Lettera aperta di Mons. Robert Mutsaerts

a Papa Leone XIV






Mons. Robert Mutsaerts
Vescovo ausiliare di Bois-le-Duc, Olanda

 
Santo Padre,

Con riverenza per il ministero che Vi è stato affidato come successore di San Pietro e in comunione con la Chiesa che Cristo ha fondato sugli Apostoli, mi rivolgo a Voi con questa lettera aperta.

Non lo faccio a cuor leggero. Ciò che mi spinge a pronunciare pubblicamente queste parole è una preoccupazione che, in definitiva, trascende ogni altra questione ecclesiale: la salvezza delle anime. Salus animarum suprema lex: la salvezza delle anime è la legge suprema.

La mia domanda è semplice e seria: il processo sinodale contribuisce veramente ad avvicinare le anime a Cristo e alla salvezza eterna?
Per me, questa è la questione decisiva.

Santo Padre, sono pienamente consapevole della responsabilità del ministero petrino, di cui chiunque che vi si trovi al di fuori può avere solo una vaga idea.
È proprio per questo che scrivo queste parole non per mancanza di riverenza verso il papato, ma per amore di esso.
Dopotutto, Pietro ha ricevuto da Cristo non solo l’incarico di unire i fratelli, ma anche quello di confermarli nella fede: «E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli».

In definitiva, il mondo guadagna ben poco da una Chiesa che si limita a ripetere ciò che il mondo stesso già pensa. Ha bisogno di una Chiesa che, con amore ma senza timore, gli mostri Cristo.

Le mie riserve sul Sinodo sulla sinodalità devono essere comprese in questa luce. E soprattutto, io mi chiedo cosa significhi tutto questo per il semplice fedele, che non si aspetta dalla sua Chiesa un processo permanente, ma la chiarezza sul cammino verso Dio.

Di conseguenza, questa lettera non è un’accusa contro singole persone.
Io non intendo negare le buone intenzioni di tante persone che si sono dedicate sinceramente al processo sinodale. Le buone intenzioni meritano riconoscimento. Ma le buone intenzioni non dispensano dal dovere di esaminare i frutti.
Cristo stesso ci ha dato un semplice criterio per questo: «E’ dai loro frutti che li riconoscerete».

E’ per questo io credo che, dopo anni di consultazioni sinodali, di riunioni, di rapporti e di documenti, sia giunto il momento di chiedere apertamente tali frutti.
Non per cinismo, ma per amore della Chiesa. Non per la nostalgia di un passato idealizzato, per la preoccupazione del suo futuro.  E non per ingaggiare una battaglia di politica ecclesiale, ma perché al di là di tutte le discussioni esiste una realtà infinitamente più importante: la salvezza eterna delle anime che Cristo ha affidato alla Sua Chiesa.

Santo Padre, a partire da questa preoccupazione, io Vi presento la seguente riflessione.


Il Sinodo sulla sinodalità

Chi giudica il Sinodo sulla sinodalità solo dai suoi obiettivi può facilmente trarre un resoconto positivo. C’è stato ascolto. Si è parlato. Migliaia di persone sono state consultate. Si sono riuniti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici. Si è parlato di comunione, di partecipazione e di missione. E’ anche emerso un nuovo vocabolario ecclesiale: sinodalità, ascolto, discernimento, partecipazione, conversazione nello Spirito, avvio di processi.

Ma la stessa storia può essere vista in una prospettiva completamente diversa.

Mi permetta di porre la domanda scomoda: a cosa ha portato realmente tutto questo?

Non, quante riunioni sono state organizzate? Non, quanti rapporti sono stati redatti? Non, quante persone hanno partecipato?
Ma la fede si è raffortata?
Cristo è stato annunciato con maggior chiarezza? L’identità cattolica si è approfondita? Vi sono state più conversioni? La Messa domenicale è più frequentata? Vi sono più vocazioni sacerdotali? La catechesi è diventata più efficace? La riverenza verso l’Eucarestia è aumentata? L’insegnamento morale della Chiesa è diventato più chiaro? Il dinamismo missionario è aumentato?

