la verità rivelata in base ai presupposti mutevoli del mondo. Ecco perché il modernismo è così pericoloso.

Non si tratta semplicemente di un errore dottrinale tra i tanti. Esso diventa piuttosto un principio in base al quale deve essere interpretata ogni dottrina.
Ecco perché San Pio X lo definì «la sintesi di tutte le eresie».

Tutte le eresie precedenti attaccavano una particolare verità rivelata da Dio.
Il modernismo attacca lo stesso fondamento su cui si basa la verità rivelata.
Esso sposta sottilmente il centro di gravità della divina Rivelazione verso l’esperienza umana, l’evoluzione storica e la cultura contemporanea.

Tuttavia, noi come cattolici sappiamo che Gesù Cristo è «lo stesso ieri, oggi e per l’eternità». La verità non evolve. Dio non cambia. La Rivelazione divina non diventa obsoleta perché cambia la cultura.
La Sacra Scrittura ce lo ricorda molto chiaramente: «Perché la saggezza di questo mondo è follia davanti a Dio». Queste parole di San Paolo sono vere oggi come lo erano quando furono scritte.

Del pari, nella Lettera ai Romani noi leggiamo: «Non conformatevi a questo secolo, ma siate trasformati tramite il rinnovamento della vostra mente».

Si noti bene il senso del movimento: la Chiesa è chiamata a trasformare il mondo; non è mai chiamata a lasciarsi trasformare dal mondo.
Questa distinzione è il centro della nostra riflessione.

Ben prima del 1907, i semi del modernismo incominciarono a germogliare negli ambienti teologici. Nel corso del XIX secolo apparvero idee diverse che cercavano di reinterpretare la fede cattolica attraverso il prisma della filosofia moderna, della critica storica, del razionalismo e del pensiero liberale.
Papa Pio IX aveva messo in guardia contro queste tendenze; ma fu San Pio X che comprese che tali idee non erano errori isolati. Esse formavano un intero sistema, condividevano lo spesso spirito. Ed è questo spirito che egli chiamò “modernismo”.

Nella Pascendi Dominici Gregis, San Pio X espose con cura questo sistema prima di condannarlo.
Verso la fine dell’enciclica, anticipò le critiche di coloro che lo avrebbero rimproverato di aver dedicato troppo tempo alla spiegazione del pensiero modernista.
La sua risposta è di fondamentale importanza: spiegò che era necessario smascherare completamente il modernismo perché i suoi errori erano spesso celati sotto un linguaggio apparentemente ortodosso, svuotando gradualmente la dottrina tradizionale del suo significato.

Queste parole meritano oggi forse ancora più attenzione di quanta ne meritassero nel 1907.
Una delle caratteristiche essenziali del modernismo, infatti, è che raramente si manifesta apertamente. Spesso si serve del linguaggio del cattolicesimo, alterandone silenziosamente il significato profondo.
È proprio per questo motivo che San Pio X considerava il pericolo così grave.

Egli comprese che il modernismo non si presentava generalmente come un netto rifiuto della fede cattolica. Di solito non iniziava negando la divinità di Cristo, rifiutando i sacramenti o ripudiando apertamente l’autorità della Chiesa. Piuttosto, agiva in modo più sottile. Cercava di reinterpretare la fede dall’interno. Manteneva un linguaggio familiare, pur modificandone gradualmente il significato. Proponeva che la dottrina si sviluppasse in modo tale da conformarsi progressivamente al pensiero di ogni epoca successiva.

Ecco perché il modernismo è stato spesso descritto non solo come un insieme di errori, ma come un modo di pensare – un’abitudine intellettuale che pone il giudizio del mondo moderno al di sopra dell’immutabile verità rivelata da Dio.

Ecco perché San Pio X riteneva che esso possedesse, per così dire, «la linfa vitale e la sostanza» di tutte le eresie precedenti. Tutte le grandi eresie nella storia della Chiesa avevano attaccato un particolare articolo di fede. Il modernismo, invece, attaccava qualcosa di ancora più fondamentale: metteva in discussione la fonte stessa e la certezza della verità rivelata.
Dal momento che la stessa Rivelazione sarebbe soggetta al mutare dell’esperienza umana, nessuna dottrina rimane definitivamente al sicuro. Tutto diventa suscettibile di reinterpretazione. Tutto diventa negoziabile.

