La fine del mondo e lo stato di necessità:

Stiamo ignorando i segni?




di Robert Lazu Kmita




Pubblicato su The Remnant News Paper
 




 


Cristo disse ai suoi discepoli di vigilare sui segni della fine dei tempi: perciò i cattolici hanno il dovere di meditare l’Apocalisse, la grande apostasia, l’Anticristo e il “mistero dell’iniquità”.
Ma lo facciamo davvero?
Forse la negligenza della Chiesa nei confronti di questi temi è di per sé un sintomo della crisi senza precedenti che stiamo vivendo.

Uno dei sintomi più eloquenti dello stato di necessità che stiamo vivendo oggi in tutta la Chiesa sembra essere l’abbandono della meditazione sui segni della fine.


In un saggio pubblicato nel 1952 (1) e dal titolo al contempo malinconico e toccante “L’ultima notte del mondo” di Clive Staples Lewis osserva fin da subito che, sebbene appartenga al nucleo centrale dell’insegnamento evangelico, la Seconda Venuta di Cristo Salvatore e la fine del mondo sono argomenti quasi completamente assenti dalle preoccupazioni dei cristiani di oggi.
Naturalmente, non mi riferisco all’attenzione riservata all’“apocalisse hollywoodiana”, che si è diffusa in tutto il mondo attraverso i suoi film sensazionalistici. Anzi, trovo francamente imbarazzante che, invece di Enoch ed Elia, siamo costretti a pensare ad Arnold Schwarzenegger e Bruce Willis.
Ma che ci si può fare? Questo è il mondo in cui viviamo.
In ogni caso, Lewis ne era perfettamente consapevole, sebbene non avesse avuto il fatale privilegio di vedere i due in nessuno dei loro blockbuster.

L’osservazione di Lewis, dunque, riguarda un approccio serio all’Apocalisse, nello spirito degli Apostoli che, riuniti attorno al divino Maestro sul Monte degli Ulivi, gli chiesero con ansia, dopo che Egli aveva predetto la distruzione del Tempio:

«Dicci: quando accadranno queste cose? E quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo?» (Matteo 24, 3).

L’intensità delle preoccupazioni apocalittiche è evidente anche nella Seconda Epistola di San Paolo ai Tessalonicesi, dove l’autore cerca di placare l’agitazione di coloro che erano convinti che la fine della storia fosse imminente:

«E vi preghiamo, fratelli, per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo e per il nostro incontro con lui, di non lasciarvi turbare facilmente, né spaventare, né da spirito, né da parola, né da lettera, come se fosse inviata da noi, come se il giorno del Signore fosse imminente» (2 Tessalonicesi 2, 1-2).

Per contrastare gli effetti dei profeti del momento che cercavano di convincere i Tessalonicesi che il giorno del Signore sarebbe giunto durante la loro generazione, l’Apostolo elaborò la celebre dottrina del mysterium iniquitatis (il mistero dell’iniquità) e di ὁ κατέχων (katechōn), colui che frena la manifestazione dell’Anticristo nella storia.
Quando parlo, dunque, di una seria riflessione sui segni della fine e sull’Apocalisse, mi riferisco a questioni di questo genere, che possono essere trattate solo con un rigore commisurato alla prudenza che richiedono.

Con la morte di Papa Benedetto XVI, profondamente interessato alle interpretazioni e alle visioni escatologiche dei Dottori della Chiesa come Bonaventura e Ildegarda di Bingen, sembra che la Chiesa cattolica si sia ritrovata praticamente senza teologi che studino tali argomenti con prudente attenzione e grave solennità.
Non c’è da stupirsi: per alcuni, ecologia e immigrazione sembrano essere temi più importanti del Vangelo e delle questioni escatologiche. Così come antichi poemi come il Dies Irae (Giorno dell’Ira) – che impressionavano persino i compositori più non cattolici – sono completamente scomparsi dalle nostre chiese, allo stesso modo l’insegnamento sulla fine della storia non è più di moda.

Resta tuttavia la domanda posta da C.S. Lewis: perché?

Una prima risposta si può trovare nello stesso Vangelo. Verso la fine della “piccola apocalisse” contenuta nel Vangelo di Matteo, il Salvatore fa un’affermazione categorica:

«Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre» (Matteo 24, 36).

Qual è dunque il senso di occuparsi di un argomento avvolto da un’aura di mistero impenetrabile, accessibile solo a Dio? A prima vista, il testo sembra proibire le preoccupazioni apocalittiche. Ma è davvero così? Se ricordiamo che solo pochi versetti prima il nostro divino Maestro raccomandava ciò che sembra essere l’opposto di quanto affermato sopra, ci rendiamo subito conto che la questione non è poi così semplice:

«Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte» (Matteo 24, 32-33).

