L’ecopaganesimo della Chiesa sinodale / 2






Caro Aldo Maria,

La Commissione teologica internazionale ha recentemente pubblicato il documento «Prendersi cura della nostra Casa comune. Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario».

Il documento si preoccupa di ribadire che Dio rimane Dio, che il creato è opera sua e che l’uomo conserva un posto singolare nella creazione. Rifiuta esplicitamente tanto l’antropocentrismo predatorio quanto il biocentrismo e l’ecocentrismo e conferma che l’uomo è «amministratore e servitore del creato» (§ 3.2).

Fortunatamente non siamo davanti alla vecchia caricatura dell’ambientalista che mette il panda al posto dell’uomo e la terra al posto di Dio. Di questi tempi è già qualcosa.

Nell’assegnare all’uomo il compito di prendersi cura della Casa comune, il documento afferma che, dal punto di vista cristiano, «la questione ecologica si traduce da ultimo in una questione teologica» (n. 144), che il rapporto con il creato costituisce una dimensione del nostro rapporto con Dio trinitario (n. 144), che oggi «abbiamo urgente bisogno di una svolta ecologica» (n. 145) e che occorre riconoscere le «strutture del peccato contro il creato e il Creatore e l’esigenza di una conversione verso un’ecologia integrale» (n. 146).

Il ragionamento è suggestivo e proprio per questo bisogna fare attenzione.

La conversione cristiana ha un centro preciso: l’uomo peccatore che, per grazia, si volge nuovamente a Dio. La cura del creato può certamente essere una conseguenza della conversione, ma occorre evitare che tale conseguenza finisca per diventare una sorta di componente autonoma della conversione stessa, con propri criteri, proprie categorie e propri comportamenti prescritti. Anche perché a quel punto la domanda diventa inevitabile: quali comportamenti costituiscono realmente peccato contro il creato?

La Commissione tenta di rispondere sostenendo che non prendersi cura della Casa comune, con azioni od omissioni, costituisce disobbedienza a Dio; aggiunge, ancora, che occorre agire con «saggezza, diligenza e visione a breve, medio e lungo termine» (n. 97).

Qui il terreno si fa alquanto scivoloso. Perché la morale cattolica può certamente condannare un atto intrinsecamente malvagio: può condannare l’avvelenamento deliberato di una falda acquifera; può condannare lo spreco irresponsabile di risorse; può condannare lo sfruttamento dell’uomo e della natura. Ciò non significa che ogni controversia ambientale possa essere trasformata automaticamente in un peccato.

Anche perché qual è il livello “sufficiente” di cura? Quale consumo energetico è lecito? Quale politica industriale è moralmente obbligatoria? Quale fonte energetica è preferibile?

Proprio qui il documento comincia a spingersi molto oltre il semplice principio morale e arriva ad affermare che è «nelle nostre mani dotarci di un sistema alternativo» che sia «regolato dal criterio della sostenibilità e rispetti i bioritmi della Casa comune» (n. 96).

La Chiesa può insegnare che l’economia deve essere subordinata alla persona, che la ricchezza non è un assoluto, che la proprietà comporta responsabilità e che i poveri non possono essere sacrificati al profitto: ciò è perfettamente coerente con la sua dottrina sociale. Stabilire, invece, che il sistema economico debba essere regolato secondo un determinato criterio di “sostenibilità” è un’altra cosa.

La sostenibilità non è una categoria teologica. È una categoria che richiede valutazioni scientifiche, economiche, tecnologiche e politiche che possono essere assai diverse e che non necessariamente comportano responsabilità davanti a Dio.

Il documento parla di creazione, Trinità, peccato, conversione, responsabilità, legge naturale, poveri, solidarietà intergenerazionale. Tutto corretto. Quando questi concetti vengono, tuttavia, collegati a una determinata lettura della crisi ecologica (guarda caso fortemente debitrice di rapporti internazionali caratterizzati da toni allarmistici) e poi tradotti in indicazioni sui sistemi economici e sugli stili di vita, bisogna domandarsi dove finisca il principio morale vincolante e dove cominci la valutazione prudenziale.

La Chiesa può insegnarmi che non devo essere schiavo del consumo ma difficilmente può dedurre dal Vangelo se il riscaldamento globale ha natura antropica e quante tonnellate di CO₂ io possa produrre senza peccare. Può insegnarmi la temperanza, ma non può trasformare automaticamente la temperatura del pianeta in un nuovo parametro della gravità dei miei peccati. Può chiedermi di non sprecare, ma non può trasformare ogni scelta di consumo in un atto teologicamente qualificato. E soprattutto non dovrebbe creare l’impressione che esista una sola politica economica compatibile con la fede cattolica.

C’è poi un altro passaggio che merita attenzione.

La Commissione parla di una vera e propria «svolta ecologica» e afferma che abbiamo urgente bisogno di un cambiamento di paradigma che ci aiuti a comprendere la nostra dipendenza dall’ambiente.

Sennonché il cristianesimo conosce già da duemila anni un cambiamento di paradigma assai più radicale che si chiama conversione. Non consiste nel modificare il rapporto dell’uomo con l’ambiente ma nel modificare il rapporto dell’uomo con Dio. Da questo rapporto rinnovato discende poi tutto il resto: il modo di trattare il prossimo, di usare i beni, di esercitare il potere e anche di custodire il creato.

Isolare il tema ecologico rischia di fargli assumere una centralità tale da diventare una delle principali chiavi attraverso cui rileggere la stessa vita cristiana.
Il cristianesimo, tuttavia, non è una religione dell’ambiente ma è la religione del Dio fatto uomo, morto sulla Croce e risorto.

E forse questa distinzione è oggi più importante che mai. Perché il pericolo non è soltanto quello, vecchio, dell’uomo che tratta la natura come una discarica. Esiste anche quello, più moderno, dell’uomo che pretende di salvarla trasformando la sostenibilità in una nuova religione universale.

Apprezzo, allora, l’invito della Commissione teologica internazionale a prendermi cura del creato, ma ricordo, innanzitutto a me stesso, che la Casa comune è importante, ma il Padrone di casa lo è infinitamente di più.









settembre 2026
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