Ecco perché il Santo Padre lo definì «la sintesi di tutte le eresie».

E non esagerava. Era il supremo Pastore della Chiesa che avvertiva i fedeli che era sorto un errore che minacciava non solo una particolare dottrina, ma lo stesso fondamento su cui poggia tutta la dottrina.

Cosciente della gravità di tale pericolo, San Pio X adottò una misura straordinaria.

Nel 1910, appena tre anni dopo la pubblicazione della Pascendi Domini Gregis, egli impose il “Giuramento antimodernista”.
I sacerdoti, i vescovi, i professori di teologia, gli insegnanti nei seminari e le persone incaricate di insegnare la fede cattolica dovevano giurare pubblicamente di rigettare i principii del modernismo e di custodire fedelmente la dottrina trasmessa dagli Apostoli.
Non si trattava di una misura disciplinare provvisoria. Essa manifestava il convincimento che il modernismo rappresentava un pericolo persistente per la vita della Chiesa. Questo fatto storico è importante, perché ci ricorda quanto la Chiesa un tempo prendesse sul serio questa minaccia.

Ogni sacerdote cattolico ordinato tra il 1910 e il 1967 era tenuto a prestare questo giuramento. Di conseguenza, tranne rare eccezioni, tutti i vescovi, cardinali ed esperti teologi che parteciparono al concilio Vaticano II avevano prestato il Giuramento antimodernista nella loro vita sacerdotale.
Questo fatto dovrebbe farci riflettere: esso solleva importanti interrogativi che meritano una attenta riflessione.

Questi vescovi, come avrebbero dovuto interpretare il giuramento prestato, partecipando ad un concilio che auspicava un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno?
Come avrebbero dovuto conciliare gli ammonimenti intransigenti di San Pio X contro il modernismo con il desiderio del concilio di un maggiore impegno nella società contemporanea?

Non sono domande che si possono liquidare con leggerezza. Meritano di essere esaminate con attenzione, onestà e spirito di preghiera.

La Chiesa è sempre stata in relazione col mondo. Fin dai tempi degli Apostoli, i cristiani hanno proclamato il Vangelo a tutte le culture e in tutte le epoche. L’evangelizzazione implica necessariamente il dialogo. Ma il dialogo non ha mai significato permettere al mondo di determinare il contenuto della divina Rivelazione.

La missione della Chiesa non è di adattare ai tempi la verità rivelata. La missione della Chiesa è di condurre ogni epoca a confrontarsi con Gesù Cristo.

Esiste una enorme differenza tra il proclamare il Vangelo al mondo e permettere al mondo di diventare la norma con la quale interpretare il Vangelo.
Questa distinzione, io credo, è al cuore della crisi di cui oggi siamo tutti testimonii.

Ed è a questo punto che dobbiamo parlare onestamente del concilio Vaticano II. Esso si è distinto dai precedenti concilii su un punto importante. Non ha definito nuovi dogmi né pronunciato nuovi anatemi contro l’eresia. Esso si è presentato come avente principalmente un carattere pastorale: il suo obiettivo dichiarato è stato di presentare le verità perenni della fede cattolica in una maniera più accessibile al mondo moderno.

Nessuno può mettere in dubbio il desiderio della Chiesa di proclamare il Vangelo ad ogni generazione. Questa è sempre stata la sua missione.
La questione che ci si pone è diversa: La Chiesa può entrare in relazione col mondo moderno senza far suoi i presupposti di questo mondo?
Questa domanda oggi è più urgente che mai.

Uno dei documenti principali del Concilio, la Gaudium et Spes – la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – ha offerto una visione del rapporto tra la Chiesa e la società contemporanea che ha profondamente influenzato la vita cattolica negli ultimi sei decenni.
Molti l’hanno considerata uno sviluppo positivo. Altri hanno espresso serie preoccupazioni, ritenendo che alcune formulazioni fossero state interpretate in modo da andare oltre un autentico dialogo, assecondando lo spirito dei tempi.

Queste preoccupazioni non possono essere semplicemente ignorate. Meritano seria attenzione, proprio perché San Pio X ci ha ammonito che il modernismo spesso si insinua gradualmente nella Chiesa, rivestito di un linguaggio che appare perfettamente ragionevole.

