Condannati ingiustamente,

rispondete con la carità




di Don Guillaume Gaud, FSSPX







Sermone di Domenica 26 luglio 2026 pronunciato nel Seminario Saint-Curé-d’Ars, à Flavigny, da Don Guillaume Gaud, Direttore del Seminario


Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Così sia.

«La mia casa è un luogo di preghiera, ma voi ne fate una spelonca di ladri».

Sono queste le parole che Nostro Signore pronunciò scacciando i venditori dal Tempio.
Poco prima di entrare nel Tempio, mentre si avvicinava a Gerusalemme, Gesù pianse.

Quando Gesù pronunciò questa frase, citava un Profeta dell’Antico Testamento: il Profeta Geremia, al capitolo 7:

«Non confidate in parole false, dicendo: «Questo è il Tempio del Signore, il Tempio del Signore, il Tempio del Signore». Ecco, voi confidate in parole ingannevoli che non portano alcun bene. Rubate, uccidete, commettete adulterio. Poi venite e vi presentate davanti a me in questa casa e dite: «Siamo salvati», per continuare a commettere tutte queste abominazioni. Questa casa è forse ai vostri occhi una spelonca di ladri?»


Il pericolo di una fede che rimane esteriore

Gesù vuole mostrarci un punto importante, poiché, come sapete, annuncia contemporaneamente la distruzione di Gerusalemme. Pertanto, l’insegnamento che impartisce in questo momento è fondamentale per il futuro di una società, per il futuro di una Chiesa, per il futuro di ciascuno di noi. Ciò che egli denuncia qui, come vedete, è una sorta di rifugio ingannevole nelle realtà sante.

Gesù non dice che il popolo ebraico rinneghi Dio. Nemmeno Geremia lo dice. Sono un popolo che crede, e credono così tanto da sentirsi al sicuro perché possiedono il Tempio di Gerusalemme.

Anche noi possiamo cadere in questa stessa trappola, ovvero dire: “Sono battezzato, vado a Messa, prego, che so, appartengo al Tempio di Dio, che è la Chiesa cattolica. Sono persino in comunione con Roma. Quindi va tutto bene.”

Tutte queste realtà sono sante, naturalmente, ma diventano pericolose se cercano di evitare una profonda conversione nei nostri cuori, di evitare un atteggiamento di verità, di rimanere superficiali.
I Padri della Chiesa, quando commentano questo passo, ammoniscono i cristiani dicendo: «Attenzione, quando Gesù dice queste cose, non parla solo del Tempio di Gerusalemme costruito in pietra, ma parla di voi stessi, della vostra persona, del vostro stesso corpo.
San Paolo aveva affermato: «Voi siete il Tempio di Dio. Il vostro corpo è il Tempio di Dio».

Quindi, ciò che è importante ricordare in questo avvertimento di Gesù è sapere ciò che Dio trova in questo tempio. Quando Cristo viene, per esempio quando viene da voi con la Comunione, quando vi avvicinate alla Santa Mensa, Egli entra in voi. E che trova in questo tempio? Trova forse una spelonca di ladri, cioè un cuore interamente occupato, ossessionato dalle finanze, dai beni materiali, dalle preoccupazioni per questo mondo?

Gesù non dice: «Non bisogna aver cura delle preoccupazioni di questo mondo». Certo che no. Vi è una responsabilità su questo. Ma Gesù ci dice: non bisogna che le preoccupazioni di questo mondo prendano un posto tale che da invadere la vostra anima e il vostro cuore e che non vi sia più posto per Dio, per il sacro. 

Ed è proprio questa la domanda che ci si pone ogni sera prima di andare a letto, facendo l’esame di coscienza: oggi, cos’è che Cristo ha trovato nel mio cuore?


Due tentazioni di fronte alle condanne di Roma

Io vorrei applicare tutto questo all’attualità e specialmente a ciò che sapete bene: le condanne che hanno colpito la Fraternità San Pio X.
Vi sono due tentazioni un po’ opposte che si presentano nel vostro atteggiamento nei confronti di Roma e delle sue condanne. 

