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| Quello che sta accadendo in Israele è molto preoccupante di Paolo Gulisano IN ISRAELE UN ABISSO DI
INIQUITÀ
Quello che sta accadendo in Israele è molto preoccupante, non solo dal punto di vista politico, ma addirittura su un piano antropologico. Negli scorsi giorni Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, ha dichiarato che gli attacchi su Gaza sono troppo contenuti e ha sostenuto che non bisognerebbe colpire soltanto chi rappresenta una minaccia immediata. Ovvero bisogna sparare nel mucchio, colpire a caso, rendere la vita alla popolazione civile un incubo. A suo avviso, ogni notte ci dovrebbero essere attacchi in grado di fare almeno una trentina di morti: uomini, donne, vecchi, bambini. I Palestinesi devono andare a dormire – se riescono – senza la certezza di poter arrivare a vedere il mattino successivo. Se questo non è terrorismo, non si sa come poterlo altrimenti definire. La questione non è essere pro-Israele o pro-Palestina. Il punto è molto più importante, perché il ministro israeliano illustrando questo progetto ha espresso un pensiero terrificante, disumano: ci sarebbero secondo lui persone che «non meritano di vivere», persone che, ha aggiunto, «non sono nemmeno esseri umani». Quando si comincia a stabilire che un intero gruppo di uomini, donne e bambini può essere privato persino della propria umanità, il problema non è più soltanto militare o politico, ma è morale e storico. Un ministro che afferma che alcune persone non sono esseri umani dovrebbe provocare uno scandalo internazionale, mentre il tutto è passato sotto silenzio da parte dell’Occidente; un silenzio che a questo punto appare come immorale complicità. Questo è il punto dove si è toccato il fondo, ma al quale si è arrivati dopo un lungo percorso di azioni disumane lasciate impunite. Israele sta da tempo attuando una guerra contro i medici palestinesi, avendo come obiettivo la distruzione del sistema sanitario, e la privazione alla popolazione delle cure. L’organizzazione Physicians for human rights Israel, un ente composto da un team misto di Ebrei e Palestinesi – medici, attivisti e legali – che promuove il diritto alla salute in Israele e nei Territori palestinesi, ha denunciato il dramma di 55 sanitari rinchiusi da mesi senza accuse formali né processi nelle carceri di Israele, dove subiscono violenze brutali. Naji Abbas, responsabile del Dipartimento dei prigionieri e detenuti di PhrI, ha dichiarato: «Chiediamo il rispetto del diritto internazionale: chi non è imputato di alcun reato deve essere liberato per tornare a curare i propri pazienti. Gaza ha bisogno dei suoi medici». La guerra contro i medici è iniziata fin dal 2024. ogni volta che l’esercito israeliano entrava in un ospedale o in una struttura sanitaria arrestava decine di medici, infermieri e altri membri del personale. Persone di cui per mesi non si avevano notizie. Secondo il diritto internazionale, quando le autorità non comunicano dove si trovi una persona arrestata, se sia viva o morta, e impediscono anche alla Croce Rossa e alla famiglia di avere notizie, si configura una sparizione forzata. In seguito la situazione è cambiata dopo che l’organizzazione è riuscita a svelare ciò che accadeva nel centro di detenzione militare di Sde Teiman, nel deserto del Negev, dove centinaia e poi migliaia di Palestinesi provenienti da Gaza venivano tenuti in condizioni disumane, senza contatti con le famiglie, avvocati o Croce Rossa. Successivamente, le autorità israeliane hanno consentito agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani di incontrare i detenuti. In seguito è stato pubblicato un rapporto sulla loro detenzione illegale e un secondo documento con le testimonianze dirette di 25 operatori sanitari detenuti. L’organizzazione ha quindi lanciato una campagna pubblica, perché il diritto internazionale umanitario riconosce al personale sanitario una protezione particolare durante i conflitti armati. Emblematico il caso del pediatra Hussam Abu Safiya direttore del Kamal Adwan Hospital, strappato alle cure dei suoi piccoli pazienti, arrestato e internato alla fine di dicembre del 2024. Abu Safiya ha descritto violenze quotidiane brutali. Ha raccontato di essere stato picchiato tanto duramente da credere, più di una volta, che sarebbe morto. Alla fine di giugno è stato trasferito in una struttura sotterranea. All’inizio di luglio ha detto al nostro avvocato: «Ho la sensazione che mi abbiano portato qui per uccidermi». Ha raccontato di venire picchiato ogni giorno con manganelli e martelli. Questa strategia contro i sanitari, persone che hanno deciso di dedicare la vita a curare altri esseri umani, era stata predisposta dal solito ministro Itamar Ben-Gvir, che sosteneva che le condizioni di detenzione dovessero rappresentare un’ulteriore punizione. Secondo questa ideologia non basta privare un Palestinese della libertà: anche il cibo, le cure mediche, la possibilità di lavarsi, usare il bagno o ricevere visite devono diventare strumenti punitivi. Infine, questa visione è arrivata ora a negare la stessa dignità di esseri umani. I Palestinesi possono e debbono essere soppressi come animali, peggio che animali. Siamo oltre un limite molto pericoloso, siamo vicini a una barbarie inusitata, un abisso di iniquità. |