Quando si pongono queste domande, è impossibile considerare il Sinodo come un successo.

Al tempo stesso, vi è dell’altro che deve essere preso in considerazione: il processo sinodale non è veramente concluso.
La fase di applicazione prosegue e, dopo altri incontri diocesani, nazionali e continentali, essa culminerà in una assemblea ecclesiale a Roma nell’ottobre 2028. Infatti il Vaticano, nel maggio 2026, ha pubblicato una nuova tabella di marcia. 

Questo rende la critica ancora più legittima. Quello che era stato inizialmente concepito come un Sinodo per il 2021-2024, corre il rischio di diventare una forma permanente di governo della Chiesa.


Un Sinodo su un Sinodo

Il primo aspetto che colpisce si trova già nel nome: Sinodo sulla sinodalità.
Tadizionalmente, un Sinodo era convocato perché la Chiesa aveva bisogno di parlare di un argomento preciso: per esempio: l’evangelizzazione, il matrimonio e la famiglia, il sacerdozio, l’Eucarestia, la Sacra Scrittura, una eresia, una crisi pastorale o uno specifico problema.
Nel Sinodo sulla sinodalità è esso stesso diventato l’oggetto. Si potrebbe paragonare ad una riunione che si prolunga indefinitamente per dibattere il modo in cui si dovrebbero svolgere le riunioni future.

La Chiesa ha consciuto dei concilii e dei sinodi fin dall’antichità. Gli Apostoli si sono riuniti a Gerusalemme. I vescovi hanno deliberato fra loro. I Papi hanno consultato i vescovi. I grandi concilii ecumenici sono inconcepibili senza deliberazioni e decisioni ecclesiali condivise.
Ma tutto questo è diverso dalla sinodalità come paradigma ecclesiale permanente.

Il Sinodo classico era un mezzo per conseguire un fine. Nell’attuale discorso sinodale, la sinodalità corre il rischio di diventare un fine in sé. Ed è proprio qui che, da una prospettiva cattolica classica, inizia il problema.


La Chiesa non è una conversazione, ma una realtà ricevuta.

Perché la Chiesa non inizia dal nostro dialogo. Essa inizia con Cristo.
Questo sembra evidente, ma ha delle conseguenze di grande portata.
Cristo non ha fondato un gruppo di discussione. Egli ha chiamato gli Apostoli e ha loro conferito l’autorità. Li ha inviati ad anunciare, a battezzare e ad insegnare: «Andate e fate discepoli tutte le nazioni».

La direzione è fondamentale. La fede non nasce perché la Chiesa fa prima un inventario di ciò che credono le persone e poi distilla un convincimento comune da tutte queste esperienze. La fede è ricevuta.

Paolo usa costantemente termini come: ricevere, trasmettere e conservare. La Chiesa non possiede la Rivelazione perché l’avrebbe inventata, ma perché l’ha ricevuta.
Questo significa che il cristianesimo, per sua natura, non può essere democratico. Non perché la democrazia come forma di governo sarebbe cattiva, ma perché la verità non nasce da una decisione maggioritaria.
Se domani il 90% dei cattolici cessasse di credere nella Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia, non per questo Cristo non sarebbe meno veramente presente.
Se 80% dei cattolici rifiutasse un dato insegnamento morale, questo insegnamento non diventerebbe automaticamente falso.

La verità non è prodotta dal consenso. Questo è il primo grande campo di tensione intorno al progetto sinodale.


Ascoltare: chi?

Una parola chiave durante tutto il processo è stata: «ascoltare», come se non l’avessimo mai fatto prima. In sé, non vi è nulla da obiettare; un vescovo deve ascoltare; un sacerdote deve ascoltare; i cristiani devono ascoltarsi a vicenda. Un pastore che non ascolta mai il suo gregge non è un buon pastore.
Ma ecco che sorge immediatamente la domanda: la Chiesa chi deve ascoltare in primo luogo?

