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| L’eutanasia non è mai una soluzione giusta di Paolo Gulisano Nel settembre del 1996, esattamente trent’anni fa, Umberto Bossi davanti a migliaia di militanti della Lega Nord, proclamava a Venezia l’indipendenza della Padania. Uno dei più acuti intellettuali del mondo federalista e identitario, Gilberto Oneto, mi disse che al ritorno a casa, la sera di quel 15 settembre, si aspettava di trovare i Carabinieri fuori dalla porta per arrestarlo. La dichiarazione di indipendenza, infatti, corrispondeva per le leggi della Repubblica Italiana ad un gesto eversivo, e Gilberto era pronto ad affrontare le conseguenze. Quando l’intellettuale piemontese non trovò nessuno, capì che Bossi aveva scherzato. Nessuna indipendenza, nessuna Padania Libera. Negli anni seguenti, gli elettori vennero presi in giro perpetrando questa illusione: il Federalismo, l’Indipendentismo, la Secessione, la Devolution furono gli slogan proposti. Mai però la parola fatidica autonomismo. Intanto però le cadreghe erano assicurate: dal governo centrale fino ai comuni. Ora, a distanza di 30 anni, la Lega ha terminato il proprio percorso proprio a Venezia, dove il partito è stato trascinato da Zaia (che sempre Oneto aveva soprannominato “il torero”) a introdurre nella legislazione veneta l’eutanasia, in barba agli elettori del Centrodestra che non hanno mai sottoscritto un tale programma. Un atto di imperio arrogante. Vorrei ricordare a quei pochi federalisti e autonomisti ancora presenti nella Lega, e che hanno sempre guardato alla Scozia come un modello, che pochi mesi fa il Parlamento scozzese (e parliamo di un Paese ampiamente secolarizzato e dove i cattolici raggiungono circa il 16%) aveva respinto una analoga proposta di legalizzare il suicidio. John Swinney, il leader indipendentista dello Scottish National Party, si era per primo espresso con fermezza. Ora invece Zaia si è posizionato – e con lui la Lega, perché il Torero ha avuto il tacito consenso di Salvini - sulle stesse posizioni del PD, o dei Radicali di Cappato. La speranza è che quando si andrà a votare, gli elettori si ricordino di quanto successo ieri. E quello che si è consumato nell’ex capitale della Serenissima è di una gravità estrema. Parliamo dunque di eutanasia. Perché questo tema è così rilevante? E’ una delle grandi minacce che oggi vengono portate alla vita umana. Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le pratiche “sanitarie” coercitive, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito, tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, sono vergognose e guastano la civiltà umana. Purtroppo, questo inquietante panorama, lungi dal restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e — se possibile — ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie. Ora, tutto questo provoca un cambiamento profondo nel modo di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. In un simile contesto culturale e legale, anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari, che pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un’attenzione responsabile ed operosa delle comunità nazionali e di quelle internazionali, si trovano esposti a soluzioni false e illusorie, in contrasto con la verità e il bene delle persone. L’esito al quale si perviene è drammatico: se è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell’eliminazione di tante vite umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti, fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana. Alla radice di ogni violenza contro il prossimo c’è un cedimento alla logica perversa del maligno, cioè di colui che «è stato omicida fin da principio.» Ma nell’orizzonte culturale complessivo non manca di incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell’uomo che, in tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte perché decide di esse, coltivando il sogno (o per meglio dire l’incubo) del Transumanesimo. Il progetto eugenetico di migliorare la “qualità genetica” di una certa popolazione umana. Esattamente 100 anni fa usciva un libro dello scrittore e apologeta inglese Gilbert Chesterton dal titolo Eugenics and other evils. Eugenetica e altri mali. Chesterton presentava una serie di saggi sul tema dell’eugenetica e di altre degenerazioni del pensiero scientifico, un testo che a distanza di un secolo appare come straordinariamente profetico ed anticipatore degli odierni scenari transumanisti. Chesterton denunciò apertamente un pericolo che, in modo subdolo, stava diffondendosi nella società europea e nord-americana. I sostenitori dell’Eugenetica si proponevano di realizzare un mondo efficientistico, in cui il valore dell’uomo sarebbe stato deciso dalla sua capacità di produrre benessere economico; in cui il matrimonio sarebbe stato deciso, scelto e imposto secondo criteri genetici, basati sulla “qualità della vita”, sulla felicità e realizzazione dell’essere umano fondato, appunto, sulla visione dell’uomo solo “produttivo”; una “casta di medici” avrebbe avuto l’ultima parola – tirannicamente – sull’intera umanità. Una prospettiva drammatica, cui oggi è necessario opporsi con tutte le forze. Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità civile. |