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| Una difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di Don Davide Pagliarani di Carlos Balén Pubblicato su Pubblicato su InfoVaticana il 31 agosto 2026 Ripreso il 2 settembre dal sito della Fraternità San Pio X In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026 e intitolato «Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia», il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali effettuate il 1 luglio 2026 a Ecône. Carlos Balén constata che alcune critiche «si sentono in questi giorni nelle sagrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che assistono quotidianamente alla Messa, che amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti in buona fede che hanno esagerato sulle reti sociali». Il giornalista raggruppa questi rimproveri in quattro accuse: Le consacrazioni avrebbero
manifestato un orgoglio smisurato;
avrebbero costituito un esperimento per mettere alla prova il nuovo pontificato; Don Davide Pagliarani si sarebbe proclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione. Tuttavia, queste quattro accuse si basano sullo stesso errore di interpretazione: che è quello di vedere nelle consacrazioni del 1 luglio un «messaggio» rivolto a Roma. E il giornalista precisa: «non era un messaggio, ma una necessità logistica». Una necessità prevedibile Carlos Balén comincia col ricordare la situazione dei vescovi consacrati da Mons. Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione di Mons. Richard Williamson nel 2012 e poi la morte di Mons. Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre 2024, restavano alla Fraternità solo due vescovi: Mons. Bernard Fellay e Mons. Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni. Ora, la Fraternità San Pio X esercita il suo apostolato in 63 paesi, con circa 800 luoghi di culto, ed ogni anno assicura la formazione e l’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le Cresime necessitano della presenza di vescovi. E Balén rileva che senza nuovi vescovi, tutta quest’opera apostolica e sacramentale presto sarebbe dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, mentre la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato della Fraternità, rimane irrisolta. Per giungere a questa constatazione – scrive Balén – «non serve una ecclesiologia, bastano due atti di nascita e un calendario». L’autore ricorre allora ad un paragone familiare: «un padre di famiglia che ha dei figli diventati grandi e due nonni in casa, non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, la organizza quando seppellisce il primo». La morte di Mons. Tissier de Mallerais, nell’ottobre 2024, ha segnato il momento in cui Don Pagliarani non poteva più differire questa preparazione. Le misure adottate dal Superiore Generale si inscrivono in questa prospettiva: la richiesta di udienza rivolta a Leone XIV nell’agosto 2025, la seconda lettera che espone la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, del 19 febbraio, di un rinvio, le cui condizioni sembravano pregiudicare il risultato; tutto questo rivela – scrive Balén – «la condotta di un uomo che fa il suo testamento», di un Superiore che deve pianificare l’avvenire della famiglia religiosa che gli è stata affidata, e non di uno stratega che cerca di sondare Roma. Il supposto test di prova ad un prezzo esorbitante L’autore risponde in seguito a coloro che vedono nelle consacrazioni episcopali in tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo Papa. E sottolinea che «un vero testo di prova è un’operazione poco costosa e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e se necessario si annulla il piano. Le consacrazioni episcopali del 1 luglio sono state esattamente l’opposto: questo supposto test di prova «è costato alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica latae sententiae dei suoi sei vescovi, dichiarata da Roma in solo quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alla facoltà di confessare validamente nel 2015 e alla facoltà di assistere ai matrimoni nel 2017; l’iniziale ostilità di un pontificato che non ha ancora due anni e a cui sarebbe bastato attendere pazientemente». Chiunque volesse semplicemente prendere le misure – sottolinea Carlos Balén – potrebbe rilasciare un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo con un prudente pseudonimo: «Non consacra quattro vescovi alla presenza di telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento». Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, - conclude Balén - , sarebbe stata “la peggiore di tutte le decisioni possibili”. Serve una spiegazione più semplice: “L’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025; è stata fissata da due annunci di morte”. Vescovi ausiliari senza giurisdizione All’accusa secondo la quale Don Pagliarani si sarebbe proclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità. I quattro prelati sono stati consacrati come vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità ha pubblicamente espresso il suo dispiacere per aver dovuto procedere senza mandato pontificio e per non aver potuto esporre personalmente e filialmente i suoi motivi al Santo Padre. Secondo Carlos Balén «chi si crede custode della Chiesa, rivendica una giurisdizione, stabilisce delle gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Da mezzo secolo, la Fraternità fa esattamente il contrario: nomina Papa Leone nel Canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione suppletiva, dottrina che presuppone l’urgenza e il carattere provvisorio della situazione, cioè la negazione stessa dell’autosufficienza». Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Ecône è stato – ricorda – uno degli avversari più costanti da cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa, chiede qualcosa di molto più modesto e di molto più compromettente: il diritto di un Superiore di garantire che i suoi figli dispongano di qualcuno per ordinarli e per cresimarli quando lui non ci sarà più». Ci si può ragionevolmente aspettare tutto da Roma? Carlos Balén esamina poi l’obiezione secondo la quale la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto accordarle. E risponde: «Una garanzia non è mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da uomini concreti i cui atti permettono o no di stabilire una relazione di fiducia. Quindi, un Superiore a cui è affidato l’avvenire di una congregazione deve valutare le reali garanzie che gli vengono offerte». L’autore cita il cardinale Victor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio, che definiva le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. E ricorda che «è stato autore, nel 1995, di Guariscimi con la tua bocca, L’arte di baciare. Non è un insulto, è una notizia bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire, pena la scomunica, è lo stesso teologo i cui lavori pubblicati comprendono un trattato sul bacio». L’autore cita anche diversi gesti di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo, e le fotografie che lo mostrano, nel 1995, inginocchiato durante lo svolgimento di un simposio agostiniano svoltosi a San Paolo del Brasile, che è descritto come una «celebrazione del rito della Pachamama». E l’autore ricorda che fino ad oggi non v’è stata alcuna personale spiegazione pubblica che chiarisca l’episodio. E a questo aggiunge le nomine episcopali salutate dai media progressisti come il segno di una apertura alle rivendicazioni LGBT. Per Carlos Balén non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di valutare se i concreti orientamenti delle autorità romane offrano una sufficiente stabilità per poter rimettere interamente nelle loro mani l’avvenire sacramentale della Fraternità. Due pesi e due misure L’articolo sottolinea in seguito l’asimmetria nel modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressista e nel modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari attuati dalla Tradizione. Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse delle direttive che consentono certe benedizioni in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Malgrado la pubblica protesta di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza alcuni giorni dopo, senza preavviso formale, senza decreto o ultimatum. Parallelamente, dei prelati che sostengono le risoluzioni del Cammino Sinodale tedesco, in particolare a favore delle dette benedizioni, continuano ad essere promossi all’episcopato, come il vescovo di Eichstätt. A Ecône invece, il decreto di scomunica è arrivato quarantotto ore dopo le consacrazioni episcopali. E il giornalista riassume così questa differenza di trattamento: «La disobbedienza dottrinale concreta è trattata con anni di pazienza; la disobbedienza canonica proveniente dalla Tradizione, è trattata in poche ore». Quindi, Don Pagliarani, come Superiore Generale, ha dovuto prendere atto di questa asimmetria: «la domanda di Pagliarani non è mai stata di sapere se Leone fosse eretico, ma se questa Roma, quella di tale asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole i rischio di aspettare la morte di Mons. Galarreta. E egli ha risposto no». Ed è sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione – afferma Carlos Balén -, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con l’orgoglio. Giudicare è proprio responsabilità di colui che ha ricevuto il compito di governare. Il difficile dovere di giudicare Tuttavia, l’accusa di orgoglio ritorna sotto un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire? Alcune generazioni – spiega l’autore – conoscono una situazione in cui l’ortodossia, l’obbedienza e la santità indicano chiaramente la stessa direzione, «devono solo lasciarsi guidare per arrivare in porto. Sono felici e in questo non c’è ironia». Altre generazioni attraversano dei periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui bisogna discernere, scegliere e assumersi l’eventuale rischio di sbagliarsi. Queste ultime generazioni non sono migliori delle precedenti «si tratta semplicemente del loro destino». In tali circostanze, rimproverare ad un Superiore Generale per aver esercitato il proprio giudizio equivale – per usare le parole di Carlos Balén - «a rimproverare la sentinella perché c’è la guerra». Inoltre, l’attitudine di Don Pagliarani non presenta i tratti abituali dell’orgoglioso. Questi cerca la messa in scena, gli applausi e la propria giustificazione. Mentre invece il Superiore Generale «chiede un’udienza nell’agosto 2025, e in risposta riceve solo il silenzio; chiede di esporre le sue ragioni e invece da ricevuto un decreto». Nella sua omelia non si è dichiarato vincitore di nulla: ha rifiutato come falso il dilemma che l’obbligava a scegliere fra la fede e la Chiesa; ha riconosciuto che Roma e la Fraternità «parlano due lingue diverse» e ha dichiarato che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli». «L’orgoglioso si assolve da solo. Egli ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista. La Fraternità considera gli altri cattolici come eretici? Resta l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi. La dichiarazione letta prima delle consacrazioni episcopali, afferma che le autorità della Chiesa sono «animati da uno spirito contrario a quello della fede». Tenuto conto della sua traduzione in spagnolo, che usa il termine imbuidas (impregnati), Carlos Balén sottolinea che l’espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «indica un’atmosfera che si respira a gradi diversi, e non una pertinacia da condannare; chi estenda il soggetto fino all’ultimo parroco e indurisca il predicato fino all’eresia formale, legge un testo che non esiste». Se l’autore riconosce che «la causa tradizionalista ha i suoi facinorosi», i cui eccessi danneggiano Menzingen, egli rileva anche che molti cattolici che accusano la Fraternità di esagerazione, si dicono essi stessi legati alla liturgia tradizionale e critici nei confronti delle eterodossie contemporanee. Essi condividono, dunque, la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche. Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato d’orgoglio, afferma Carlos Balén. Il precedente del 1988 Carlos Balén ricorda che «esiste infine un precedente che le quattro accuse passano sotto silenzio e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sulle consacrazioni episcopali del 1988 non è stato stabile: Giovanni Paolo II, nel motu proprio Ecclesia Dei, parlò di atto scismatico e di scomunica; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare, nel 2015, e la facoltà di assistere ai matrimoni, nel 2017». Così, in pochi decenni, «la qualifica dello stesso atto è passata dalla rottura consumata all’anomalia tollerata e integrata sul piano sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione». L’autore precisa che di per sé non si tratta di una argomentazione sufficiente per dimostrare la liceità delle consacrazioni: un atto non diventa lecito per il solo fatto che le relative sanzioni vengono in seguito revocate. Ma questo precedente dovrebbe invitare alla prudenza coloro che pretendono oggi di emettere un giudizio definitivo su Ecône: «L’ultima sentenza definitiva su Ecône è durata vent’anni». La paternità di un Superiore Al termine della sua analisi, Carlos Balén riconduce la decisione del 1 luglio ad una realtà elementare: «Un padre ha contato i suoi vescovi, ha contato i suoi figli, ha visto chi gli apriva la porta a Roma e ha deciso che i suoi figli non potevano rimanere orfani a discrezione dei decisori di Roma». Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità. Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo scopo è di confutare i processi alle intenzioni intentati contro Don Pagliarani, e conclude: «Si contesti a Don Pagliarani la sua interpretazione del diritto, gli si contesti la sua ecclesiologia, gli si contesti la sua prudenza; ma la sua paternità è evidente». |