La risposta tradizionale è: Cristo, la Sacra Scrittura, la Tradizione apostolica, i Santi, la testimonianza di venti secoli di cristianesimo e di Magistero; è certo anche i fedeli.

Tuttavia, in alcuni testi sinodali, quest’ordine sembra un po’ capovolto.
Si comincia dalle esperienze, dai desiderii, dalle frustrazioni e dalle aspettative delle persone di oggi e in seguito si chiede come deve rispondere la Chiesa.

Questo può sembrare pastoralmente attraente, ma comporta un pericolo: cosa succede quanto i desiderii dell’uomo moderno entrano in collisione col Vangelo?
Non è il Vangelo che deve cambiare, è l’uomo che deve cambiare.
Nel cristianesimo, questo si chiama conversione. Ed è proprio questa parola che sorprendentemente si sente poco nei numerosi dibattiti ecclesiali moderni.


La grande assente: la conversione

In questo sta la debolezza più profonda di tutto il progetto.
La Chiesa non esiste principalmente per confermare le persone in ciò che sono già; essa esiste per condurle a Cristo.

Le prime parole della predicazione pubblica di Gesù non sono state: «Ditemi che ne pensate delle attuali strutture ecclesiali»; sono state: «Convertitevi e credete al Vangelo».
Questo è molto meno buracratico e molto più radicale.

La Chiesa dei Martiri non ha trasformato il mondo romano organizzando gruppi di conversazione sul modo in cui i Romani potessero percepire la comunità cristiana come più inclusiva. Essa ha annunciato Cristo.

Pietro ha annunciato Cristo. Paolo ha annunciato Cristo. San Francesco ha annunciato Cristo. San Domenico ha annunciato Cristo. San Francesco Saverio ha annunciato Cristo. San Giovanni Maria Vianney ha annunciato Cristo. Madre Teresa ha annunciato Cristo. Giovanni Paolo II ha annunciato Cristo.
[N.D.L.R. : La menzione di Madre Teresa e di Giovanni Paolo II è propria dell’autore della lettera. Tale apprezzamento non è quello della Fraternità San Pio X, che ha espresso serie critiche nei confronti delle loro posizioni dottrinali].

Senza dubbio costoro hanno ascoltato le persone; ma l’ascolto non è mai stato il loro obiettivo finale. Il loro obiettivo finale era la conversione a Cristo.


L’elefante nell’aula sinodale

Vi è inoltre una palese discordanza tra i problemi ampiamente dibattuti nel processo sinodale e la reale crisi in cui si trova in modo particolare la Chiesa occidentale.
I problemi fondamentali della Chiesa in Olanda, in Belgio e paricolarmente in Germania, ma anche in vaste zone dell’Europa occidentale, sono facili da riconoscere.

La chiese si svuotano; le parrocchie vengono accorpate; i monasteri spariscono; la comunità religiose invecchiano. La conoscenza della fede cattolica diminuicse; la confessione è praticamente sparita per molti cattolici; il numero delle vocazioni sacerdotali è debole in diversi luoghi; molti battezzati credono ancora a mala pena alle verità assenziali della fede; in ampi settori della comunità cattolica, la vita sacramentale è considerevolmente indebolita.

Di fronte a tali sviluppi, ci si dovrebbe aspettare che una iniziativa ecclesiale mondiale si occupasse innanzi tutto di una domanda: come possiamo riconquistare il mondo per Cristo?

Invece, l’attenzione è rivolta principalmente alle strutture, alla partecipazione, ai processi decisionali, alla responsabilità delle donne, all’inclusione, alle relazioni di potere e al funzionamento degli organismi ecclesiali.
Certo, si tratta di questioni legittime, ma una casa in fiamme impone altre priorità che non sono le faccende domestiche.


Una legge di Parkinson per la Chiesa

Le istituzioni che perdono di vista la loro finalità originale, generalmente cominciano a parlare sempre pù intensamente della loro organizzazione.
E allora, le imprese parlano interminabilmente di processi. Le Università, di governo, i governi, di modelli di partecipazione, e gli organismi ecclesiali, di strutture.
Meno evangelizzazione c’è, più vi sono dei comitati sull’evangelizzazione.
Meno vocazioni ci sono, più vi sono documenti sulle vocazioni.
Meno persone che vanno in chiesa ci sono, più le riunioni sulla natura della Chiesa sono lunghe.

Questo può sembrare cinico, ma dietro vi è una idea seria: la buracrazia può creare l’apparenza di attività, mentre la realtà dimostra il contrario.
Si naviga senza bussola.


Le aspettative che non possono essere doddisfatte

Il processo sinodale ha generato delle aspettative. Questo accade principalmente perché durante le diverse fasi di consultazione sono state trattate questioni che riguardano ambiti sui quali la Chiesa ha già un insegnamento chiaro: il diaconato femminile, il sacerdozio, la morale sessuale, le relazioni omosessuali, la relazione tra laici e chierici, l’autorità ecclesiale, la decentralizzazione e la posizione della donna.
Quando questi temi vengono «discussi» per anni, nasce naturalmente l’impressione che alla fine si potrebbe cambiare. Altrimenti, perché parlarne interminabilmente?

Questo porta ad un paradosso pastorale. Si chiede alle persone di esprimere le loro aspettative. Poi alcune di queste aspettative si rivelano impossibili da soddisfare senza mettere in pericolo la continuità con la dottrina cattolica.
Che si verifica allora? Una diffusa delusione.

La stessa Chiesa ha creato aspettative che alla fine non può soddisfare.  E questo non è un beneficio pastorale, ma una ricetta per la frustrazione.


La protestantizzazione della concezione cattolica della Chiesa

In una prospettiva tradizionale, emerge inoltre un’ironia storica.
Alcuni elementi della cultura sinodale moderna mostrano delle similitudini con i processi osservati da decenni nelle Chiese protestanti: più accento sulla partecipazione, più influenza amministrativa, più strutture consultive, più peso alle comunità locali, più attenzione per le esperienze individuali, più dibattiti sui cambiamenti nelle opinioni sociali e meno evidenza dell’autorità gerarchica.

Di per sé, questo non è necessariamente sbagliato; ma si impone una domanda storica: questo modello ha prodotto uno spettacolare rinnovamento cristiano nel mondo protestante?
In vaste zone dell’Europa occidentale la risposta è inequivocabilmente negativa.

Perché la Chiesa cattolica dovrebbe allora adottare proprio gli schemi amministrativi e pastorali di confessioni religiose che hanno attraversato spesso la stessa secolatizzazione prima di noi e in maniera anche più grave?

Un paziente guarisce raramente prendendo la medicina del paziente del letto vicino le cui condizioni sono perfino peggiori.


L’alternativa dimenticata: aspirare alla santità

Le grandi riforme cattoliche non sono quasi mai iniziate dalle strutture; sono iniziate dai Santi.

Nelle epoche di corruzione si sono susseguiti dei riformatori: Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila, Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Teresa di Lisieux, Massimiliano Kolbe e Giovanni Paolo II
[N.D.L.R. : Questo apprezzamento di Giovanni Paolo II è proprio dell’autore. La Fraternità San Pio X lo contesta, in particolare per ciò che riguarda il suo pontificato e la sua canonizzazione].

Il loro programma era straordinariamente semplice: diventare santi.
Perché un santo possiede una forza missionaria con la quale non può rivaleggiare alcun documento strategico. Una parrocchia con un parroco santo ha un avvenire migliore di una diocesi con venti gruppi di lavoro sulla sinodalità e ben pagati.
Un monastero con dieci religiosi ferventi evangelizza più efficacemente di cento pagine di gergo ecclesiastico. Un sacerdote che all’Altare dimostra visibilmente di credere che è alla presenza di Dio, può condurre più persone alla fede di quanto possa fare una conferenza sulla liturgia partecipativa.

Qui si trova forse l’alternativa che il Sinodo ha troppo poco sottolineato: non meno ascolto, ma più santità; non meno partecipazione, ma più conversione; non meno dialogo, ma più annuncio.


La liturgia come prova decisiva

In una prospettiva classica, è anche sorprendente che la crisi della liturgia abbia ricevuto relativamente poca attenzione. Perché chi vuole veramente comprendere lo stato di una Chiesa deve guardare al suo culto.
Lex orandi, lex credendi: il modo in cui si prega esprime la fede.
 
Quando i cattolici non comprendono più che la Messa è il Sacrificio sacramentale e attuale di Cristo; quando diminuisce il senso del sacro, quando sparisce il silenzio, quando i confessionali restano vuoti e l’adorazione eucaristica è relegata ai magini, allora la Chiesa non ha un problema di strutture di governo, ha un problema di fede.
Una nuova struttura di partecipazione non può risolverlo, e neanche una nuova assemblea. Forse può farlo una riscoperta di Dio.


Il paradosso della partecipazione

Il progetto sinodale mette l’accento sulla partecipazione, ma questo appare uno strano paradosso.
Le persone che partecipano intensamente ai processi consultivi ecclesiali non sono necessariamente rappresentative di tutta la Chiesa.
Il cattolico silenzioso che assiste ogni mattina alla Messa, recita il Rosario e insegna il catechismo ai suoi bambini, non redige normalmente un rapporto sinodale. Il giovane cattolico che va in auto per tre ore per assistere ad una liturgia tradizionale, normalmente non fa parte di un gruppo di lavoro diocesano.
Una madre di sei figli che cerca di educare la sua famiglia in maniera cattolica, forse non ha più tempo per delle «sessioni di ascolto».
Una religiosa contemplativa non compila dei questionarii.
Eppure, la loro fede può essere più profondamente radicata di quella dei partecipanti abituali alle assemblee ecclesiali.

Chi ascolta solo quelli che prendono il microfono, può facilmente dimenticare che il popolo di Dio è molto più numeroso della cerchia riunita attorno ad un tavolo di consultazone.


Sinodalità o collegialità?

Forse una parte della confusione sparirebbe se tornassimo a parlare con più precisione.
La tradizione cattolica conosce un concetto chiaro: la collegialità.
[N.D.L.R. : La Fraternità San Pio X contesta la nuova concezione di collegialità come l’intende il concilio Vaticano II].

I vescovi formano, con Pietro e sotto Pietro, il collegio episcopale. Esistono inoltre dei consigli presbiteriali, dei consigli pastorali, dei sinodi, dei capitoli, delle comunità religiose e innumerevoli forme di consultazione.
Perché era necessaria per tutto questo una nuova categoria onnicomprensiva: la sinodalità?
Proprio perché il termine è così ampio – ed anche difficile da definire – chiunque può comprenderlo in modo diverso.
Per uno significa ascolto; per un altro significa decentralizzazione; per un altro ancora significa democratizzazione, per un quarto significa rinnovamento pastorale; per un quinto significa riforma del ministero ecclesiale; per un sesto significa una moralità sessuale differente.
Un concetto che può significare tutto finisce col significare niente.

E’ per questo che la questione della proporzionalità è legittima. Quanta energia supplementare deve essere dedicata a questo? Quante riunioni? Quanti gruppi sinodali? Quanti rapporti? Quante valutazioni delle valutazioni?
E soprattutto: cosa accadrebbe se la stessa quantità di tempo, di denaro, di energia spirituale e di attenzione episcopale fosse impiegata per la catechesi, i seminari, l’educazione cattolica, la liturgia, la confessione, l’adorazione eucaristica, la pastorale matrimoniale e l’evangelizzazione diretta?