Negli anni dopo il Concilio, il cardinale Joseph Ratzinger, che più tardi diverrà Papa Benedetto XIV, fece una dichiarazione sorprendente.
Parlando della Gaudium et Spes, suggerì che questo documento costituiva in un certo senso un «contro-Syllabus», un tentativo di riconciliazione fra la Chiesa e l’epoca moderna, dopo gli acuti conflitti del XIX secolo.
Queste parole hanno sollevato molte discussioni. Per me, esse sollevano anche un interrogativo inevitabile.

Se la Chiesa aveva prima messo in guardia con molta forza contro i pericoli del liberalismo, del razionalismo e dello spirito del tempo – avvertimenti che si trovano in modo particolare negli insegnamenti del beato Pio IX e di San Pio X, cosa c’era esattamente da riconciliare?
Le preoccupazioni che avevano suscitato questi solenni avvertimenti non erano più validi? In qualche modo, i pericoli erano spariti? O la Chiesa aveva semplicemente adottato un approccio pastorale diverso pur mantenendo pienamente intatti questi avvertimenti precedenti?

Queste domande meritano delle risposte ponderate.

Più tardi, il cardinale Ratzinger proporrà quella che ormai si chiama «ermeneutica della continuità». Lui era convinto che il concilio Vaticano II dovesse essere sempre interpretato in continuità con l’insegnamento precedente della Chiesa, e mai come una rottura con il passato.
Questo principio è importante: ogni cattolico dovrebbe desiderare la continuità con l’insegnamento costante della Chiesa. Tuttavia, numerosi fedeli cattolici continuano a porsi un quesito legittimo.

Se il modernismo rimane «la sintesi di tutte le eresie», come ha affermato San Pio X, i cattolici come devono comprendere i passi che sono spesso stati interpretati come un incoraggiamento ad una sempre maggiore apertura verso i presupposti e i valori del mondo contemporaneo?
Se ci fosse continuità, dovrebbe essere possibile dimostrarla chiaramente. Se ci fosse armonia, essa dovrebbe essere visibile non solo in teoria, ma anche in pratica. 

Sfortunatamente, quando si considera la vita della Chiesa nel corso dei decenni successivi al Concilio, molti cattolici non vedono una maggiore chiarezza, ma una maggiore confusione. Noi siamo stati testimoni di confusione in materia di dottrina; di confusione in materia di morale; di confusione riguardo alla santa liturgia; di confusione riguardo all’unicità della fede cattolica; di confusione riguardo alla missione della Chiesa nel mondo.
Che si attribuisca questa confusione a delle interpretazioni erronee del Concilio, o a degli abusi commessi in suo nome o al linguaggio pastorale dello stesso Concilio, onestamente la confusione non può essere negata.

E questo mi porta a quello che io credo sia il punto più importante di questa riflessione.

La Chiesa non ha mai formalmente ritirato la condanna del modernismo emessa da San Pio X. Nessun Papa ha abrogato la Pascendi Diminici Gregis. Nessun Papa ha dichiarato che il modernismo non costituisca più un pericolo. Nessun Papa ha affermato che il Giuramento antimodernista si basi su una cattiva comprensione della fede.
La condanna rimane parte integrante della storia e dell’insegnamento della Chiesa. Tuttavia, in pratica, essa sembra essere ampiamente sparita dalla nostra coscienza.

Non si predica quasi mai su questo argomento. Lo si insegna raramente. Numerosi cattolici non ne hanno mai nemmeno sentito parlare. Questo sembra rivelare qualcosa di molto serio.
Questo è quello che un rispettato universitario cattolico ha descritto come una «neutralizzazione occulta» della condanna del modernismo emessa dalla Chiesa. Non una neutralizzazione formale, non una abrogazione ufficiale; ma qualcosa forse di ancora più sottile: una neutralizzazione pratica per negligenza.

Un insegnamento può rimanere nei testi pur sparendo dalla vita della Chiesa. E quando questo accade, la sua influenza sparisce di fatto, anche se nessuno l’ha formalmente negato.

E questo ci porta alla situazione attuale.

In questi ultimi mesi, il nostro Santo Padre, il Papa Leone XIV, ha iniziato una serie di allocuzioni che incoraggiano i cattolici del mondo intero a studiare più a fondo i documenti del concilio Vaticano II e a rinnovare il loro impegno sulla via intrapresa dalla Chiesa sulla sua scia. Egli ha parlato della necessità di permettere agli insegnamenti del Concilio di continuare ad ispirare la vita e la missione della Chiesa.

