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| Stati Uniti:
agosto 2026
una esegeta ebrea a capo della Associazione Biblica Cattolica ![]() Amy-Jill Levine Per la prima volta, l’Associazione Biblica Cattolica americana
ha scelto come Presidente, una persona che professa il giudaismo e non
riconosce Gesù Cristo come Messia e Salvatore.
Questa scelta oggettivamente scandalosa è aggravata dalle posizioni di Amy-Jill contro la lettura integrale della Passione secondo San Giovanni e per la sua interpretazione relativista dei testi che condannano l’omosessualità. La Catholic Biblical Association of America (CBA) ha eletto Amy-Jill Levine come sua Presidente per l’anno 2026-2027. La nomina è stata ratificata il 20 luglio 2026, durante l’88ª assemblea annuale dell’Associazione, tenutasi presso la Loyola University of Maryland di Baltimora. Membro della CBA dal 1988, Amy-Jill Levine è stata fino ad ora Vice-Presidente. Ha inoltre operato come consulente del suo Consiglio Esecutivo ed ha svolto diverse responsabilità editoriali per la rivista The Catholic Biblical Quarterly. L’Associazione ha presentato questa elezione come un fatto storico: mai, dalla sua fondazione nel 1936, una persona di fede giudaica era salita alla sua presidenza. Tuttavia, essa costituisce soprattutto uno palese scandalo: una persona che si rifiuta di riconoscere Gesù Cristo come Signore e Salvatore è stata posta a capo di una Istituzione che si definisce cattolica e i cui Statuti richiedono che i lavori siano svolti in conformità col Magistero della Chiesa. Una Associazione che afferma di rifarsi al Magistero cattolico La nomina non riguarda solo una cerchia accademica privata, la Catholic Biblical Association si presenta come la principale organizzazione di biblisti cattolici dell’America del Nord. I suoi Statuti prevedono che i suoi lavori si svolgano in conformità col Magistero della Chiesa cattolica. Pur non essendo governata direttamente dalla gerarchia ecclesiastica, l’Associazione mantiene le relazioni con la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB) e interviene in particolare nei settori delle traduzioni bibliche, della formazione religiosa e della catechesi. Amy-Jill Levine ha annunciato la sua intenzione di sviluppare le risorse destinate ai sacerdoti e agli insegnanti, nonché di lavorare con i vescovi nell’elaborazione di orientamenti biblici attualizzati, per la predicazione e la catechesi. Quindi non si tratta solo della competenza accademica della nuova Presidente, già ampiamente riconosciuta, ma della conformità dei suoi principi esegetici con la fede che l’Associazione afferma di servire. Una universitaria accreditata a Roma Amy-Jill Levine è professore emerito di studi neotestamentari all’Università Vanderbilt; attualmente insegna Nuovo Testamento e studi ebraici alla Hartford International University for Religion and Peace. E’ autrice o coautore di più di venti opere, e nel 2019 è diventata la prima specialista ebrea invitata ad insegnare Nuovo Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Ha anche incontrato per volte Papa Francesco. Amy-Jill Levine appartiene ad una sinagoga ebraica ortodossa e non riconosce Gesù Cristo come Signore, Messia e Salvatore. Lei stessa si definisce «ospite in questa casa» quando interviene nel mondo dell’esegesi cristiana. Tuttavia, questa situazione non ha impedito che fosse scelta per presiedere una Associazione, non solo dedicata allo studio scientifico del Nuovo Testamento, ma chiamata a consigliare le istituzioni cattoliche sulla interpretazione, sulla predicazione e sulla trasmissione della Sacra Scrittura. La Passione secondo San Giovanni rimessa in discussione Una delle prese di posizione più significative di Amy-Jill Levine riguarda la Passione secondo San Giovanni, che viene solennemente proclamata nella liturgia cattolica del Venerdì Santo. In una intervista pubblicata nel 2023 da The Christian Century ha affermato che l’uso dell’espressione «i Giudei» nel quarto Vangelo può favorire delle interpretazioni ostili al popolo ebraico. Dopo aver giudicato insufficienti le diverse spiegazioni proposte abitualmente, ha concluso che «la soluzione migliore sarebbe cambiare il lezionario». Ella non chiede la sparizione totale del Vangelo secondo San Giovanni, ma propone di rinunciare alla lettura integrale della Passione giovannea sostituendola con le ultime sette parole di Cristo riportate nei quattro Vangeli. La Chiesa condanna ogni odio razziale, ma tale condanna non deve portare a mutilare o a scartare un testo ispirato per adattarlo alle ideologie contemporanee e al dialogo interreligioso. La Passione secondo San Giovanni non è un documento umano sospetto che spetta agli esegeti correggere. Essa fa parte della Sacra Scrittura, che è la Parola di Dio di cui la Chiesa ha ricevuto la custodia e l’interpretazione, essa rende conto del mistero centrale della fede: la Morte redentrice di Nostro Signore Gesù Cristo nel contesto del suo rifiuto da parte di un popolo che tuttavia era stato appositamente preparato a riceverLo. Una morale biblica sottoposta al giudizio contemporaneo La nuova Presidente del CBA ha anche esposto le sue posizioni sui passi biblici relativi all’omosessualità, in un articolo pubblicato nel 2022 da Outreach, un sito fondato da Padre James Martin. Amy-Jill Levine, pur riconoscendo che alcuni testi del Levitico e di San Paolo condannano le relazioni omosessuali, ma comportano delle divergenze quando si tratta di trarre da essi le conseguenze morali per i nostri giorni. Secondo lei, il significato