La prima tentazione consiste nell’appoggiarsi alla nostra appartenenza alla Tradizione della Chiesa.
Il rischio che corriamo è pensare, anche se talvolta senza rendersene conto: «Noi abbiamo conservata la vera santa liturgia. Abbiamo conservato la vera dottrina della Chiesa la santa dottrina, senza mischiarla con tutti gli errori moderni; dunque siamo ovviamente i più fedeli». Ebbene, no, non ovviamente.

Conservando la santa liturgia, i veri sacramenti della Chiesa, la dottrina tradizionale integrale, ci sono tutti gli elementi per essere i più fedeli.
Ma noi non siamo necessariamente i più fedeli. Non possiamo dire: «Questa è la vera Chiesa» e nemmeno «E’ il Tempio del Signore, è il Tempio del Signore».

Anche gli Ebrei avevano il Tempio e sono stati condannati, perché essi si attaccavano unicamente a questa apparenza esteriore. Noi stessi non dobbiamo essere un po’ farisei, per così dire, un po’ superficiali, esteriori, dicendo: «Abbiamo conservato la liturgia, la fede, e dunque siamo i più puri». 

Il cuore, l’anima, devono corrispondere alle forme, alla verità, alla dottrina. Mettiamoci in sintonia interiore con quello che crediamo.

Io penso, miei cari fratelli, che sia proprio questo che state cercando di fare bene.

La seconda tentazione, un po’ opposta, è quella di coloro nella Chiesa oggi dicono: «Abbiamo il Tempio del Signore, il Tempio del Signore, abbiamo la comunione con Roma, abbiamo la comunione con Roma, la comunione con Roma; dunque siamo i veri fedeli. La Fraternità San Pio X è deviante perché Roma ha deciso che la Fraternità sarà scomunicata».

Ma bisogna spingersi oltre, bisogna porsi la domanda interiormente.
Coloro che dicono: «Siamo col Papa attuale, dunque abbiamo necessariamente ragione», stanno facendo esattamente quello che Geremia denuncia con gli Ebrei: «Noi abbiamo il Tempio, quindi siamo salvi. Noi apparteniamo visibilmente, esteriormente, giuridicamente all’Istituzione, quindi siamo salvi»; questo è falso, è la stessa cosa, c’è il pericolo della superficialità, del fariseismo. E la stessa cosa.

In ogni caso, per tutti i cattolici, bisogna uscire da questa superficialità. Bisogna andare al cuore della verità. E il cuore della verità, il cuore di ciò che salverà il cattolico, che salverà l’uomo sulla terra, è la sua conformità al Vangelo.
Egli vive veramente il Vangelo, conformandosi alla fede della Chiesa, alla morale della Chiesa, che non è altro che la fede tradizionale, la morale tradizionale, il Vangelo, che i Padri della Chiesa e tutto il Magistero hanno predicato da duemila anni. 

Ma non basta che l’abbia nella testa, lo deve avere in sé, nei vestiti, nel suo modo d’essere; deve averlo nel cuore.  Questo è quello che state facendo, è la battaglia spirituale che combattiamo, e Dio sa che la nostra vita attuale nel mondo moderno non è facile.

Dio vi offre molte occasioni per combattere la battaglia spirituale per rimanere fedeli al Vangelo, e questo è magnifico. E questo dimostra a voi stessi che l’avete nel cuore. Non siete superficiali, proprio perché avete le tentazioni e lottate contro queste tentazioni con perseveranza. 

E allora, come vedete oggi è un appello profondo che Cristo ci rivolge per andare oltre la superficialità.


Prima di combattere, bisogna amare

Il secondo punto importante in questa pagina del Vangelo è che Nostro Signore Gesù Cristo sta per condannare Gerusalemme e sta per dire: «Non ne resterà pietra su Pietra». E’ un vero giudizio di Dio. Ma prima di esprimere questo giudizio, cosa ha fatto? Ha pianto. E questo deve mostrarci quale deve essere la nostra attitudine. Egli ha pianto su Gerusalemme. 

Per noi è la stessa cosa nella battaglia per la difesa dell’autentica Tradizione cattolica, cioè della fede, per la difesa delle forme liturgiche, come si dice oggi, della liturgia tradizionale, cioè per la validità e l’efficacia dei sacramenti.

Come Nostro Signore Gesù Cristo, prima di combattere, bisogna avere questo amore compassionevole per i nostri fratelli cattolici che hanno quest’attitudine superficiale: «Noi siamo in comunione con Roma, noi siamo in comunione con Roma, noi siamo in comunione con Roma».

Bisogna piangere per quelli che non si rendono conto – non li accuso, perché spesso non si rendono conto – che si rifugiano dietro questo atteggiamento superficiale che è una trappola, che impedisce loro di andare al fondo delle cose e di vedere che oggi ci sono delle infedeltà nella Santa Chiesa cattolica, contro le quali bisogna combattere.

Questo è il nostro amore compassionevole per tutti i nostri fratelli, siano essi il Papa, i vescovi, i fedeli. Dobbiamo coltivare questo amore compassionevole nella nostra anima. Dobbiamo piangere per la Chiesa, o meglio, non per la Chiesa, ma per gli attuali uomini di Chiesa; dobbiamo piangere, avere compassione, pregare per loro.

E dunque, prima dire: «Chi ci condanna, si sbaglia. Papa Leone XIV, a quanto pare, si sbaglia», dobbiamo piangere. E questo pianto viene dal cuore, dall’amore compassionevole per le anime, per coloro che un giorno dovranno comparire davanti a Nostro Signore.

Prima di correggere il prossimo, bisogna amarlo. E questa è veramente l’attitudine che il nostro Superiore generale, la magnifica attitudine che egli ci insegna, come avete letto nella sua lettera del 3 luglio al Papa.

Cristo, prima di giudicare e di condannare Gerusalemme, dicendo che sarebbe stata distrutta, piange per amore per questa città e per i suoi uomini. Prima di riprenderla, Egli la ama, e poi scende nel Tempio e scaccia i mercanti.

Non si sottrae al suo dovere di stato, non è liberale, Egli caccia i mercanti dal Tempio e spiega loro il perché. Spiega loro i loro peccati, ma tutto questo viene da un amore immenso. E questa è l’attitudine che dobbiamo avere anche noi.


«Che la radice di tutto il tuo agire sia la carità»

Termino, citando un magnifico passo di Sant’Agostino, che si adatta pienamente alla situazione in cui viviamo. E’ un passo del suo trattato De vera religione, al capitolo 6:

«Spesso, la divina Provvidenza permette che, vittime di agitazioni sediziose fomentate da uomini carnali, persino i giusti vengano esclusi dall’assemblea dei cristiani e scomunicati. Se questi giusti sopportano tale ingiustizia e ignominia senza spirito di scisma, senza turbare la pace della Chiesa, senza fomentare divisioni, insegnano con il loro atteggiamento verso l’umanità con quale amore sincero e vero affetto si debba servire Dio».

E in seguito aggiunge:

«Il loro obiettivo è ritornare dopo che si sarà placata la tempesta. E se non possono, perché la tempesta periste o diventa ancora più violenta, essi mantengono comunque nel loro cuore la carità verso coloro stessi di cui soffrono l’ingiustizia. E con la loro testimonianza, difendono fino alla morte la fede che sanno essere stata predicata costantemente nella Chiesa cattolica. Nel segreto, Dio prepara loro la ricompensa  per la loro pazienza».  
 
Questo è splendido, ed è esattamente la situazione attuale.

Nel trattato Del battesimo contro i donatisti, egli conclude con questa frase molto nota, che dovrebbe essere una divisa: « Multi intus foris, et multi foris intus»: «molti di quelli che sembrano essere dentro la Chiesa, in verità ne sono fuori, e molti di quelli che sembrano esserne fuori, in realtà sono dentro».

Questo è esattamente ciò che accadde con il Tempio di Gerusalemme. Tutti quegli Ebrei che misero a morte Nostro Signore Gesù Cristo sembravano essere figli di Abramo, ebrei, che avevano veramente la fede; in realtà, non l’avevano più; erano fuori dalla fede. E il Tempio sta per essere distrutto.

Per concludere, lasciamo ancora la parola a Sant’Agostino. In un commento alla lettera di San Giovanni, egli dice che bisogna battersi per difendere la fede:

«Se tu correggi, correggi per amore, se tu parli, parli per amore, se tu taci, taci per amore. Che la radice di tutto il tuo agire sia la carità»


Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Così sia.









agosto 2026
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