Come cattolici, noi dobbiamo sempre pregare per il Santo Padre; dobbiamo augurarci che egli riesca a condurre fedelmente la Chiesa a Gesù Cristo.
Ogni Papa porta un immenso fardello ed ogni Papa merita le nostre preghiere.

Ma proprio perché io amo la Chiesa e prego ogni giorno per il Santo Padre, credo anche che talvolta bisogna porre delle domande difficili.

Se la condanna del modernismo da parte della Chiesa rimane in vigore, perché essa oggi sembra ricevere così poca attenzione?
Se San Pio X considerava il modernismo la sintesi di tutte le eresie, perché questo avvertimento è diventato quasi invisibile nella vita della Chiesa?
Se la Chiesa incoraggia un impegno sempre maggiore verso il mondo moderno, come possiamo assicurarci che un tale impegno non diventi mai un adattamento allo spirito dei tempi?

Questi interrogativi non nascono dalla disobbedienza, ma dall’amore per la Chiesa.

Nel corso della sua storia, la Chiesa ha sempre avuto bisogno di uomini e donne coraggiosi, pronti a chiedersi se rimaniamo fedeli a quello che ci è stato trasmesso dagli Apostoli. Il deposito della fede non appartiene ad alcun Papa, non appartiene ad alcun vescovo, non appartiene ad alcun teologo; esso appartiene a Gesù Cristo. La Chiesa ne è la custode, non l’autrice.

Ecco perché ogni generazione – compresa la nostra – è giudicata secondo il criterio del deposito della fede, e non viceversa.

Il mio timore è che siamo arrivati al punto in cui il linguaggio del dialogo ha molto spesso eclissato quello della conversione. Certo, l’autentico dialogo ha il suo posto; noi parliamo con gli altri perché desideriamo la loro salvezza; noi li ascoltiamo per annunciare meglio Cristo a loro.
Ma il dialogo non può mai diventare fine a se stesso. La Chiesa non esiste semplicemente per accompagnare il mondo; essa esiste per chiamare il mondo al pentimento, alla fede e alla vita eterna in Gesù Cristo.

C’è una profonda differenza tra amare abbastanza il mondo da evangelizzarlo e amare talmente l’approvazione del mondo da esitare a proclamare le verità difficili.
Questa distinzione è essenziale.

Io credo che una delle grandi tentazioni del nostro tempo consista nel cercare la pace con lo spirito del secolo. Eppure la Sacra Scrittura ci mette a più riprese in guardia contro questa tentazione. San Paolo ci dice chiaramente che «la saggezza di questo mondo è follia davanti a Dio». Non ci dice che la saggezza di questo mondo ha solo bisogno di essere affinata; non ci dice che ha semplicemente bisogno di essere completata; ci dice che essa è follia davanti a Dio.

Nostro Signore stesso ci ha detto: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me».

La Chiesa non ha mai misurato la sua fedeltà dagli applausi del mondo. Essa l’ha misurata dalla sua fedeltà a Cristo.
E’ per questo che io credo che noi dobbiamo ritrovare il coraggio di parlare di nuovo del modernismo, non come di un vestigio dell’inizio del XX secolo, ma come di un pericolo vivo che la Chiesa affronta ancora oggi.
Se noi non riconosciamo più questo pericolo, non possiamo più resistergli.
Se noi non insegniamo più quello che San Pio X insegnò con tanta forza, le generazioni future non sapranno nemmeno che tale avvertimento è stato dato.
E questa sarebbe una tragedia. 

La mia preghiera non è che si ritorni ad un particolare decennio della storia; ma che noi si ritorni alla perenne saggezza della Chiesa; la saggezza della Sacra Scrittura, della Santa Tradizione, dei Padri, dei Dottori della Chiesa, dei santi e del Magistero perenne che ha fedelmente custodito il deposito della fede nel corso dei secoli.

Questo non significa guardare indietro, significa rimanere radicati.
Un albero a cui si tagliano le radici non vive più, muore. La Chiesa deve sempre rimanere radicata in Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e per l’eternità.