Questa mi sembra una questione retorica.


Il problema più profondo: l’ecclesiologia

In fondo, la discussione non riguarda tanto il fatto di riunirsi; essa riguarda la domanda: che cos’è la Chiesa?
Essa è innanzi tutto una comunità che cerca insieme quello che deve diventare?
O è primariamente una realtà divina che ha già ricevuto quello che dev’essere?
La risposta cattolica può essere solo la seconda.

La Chiesa deve costantemente convertire, ma essa è edificata sugli Apostoli. Essa conserva una fede che non ha inventata.
Quindi, ogni sinodalità deve in definitiva essere limitata da qualcosa che non può essere oggetto di discussione sinodale: la verità rivelata da Cristo. 



Il mondo non si aspetta una Chiesa sinodale

E questa è forse la tragedia più grande.

Il mondo moderno attraversa una crisi spirfituale straordinaria. Le persone cercano un significato. I giovani cercano una identità. La solitudine aumenta. Le famiglie si disgregano. La tecnologia penetra sempre più profondamente nell’esistenza umana; la pornografia deforma la sessualità; il materialismo non rende felici; il cambiamento climatico diventa per molti una religione sostitutiva, le persone temono la morte, ma a malapena sanno perché vivono. 
E in mezzo a questo mondo, la Chiesa possiede qualcosa di straordinario.
Essa possiede il Vangelo; i sacramenti, l’Eucarestia, la confessione, duemila anni di saggezza. La Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, Sant’Agostino, i mistici, i Santi, una incomparabile tradizione di arte, di musica, di filosofia, di morale e di spiritualità.
E soprattutto Gesù Cristo.

Il mondo non si aspetta un altro organismo che l’ascolti, di questo ce n’è già a sufficienza.
Il mondo si aspetta qualcuno che gli dica perché è stato creato.



Da Emmaus a Gerusalemme

Forse il Vangelo dei discepoli di Emmaus offre in definitiva il modello migliore per una autentica sinodalità cattolica.
Cristo cammina con i discepoli. Egli li ascolta veramente, chiede loro cosa li preoccupi, li lascia parlare, c’è spazio anche per la loro delusione.
E fin qui qualsiasi manuale di sinodalità potrebbe essere d’accordo con entusiasmo.
Ma ecco che arriva il momento decisivo.

Cristo non conferma la loro interpretazione, li corregge e spiega loro le Scritture; insegna a loro a comprendere gli avvenimenti; e infine essi Lo riconoscono dalla frazione del pane.
E’ la sinodalità cattolica nella sua forma più pura.

In seguito i discepoli non rimangono indefinitamente riuniti a Emmaus per valutare la loro esperienza di viaggio. Si alzano. Ritornano a Gerusalemme. Escono per annunciare.

Il processo sinodale si è fermato a Emmaus e la domanda è se si sappia come uscirne.
Siamo così presi a discutere del modo in cui la Chiesa deve camminare, che talvolta dimentichiamo dove sta andando.

In ultima analisi, la Chiesa cattolica non ha bisogno di un sinodo permanente su sé stessa.
Essa ha bisogno di Santi; di vescovi che insegnino; di sacerdoti che preghino; di religiosi che vivano radicalmente per Dio; di genitori che trasmettano la fede; di giovani che scoprano che la verità è qualcosa di più di una semplice opinione; di una liturgia in cui Dio è veramente al centro; di confessionali in cui i peccatori trovino il perdono; di seminarii in cui si formino uomini disposti a dare la loro vita a Cristo; di cattolici che non chiedano continuamente come la Chiesa debba adattarsi al mondo, ma che abbiano il coraggio di invitare il mondo a lasciarsi trasformare da Cristo.