Ho separato i due passi sopra riportati dal Vangelo secondo Matteo per dimostrare quanto sia importante leggere la Sacra Scrittura come un tutt’uno. Infatti, se consideriamo solo il versetto 36, sembra che sia esclusa qualsiasi prescienza della fine della storia. Il testo, infatti, afferma soltanto che nessuno possiede una conoscenza precisa – una conoscenza con esattezza matematica (il giorno, l’ora) – del momento preciso della Seconda Venuta.
Il secondo passo, invece, in cui il fico ci viene offerto come parabola di riflessione, afferma la possibilità di una prescienza imprecisa, che rivela solo l’avvicinarsi del momento finale della storia.
Fu San Girolamo a spiegarlo perfettamente nel suo commentario:

«È come dire: “Quando i teneri germogli spuntano per la prima volta sul tronco del fico, e il bocciolo sboccia in fiore, e la corteccia mette le foglie, voi percepite l’avvicinarsi dell’estate e la stagione della primavera e della crescita; così, quando vedrete tutte queste cose che sono scritte, non pensate che la fine del mondo sia imminente, ma che certi segni e presagi ne stiano indicando l’avvicinarsi».

Ma a cosa ci servirebbe una conoscenza approssimativa? La spiegazione ci viene data nello stesso capitolo – il capitolo 24 – del Vangelo secondo Matteo:

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa» (Matteo 24, 42-43).

Ecco perché Dio riserva a Sé in via esclusiva la conoscenza del momento finale della storia del mondo! Per invitarci alla vigilanza, insomma, a una prontezza spirituale in cui la preghiera incessante occupa un posto centrale. Dopotutto, non è questo il significato della Liturgia delle Ore, recitata senza interruzione nei monasteri? Non è questo il significato più profondo delle preghiere notturne, che tutti i monaci e le monache hanno recitato nel corso dei secoli?

Se qualcuno conoscesse con precisione il “giorno e l’ora” della Seconda Venuta del Salvatore, le conseguenze sarebbero disastrose.
Innanzitutto, chi potrebbe sopportare il peso di una tale conoscenza apocalittica? D’altra parte, però, conoscendo fin troppo bene le nostre inclinazioni peccaminose, Dio ci chiarisce che la tentazione principale sarebbe proprio quella di coloro che rimandano il pentimento fino alla fine della loro vita, desiderando, fino ad allora, partecipare senza freni ai frutti proibiti di quei peccati che offrono loro ricompense immediate.
Allo stesso modo, chi conoscesse il momento della Seconda Venuta del Salvatore potrebbe rimandare il suo pentimento – dopotutto, sa quando verrà il Padrone di casa. Eppure, anche questo avvertimento implica una certezza: che coloro a cui si rivolge l’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo devono riflettere sull’imminenza della Sua Seconda Venuta.

Cosa significa questo in termini concreti?

Come Maestro perfetto, Dio ha messo a nostra disposizione nella Sacra Scrittura sia i grandi testi apocalittici, come il libro del profeta Daniele e l’Apocalisse di San Giovanni, sia la “piccola apocalisse” dei Vangeli sinottici: Matteo (24-25), Marco (13) e Luca (21).
In pratica, un’attenta lettura di questi testi ispirati, unita alla meditazione e a un rigoroso studio delle interpretazioni dei Padri e dei Dottori della Chiesa, è la via per mantenere viva la nostra attenzione sulla reale possibilità della Seconda Venuta di Cristo Salvatore.

I testi in questione ci offrono due categorie di contenuto.
La prima, di natura simbolico-allegorica, rivela il conflitto cosmico tra le forze delle tenebre – gli angeli caduti e i loro complici – e le forze del bene – Dio e i suoi servitori angelici e umani.
La seconda tipologia di contenuto riguarda i “segni della fine dei tempi”, che, come ho dimostrato in altri articoli, si possono ricondurre a tre: la diffusione universale del Vangelo, la grande apostasia e la manifestazione dell’Anticristo.

Evitando superficialità e sensazionalismo, è importante che, attraverso la preghiera, si individuino i segni di una crisi senza precedenti nella storia della Chiesa, una crisi che costituisce un vero e proprio stato di necessità.


NOTA

1 - Inizialmente pubblicato sulla rivista Religion in Life (con il titolo “The Christian Hope Its Meaning for Today”) nel 1952, fu incluso – con il suo nuovo titolo – nell’antologia C.S. Lewis, The World’s Last Night and Other Essays, Harcourt, Brace and Company New York, 1960, pp. 93-113




agosto 2026
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