storico di un passo non determina necessariamente la sua applicazione contemporanea. Poiché gli uomini non vivono più «nella vecchia età del ferro né nell’Impero romano del primo secolo» dovrebbero decidere se ciò che era moralmente giusto in quell’epoca continua ad esserlo oggi. L’interpretazione dovrebbe tenere conto anche delle attuali conoscenze scientifiche e dell’«esperienza» delle persone interessate. In definitiva, un tale metodo sottopone la norma rivelata al giudizio delle epoche successive. Ora, se lo studio del contesto storico è indispensabile per comprendere con precisione un testo biblico, esso non può abolire la verità morale insegnata da Dio. La Chiesa non riceve dalla Scrittura una materia prima che potrà rimodellare secondo l’evoluzione dei costumi, ma una Rivelazione alla quale deve sottomettersi con amore e di cui deve trasmettere fedelmente il deposito. Non tutte le parole di Cristo provengono da Cristo Amy-Jill Levine ritiene che non tutte le parole attribuite a Gesù nei Vangeli siano state necessariamente pronunciate da Lui. Ella cita in particolare il fatto che Nostro Signore parlava in aramaico, mentre tutti i testi del Nuovo Testamento sono stati scritti in greco. Tuttavia sostiene che questo approccio storico-critico non metterebbe in discussione la dottrina cattolica, poiché la proclamazione della Chiesa si baserebbe sul testo ricevuto, indipendentemente dalla ricostruzione storica della sua origine. Ma la dottrina cattolica non permette di separare la Scrittura ricevuta dalle parole e dalle azioni concrete di Nostro Signore; l’ispirazione divina garantisce che gli autori sacri abbiano scritto ciò che Dio voleva che scrivessero. Pio XII, nell’enciclica Divino afflante Spiritu, ricorda che sarebbe «assolutamente disastroso limitare l’ispirazione solo ad alcune parti della Sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia errato». L’ispirazione divina «non solo esclude di per sé ogni errore, ma esclude e aborrisce necessariamente che Dio, la Verità suprema, possa essere l’autore di qualsiasi errore» (1). Il culmine di una evoluzione già antica Questa elezione si inserisce in una evoluzione in atto da diversi decenni delle relazioni tra le Istituzioni cattoliche americane e il giudaismo. Nel 2002, il documento Riflessioni su Alleanza e Missione, elaborato congiuntamente dai rappresentanti del Comitato Episcopale Americano per gli affari ecumenici e interreligiosi e del Consiglio Nazionale delle Sinagoghe, sosteneva che le campagne volte a convertire i Giudei al cristianesimo non erano più «teologicamente accettabili». Il testo arrivava perfino a presentare il giudaismo come una risposta salvifica ad una alleanza considerata irrevocabile, rendendo così inutile l’esplicito annuncio di Gesù Cristo agli Ebrei. Questa concezione è stata ulteriormente sviluppata da altri testi postconciliari che affermavano che non dovesse esistere una «specifica missione istituzionale» rivolta agli Ebrei. L’elezione di una esegeta ebrea alla Presidenza di una associazione biblica cattolica è una nuova conseguenza dei principii introdotti dalla dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II e sviluppati dal dialogo giudeo-cristiano postconciliare. La competenza storica e la conoscenza del contesto ebraico del Nuovo Testamento finiscono così per essere giudicate sufficienti per orientare la lettura cattolica della Scrittura, indipendentemente dalla professione di fede cattolica e, in definitiva, del riconoscimento di Gesù Cristo come Messia, Figlio di Dio e unico Salvatore. La Scrittura conduce a Cristo La Chiesa cattolica riconosce il posto particolare del popolo ebraico nella storia della salvezza. E’ a Israele che furono affidate le promesse; è da esso che sono venuti secondo la carne: Nostro Signore Gesù Cristo, la Santissima Vergine Maria e gli Apostoli. Ma la Vecchia Alleanza preparava la venuta del Messia e ha trovato il suo compimento nel Sacrificio della Croce e nella fondazione della Chiesa. Quindi, le figure e le osservanze antiche non sono una via di salvezza parallela alla Nuova Alleanza stabilita nel Sangue del Salvatore, esse non hanno più ragione d’essere da dopo che la realtà da esse annunciata: Gesù Cristo e la Sua opera redentrice, ha preso il loro posto. La dottrina cattolica rimane quella proclamata da San Pietro davanti ai capi del popolo: «In nessun altro vi è salvezza, poiché sotto il cielo non vi è alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, e per il quale dobbiamo essere salvati» (Atti 4, 12). Affidare la direzione dell’esegesi cattolica ad una persona che non professa questa verità è una profonda contraddizione. E ancora più quanto questa esegeta intende influenzare la predicazione e la catechesi pur proponendosi di amputare la proclamazione liturgica della Passione e di relativizzare la morale. La nuova Presidente afferma che non intende «rimettere in questione la dottrina», tuttavia le sue posizioni dimostrano che sono in gioco proprio il contenuto della Rivelazione, la sua autorità e la sua trasmissione. Questa nomina costituisce una nuova manifestazione della rottura introdotta dal Vaticano II, che permette di presentare la Vecchia Alleanza come sempre valida, contrariamente all’insegnamento costante della Tradizione cattolica. Quello che l’autorità romana ha sempre condannato in tutti i secoli precedenti il Vaticano II, oggi è visto come progresso: fino a che punto dobbiamo ancora arrivare per vederne le disastrose conseguenze? NOTA 1 - Pio XII, Divino afflante Spiritu, 30 settembre 1943. |