Miei cari fratelli e sorelle, noi viviamo in un’epoca straordinaria. Intorno a noi vediamo nazioni in pieno subbuglio, famiglie attaccate, una confusione relativa alle verità più elementari della natura umana, attacchi alla santità della vita, attacchi contro il matrimonio e la famiglia, una crescente ostilità contro il Vangelo di Gesù Cristo. In un tempo così, la Chiesa non può permettersi di essere incerta sulla propria identità; non può permettersi di perdere la fiducia nelle verità senza tempo che Cristo le ha affidato. Non può permettersi di dimenticare i solenni ammonimenti di coloro che ci hanno preceduti.

San Pio X non ha condannato il modernismo perché temeva il progresso; l’ha condannato perché amava Gesù Cristo, perché amava la Sua Chiesa, perché amava la verità. Egli aveva compreso che ogni volta che lo spirito del secolo comincia a sostituire la spirito di Cristo, i fedeli vengono a trovarsi in un grande pericolo spirituale. Tale avvertimento di San Pio X non è stato mai formalmente ritirato, non è mai stato abrogato.
Tuttavia, io temo che in pratica sia stato troppo spesso dimenticato.

Io credo che noi viviamo ciò che si può descrivere come una neutralizzazione pratica della condanna del modernismo emessa dalla Chiesa, e questo non per un formale decreto, ma per negligenza, per il silenzio e la progressiva sparizione di questo
Se le cose stanno così, noi non possiamo rimanere in silenzio. Il silenzio non ha mai vinto l’errore; solo la verità vince l’errore, solo Cristo vince l’errore.

La risposta non è la collera; la risposta non è l’amarezza; la risposta non è la disperazione. La risposta è la santità; la risposta è la fedeltà; la risposta consiste nel ritornare ancora una volta agli insegnamenti perenni della Chiesa cattolica; alla Sacra Scrittura, alla Santa Tradizione, ai Padri e ai Dottori della Chiesa, ai santi e al Magistero perenne che ha fedelmente trasmesso il deposito della fede da generazione in generazione.

La Chiesa non ha bisogno di reinventarsi, essa ha bisogno di ricordarsi quello che è. Essa è il Corpo mistico di Cristo, essa è la custode della Rivelazione divina; essa è chiamata a santificare il mondo, non ad essere santificata da lui.


Miei cari fratelli e sorelle, io vi chiedo tre cose.

Per prima cosa, pregate; pregate ogni giorno per il Santo Padre; pregate per tutti i vescovi, per i sacerdoti, per i diaconi e per i religiosi. Essi portano immense responsabilità e hanno bisogno più che mai della grazia di Dio.

Per seconda cosa, studiate la vostra fede. Leggete la Sacra Scrittura, leggete il Catechismo, leggete Pascendi Dominici Gregis, leggete le grandi encicliche pontificie che hanno guidato la Chiesa in mezzo alle crisi passate.
Imparate, non solo quello che la Chiesa insegna, ma anche perché l’insegna.

Per terza cosa, rimate fedeli; non lasciatevi turbare dalla confusione; non lasciate che lo scoraggiamento vi privi della speranza; non misurate la verità dalla sua popolarità né dall’approvazione del mondo.
Misurate ogni cosa da Gesù Cristo, che è la Verità.

Ricordatevi delle parole di San Paolo: «Non conformatevi a questo secolo, ma trasformatevi con rinnovamento della vostra mente». Questa esortazione è più urgente oggi di quanto lo fosse quando fu scritta.

Il nostro compito non è di conformare Cristo al mondo; il nostro compito è di condurre il mondo a Gesù Cristo. Questa è sempre stata la missione della Chiesa; e questa rimane la missione della Chiesa; e questa deve essere anche, con la grazia di Dio, la nostra missione.

Che la Madonna, Sede della Sapienza, preghi per noi.

Che San Giuseppe, Protettore della Chiesa universale, interceda per noi.

Che San Pio X, che difese con coraggio la fede affidata agli Apostoli, ci ottenga la saggezza, il coraggio e la perseveranza necessarie per difendere fermamente la verità nella nostra epoca.

Che Dio Onnipotente vi benedica, vi conservi saldi nella fede cattolica e ci conduca tutti senza esitazioni alla gloria del Suo Regno celeste.

Mons. Joseph E. Strickland
Vescovo emerito






agosto 2026
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI