Quale «comunione» ?



di don Jean-Michel Gleize, FSSPX



Pubblicata sul sito francese della Fraternità San Pio X

La Porte latine






Statua di San Pietro con la chiavi, in Vaticano




Nella festa dei Santi Pietro e Paolo, il Papa ha fatto riferimento alle chiavi come simbolo dell’unità della Chiesa.


Il nostro Santo Padre, il Papa Leone XIV, Vicario di Gesù Cristo e Capo supremo di tutta la Chiesa universale, ha celebrato il 29 giugno 2026, alla presenza dei cardinali riuniti a Roma per il Concistoro, la Messa della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
E’ in occasione di questa celebrazione che il Papa impone il pallium ai nuovi arcivescovi metropolitani.

Nell’omelia che ha pronunciato in questo giorno, Leone XIV ha insistito sulla «sollecitudine fedele e paziente per l’unità» che spetta al successore di Pietro e che è «bene espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (Cfr. Matteo 16, 19).
Ed ha quindi approfondito la metafora: «Una chiave, infatti, non sfonda le porte, ma le apre e poi le richiude, trovando le leve giuste all’interno e accompagnandone i movimenti, in modo che i blocchi siano rimossi, i chiavistelli scorrano e i battenti girino liberamente sui cardini, unendo così gli spazii e trasformando molte stanze isolate in un’unica casa accogliente».

Alla luce di questa metafora, come si deve comprendere la definizione di unità e di comunione nella Chiesa?
«Allo stesso modo», spiega Leone XIV, «la comunione nella Chiesa non si costruisce aggrappandosi alle proprie posizioni, ma cercando, nel cuore di ciascuno, i punti d’incontro nella Verità, alla sola luce della quale ciascuno diventa strumento di crescita per l’altro».

Ed è qui che sorge la domanda fondamentale: di quale «Verità» si tratta?

Recentemente, il vescovo di Bourges: Mons. Sylvain Bataille, ha fatto eco a questa riflessione del Papa, quando, in un comunicato dello scorso 13 luglio, in occasione delle consacrazioni episcopali effettuate dalla Fraternità San Pio X, l’attuale successore di Mons. Jérôme Beau ha dichiarato: «Non sogniamo una unità di compromesso, fondata sull’ambiguità» (1). 

Anche noi respingiamo questa ambiguità, poiché è vero che una volta che ci si è adagiati in essa «ogni sforzo per dissipare i malintesi avrebbe solo l’effetto di moltiplicarli» (2).
Ed è giustamente proprio per questo motivo che, fin dai suoi inizii, la Fraternità espone chiaramente le profonde ragioni della sua attitudine, che sono le ragioni della sua obbedienza al Magistero della Chiesa cattolica e al tempo stesso anche le ragioni della disobbedienza del concilio Vaticano II a questo stesso Magistero.
E sebbene questa affermazione possa sembrare pesante, essa rimane comunque vera.    

Facciamo anche notare che, da parte di Roma e degli episcopati del mondo intero, in Francia come altrove, l’ambiguità è altrettanto respinta come inaccettabile e viene respinta proprio in nome dei testi del Concilio, i quali, se letti alla luce della loro logica profonda, sfuggono -  purtroppo – ad ogni ambiguità; poiché essi veicolano una nuova definizione della Chiesa e della sua unità, definizione che è in opposizione chiara e netta con la definizione della Chiesa come il Magistero l’ha sempre finora insegnata.
L’unità della Chiesa vi appare non più come quella della Chiesa cattolica, ma come quella della Chiesa di Cristo, che «sussiste» solo nella Chiesa cattolica e che è anche «presente e agente» al di fuori della struttura visibile della Chiesa cattolica: nelle comunità separate chiamate «cristiane non cattoliche».
L’unità dei cristiani, che è l’obiettivo dell’ecumenismo, assume allora tutto il suo significato, senza alcuna ambiguità, poiché si tratta dell’unità della Chiesa di Cristo, che progredisce e che rimane distinta dall’unità della Chiesa cattolica.
Come dice esplicitamente il decreto Unitatis redintegratio del concilio Vaticano II, per mezzo dell’ecumenismo «a poco a poco, dopo aver superato gli ostacoli che impediscono la perfetta comunione ecclesiale, tutti i cristiani si ritroveranno riuniti per un’unica celebrazione eucaristica, nell’unità di una sola e unica Chiesa. Questa unità, Cristo l’ha concessa alla Sua Chiesa fin dall’inizio. Noi crediamo che essa sussista in maniera irrevocabile nella Chiesa cattolica e speriamo che cresca di giorno in giorno fino alla consumazione dei secoli».

Al di fuori di ogni ambiguità, qui è detto chiaramente sia che: 1) l’unità concessa da Cristo alla Sua Chiesa – dunque l’unità della Chiesa di Cristo – «sussiste in maniera irrevocabile» nella Chiesa cattolica, sia che: 2) «noi speriamo che cresca di giorno in giorno» in quanto essa è «presente e attiva» solo al di fuori dell’unità della Chiesa cattolica.  

Perché, allora, la Fraternità San Pio X è ritenuta scismatica?
Molto semplicemente perché essa rifiuta questa nuova ecclesiologia che intende stabilire una distinzione reale tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica.
Questo rifiuto è anche espresso recentemente nella professione di fede del 24 giugno scorso, ma Mons. Lefebvre lo constatava nell’omelia che pronunciò per le consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988:

«E perché Monsignore (mi si dirà) avete interrotto questi colloqui che sembravano avere un certo successo? Proprio perché mentre io apponevo la mia firma sul protocollo (di accordo), l’inviato del cardinale Ratzinger, che mi portava questo protocollo da firmare, mi ha consegnato una lettera nella quale mi si chiedeva di chiedere perdono per gli errori  che facevo. Se sono in errore, se insegno degli errori, è chiaro che devo essere ricondotto alla Verità secondo coloro che mi inviavano questo foglio da firmare, e riconoscere i miei errori.  Cioè: Se riconoscete i vostri errori, noi vi aiuteremo a tornare alla verità. E qual è questa verità per loro? Se non la verità del Vaticano II, se non la verità di questa Chiesa conciliare, è chiaro! Di conseguenza, è chiaro che per il Vaticano la sola verità che esiste oggi è la verità conciliare, è «lo spirito del concilio», è lo spirito di Assisi. Ecco la verità di oggi. E questa noi non la vogliamo per niente al mondo, per niente al mondo!»

Quando Papa Leone XIV dice che la comunione nella Chiesa si deve costruire «cercando, nel cuore di ciascuno, i punti d’incontro nella Verità», si tratta proprio, e senza ambiguità, di questa nuova verità del Vaticano II.
La Fraternità, e con essa i suoi sei vescovi, quattro dei quali sono stati consacrati lo scorso 1 luglio, non la vogliono per niente al mondo, perché questa verità è un falsa Verità, essa ha solo l’apparenza della verità, dandosi il falso volto del Magistero, e in realtà essa è solo l’espressione degli errori già condannati da questo Magistero.
E la Fraternità, con i suoi sei vescovi pienamente cattolici, spera con tutto il cuore che il Papa e il cardinale Fernandez non siano così rigidi sulle proprie posizioni di una teologia che, per aver trovato la sua espressione maggiore nel concilio Vaticano II, rimane contestabile su più di un punto, alla luce degli insegnamenti secolari del Magistero della Chiesa, come emerge chiaramente dalla professione di fede rilasciata dalla Fraternità lo scorso 24 giugno.

Peraltro, Leone XIV ha concluso la sua omelia del 29 giugno rivolgendo con gioia «un cordiale saluto ai membri della delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, inviata dal mio carissimo fratello: Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, metropolita di Calcedolnia».
Delegazione di una comunità che tuttavia rimane ancora scismatica da oltre nove secoli, nonostante nel 1964 il Papa Paolo VI volle revocare l’anatema di scomunica contro Michele Cerulario emanato in occasione dello scisma del 1054. 

Lungi da ogni spirito scismatico, la Fraternità professa la stessa fede dell’Apostolo San Pietro, la fede nel Primato del vescovo di Roma. E per questo, essa osa sperare da parte del Santo Padre almeno un «cordiale saluto», tanto più meritato in quanto, a differenza dei vescovi ortodossi Bartolomeo e Emmanuel, e anche a differenza della signora Sarah Mullally, presunta «arcivescova» anglicana di Canterbury ricevuta dal Papa in Vaticano lo scorso 27 aprile (3), e ancora a differenza dei 14 presunti vescovi luterani della Norvegia (6 donne e otto uomini), anch’essi ricevuti in Vaticano da Leone XIV lo scorso 26 agosto (4), essa intende rimanere fedele alle definizioni dei concilii ecumenici di Lione I e II, di Firenze, di Trento e del Vaticano I.



NOTE

1. https://www.diocese-bourges.org/actualites/16137-les-ordinations-episcopales-de-la-fraternite-saint-pie-x-
points-de-repere-pour-comprendre-la-situation-editorial-de-monseigneur-bataille/
2. Étienne Gilson, Matières et formes, Vrin. 1964, p. 20.
3. https://laportelatine.org/actualite/leon-xiv-et-madame-mullaly
4 - https://fr.zenit.org/2026/08/26/leon-xiv-la-bonte-et-la-charite-ont-le-pouvoir-de-desarmer/ ;
https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026–08/leon-xiv-petits-
gestes-bonte-charite-peuvent-desamorcer-conflits.html









Don Jean-Michel Gleize è stato per quasi trent'anni professore di apologetica, di ecclesiologia e di dogma al Seminario San Pio X di Ecône.
E’ il principale redattore del periodico Courrier de Rome.
Ha partecipato alle discussioni dottrinali fra Roma e la Fraternità San Pio X tra il 2009 e il 2011.
Oggi esercita il suo apostolato a Parigi, nella chiesa Saint-Nicolas-du Chardonnet, a Parigi, dove le sue conferenze sulla Chiesa sono molto seguite. e insegna all’Istituto Universitario San Pio X.




 
settembre  2026
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI