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| Leone e il “vetus ordo”: un’analisi logora e smentita dai fatti di Francesca de Villasmundo ![]() Papa Leone XIV - Udienza generale Durante la sua catechesi del
26 agosto 2026 Leone XIV ha difeso la riforma liturgica derivante dal
Concilio Vaticano II. Avvalendosi degli stessi concetti sviluppati dai
modernisti durante il Concilio, ha sostenuto che la riforma era
necessaria per rendere la liturgia “più accessibile” e ha
dichiarato che il novus ordo è “saldamente radicato
nella tradizione vivente della Chiesa”.
“Tradizione vivente” è la nozione usata dai progressisti per definire una dottrina che si evolve nel tempo. L’arcivescovo Marcel Lefebvre fornì un’ottima analisi di questa espressione, utilizzata nella costituzione “Dei Verbum” del Concilio Vaticano II: essa, spiegò, serve a giustificare le novità, legittimando in tal modo cambiamenti altrimenti inaccettabili nella liturgia e nella dottrina. Con la sua catechesi, Leone XIV si è inserito perfettamente nella linea che vede nel Vaticano II una sorta di nuova Pentecoste destinata a “illuminare” la Chiesa. Secondo l’interpretazione del Papa, il novus ordo ha permesso ai fedeli di non essere più semplici “spettatori” passivi, consentendo loro una “partecipazione consapevole”. L’argomentazione implica che prima della Messa di Paolo VI i fedeli che prendevano parte al rito tridentino fossero passivi, inconsapevoli di ciò che accadeva all’Altare e ignari del mistero dell’Eucaristia e della Presenza Reale. Ma i dati smentiscono Leone XIV. Tutte le ricerche mostrano che chi partecipa alla Santa Messa tradizionale è molto più consapevole della Presenza Reale rispetto a chi va alla Messa novus ordo. Inoltre, se davvero la Messa tradizionale, come sostiene Leone, non consentiva una “partecipazione consapevole”, in che modo spiegare intere generazioni di Santi e Martiri prodotte dalla Chiesa cattolica fino agli anni Sessanta del secolo scorso? Secondo la mentalità modernista, tutto ciò che esisteva prima del 1962 viene trattato quasi come un Antico Testamento oscuro, obsoleto e imperfetto. Non si può che rimanere sbalorditi di fronte all’illusione nutrita da questo Papa modernista così come dai suoi predecessori conciliari. La perdita della fede, l’incredulità nella Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia e l’apostasia di nazioni e popoli cristiani sono dati di fatto che mostrano come il Vaticano II sia stato un inverno glaciale, non una primavera della fede, eppure ancora oggi la gerarchia evita di mettere onestamente in discussione il Concilio. Al contrario, si prosegue sulla strada naturalista, protestante ed eterodossa, con grande sgomento dei poveri fedeli che hanno perso non solo il latino, ma anche la fede cattolica. |