Perché, in ultima analisi, Cristo non ha inviato la Sua Chiesa nel mondo con la parole: «Andate e organizzate dappertutto dei processi sinodali». Egli ha detto: «Andate nel mondo intero e proclamate il Vangelo a tutta la creazione».

E’ così che la Chiesa ha cominciato; e ogni volta che si è veramente rinnovata, ha ricominciato da lì.


Santo Padre

Mi permetta di concludere questa lettera con lo stesso pensiero con il quale l’ho cominciata: la salvezza dedlle anime.
Io spero e prego perché sotto il Vostro pontificato torni ad apparire chiaramente che la Chiesa non è chiamata a discutere indefinitamente si sé stessa, ma è chiamata ad annunciare Cristo; non è chiamata a riflettere lo spirito del tempo, ma a condurre il mondo verso la vita eterna.
Dal successore di Pietro, i fedeli possono aspettarsi che egli confermi i suoi fratelli nella fede in mezzo alla confusione del nostro tempo. Che egli ci ricordi che la verità annunciata dalla Chiesa non è un bene di cui possiamo disporre a piacimento, ma un tesoro prezioso che abbiamo ricevuto e che dobbiamo trasmettere integralmente.
Che egli incoraggi coloro che adempiono fedelmente la loro vocazione: i sacerdoti, i religiosi che hanno consacrato la loro vita a Dio; i genitori che cercano di educare i loro figli in maniera cattolica, controcorrente; e i giovani che, proprio in un tempo di relativismo aspirano alla verità, alla santità, alla bellezza e all’avventura radicale di una vita con Cristo.

La cosa che Vi chiedo è dunque semplice: dateci chiarezza.

Mentre il mondo parla con incertezza, che Pietro parli con chiarezza.
Mentre la Chiesa si stanca delle discussioni interne, che Pietro ci mostri il cammino per tornare a Cristo.
Mentre noi ci perdiamo nei processi e nelle strfutture, che Pietro ci ricordi la nostra missione.

Quando noi esitiamo davanti alla possibilità di annunciare il Vangelo in tutta la sua pienezza, perché potrebbe risultare offensivo per l’uomo moderno, ricordiamoci delle parole di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

Santo Padre, scrivo questo con una sincera riverenza verso il Vostro ministero e per amore per la Chiesa. La mia critica del processo sinodale non nasce dal desiderio di seminare discordia, ma dalla preoccupazione che noi si perda del tempo prezioso mentre tante persone non conoscono più Cristo. 

La messe è abbondante; gli operai sono pochi.

Le chiese in Occidente si svuotano mentre simultaneamente le nuove generazioni sembrano alla ricerca della verità e della trascendenza.
E proprio adesso noi non abbiamo bisogno di una Chiesa esitante, ma di una Chiesa missionaria che conosce il tesoro che possiede e non ha paura di mostrarlo al mondo.

E’ per questo che io prego che il Vostro pontificato sia segnato da una rinnovata concentrazione su ciò che in definitiva cosituisce il cuore di ogni autentica riforma ecclesiale: Cristo, la conversione, la santità, l’Eucarestia, l’evangelizzazione e la salvezza delle anime.

Perché quando tutti i sinodi saranno finiti, tutti i documenti saranno già scritti, tutti gli organismi saranno sciolti e i nostri nomi dimenticati, rimarrà solo la domanda che conta veramente:
Abbiamo avvicinato a Cristo le persone che ci sono state affidate?

Che San Pietro interceda per Voi. Che la Madonna, Mater Ecclesiae, Vi mantega sotto la sua protezione; e che il Signore Vi conceda saggezza, coraggio e fermezza paterna per condurre la Chiesa nella verità e nell’amore.

Con sincera riverenza e unito nella preghiera,

In Christo,

+ Rob Mutsaerts
Vescovo ausiliare della diocesi di Bois-le-Duc






agosto 2026
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