Continuità o discontinuità

dell’insegnamento romano?



di Jean-Pierre Maugendre





Louis Veuillot




Le consacrazioni episcopali del 1 luglio 2026, seguite dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio, hanno riportato alla ribalta il modo di ricevere, nella Chiesa, alcuni testi conciliari. In questa dichiarazione è chiesto ai sacerdoti e ai fedeli che, dopo aver lasciato la Fraternità San Pio X, intendono ritornare alla «piena comunione con la Chiesa» di adottare un atteggiamento positivo di studio dei testi controversi e di sottomissione all’interpretazione del Magistero, nella fedeltà alla Tradizione della Chiesa.

Il tema non è nuovo. Nel molto ufficiale: «Testi dottrinale del  Magistero della Chiesa sulla Fede cattolica» (Edizioni de l’Orante, 1984), l’autore: Gervais Dumeige, osservava: «Il lettore noterà anche che, leggendo i documenti derivati dal concilio Vaticano II, il problema, l’espressione, le prospettive che vi sono contenute sono chiaramente diverse da quello che la Chiesa ha affermato nel corso dei secoli».



Dei testi ambigui

Per diversi decenni, l’insegnamento romano ha regolarmente cercato di dimostrare la continuità tra il Magistero di prima del concilio e il Magistero del dopo il concilio.
E’ celebre la «ermeneutica della riforma nella continuità» cara al Papa Benedetto XVI (discorso alla Curia del 22 dicembre 2005).
Diversi testi conciliari, oggetto di compromessi più o meno imperfetti tra “conservatori” e “progressisti”, appaiono materialmente ambigui. Ciascuna delle parti, in realtà, si è riservata la possibilità di interpretare successivamente i testi secondo il proprio orientamento (Si veda Roberto de Mattei, Concilio Vaticano II una storia mai scritta, Ed. Lindau, Torino, 2019).
Lo stesso vale per la dichiarazione sulla libertà religiosa: Dignitatis Humanae (7 dicembre 1965), o per la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane: Nostra aetate (28 ottobre 1965). 
Successivamente, furono intrapresi tentativi per chiarire questi testi, in particolare da parte del cardinale Ratzinger.
Si pensi, ad esempio, alla dichiarazione Dominus Jesus del 6 agosto 2000, che riaffermava l’unicità e la salvezza universale di Gesù Cristo e della Chiesa.

Tradizionalmente, gli scritti dei papi e dei concili chiarivano il dogma e fornivano la corretta interpretazione dei testi; oggi, molti documenti papali e conciliari richiedono successive interpretazioni e chiarimenti.
Il cambiamento di prospettiva è sorprendente!

Tuttavia, oggettivamente, è difficile conciliare certe affermazioni del Magistero.
Ad esempio, l’affermazione di Papa Francesco nel documento sulla Fraternità Universale: la Dichiarazione di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019, firmata congiuntamente con l’Imam Al-Tayeb, Grande Imam dell’Università di Al-Azhar, secondo cui “il pluralismo e la diversità di religioni, colore, sesso, razza e lingua sono una saggia volontà divina”, sembra incompatibile con il costante insegnamento della Chiesa sulla necessità di appartenere alla Chiesa cattolica per la salvezza; un insegnamento richiamato, ad esempio, da Pio XII nell’enciclica Humani Generis (12 agosto 1950): «Alcuni riducono a una mera formula vuota la necessità di appartenere alla vera Chiesa per ottenere la salvezza eterna».
 

Letture e posizioni diverse

Di fronte al confronto di testi le cui affermazioni sembrano, letteralmente, ampiamente incompatibili tra loro, il mondo tradizionale, inteso come quello dei sacerdoti e dei fedeli legati, con diversi gradi di esclusività, alla liturgia romana tradizionale, reagisce in modi significativamente differenti.

Alcuni osservano che certi testi sono letteralmente incompatibili tra loro ed esprimono pubblicamente il loro rifiuto di queste novità: Dio non può desiderare la diversità religiosa se esiste una sola religione al di fuori della quale la salvezza è impossibile. Queste persone condividono pubblicamente le loro riserve e la loro incomprensione con le autorità, denunciando gli «errori moderni».
Altri fanno la stessa osservazione ma ritengono che, data la situazione attuale della Chiesa, sia vano e sterile cercare di dimostrare alle autorità la rottura che alcune delle sue dichiarazioni e pratiche introducono nella vita della Chiesa.
È quindi sufficiente rimanere, con serenità, fedeli a ciò che la Chiesa ha «sempre e ovunque creduto», senza esaurirsi in diatribe su tali novità.

Altri ritengono che questa frattura di significato possa essere solo apparente. L’infallibilità della Chiesa, sostengono, rende impossibile qualsiasi contraddizione tra ciò che ha insegnato ieri e ciò che insegna oggi. Anche se il nostro intelletto sembra consentirci di individuare una contraddizione, o quantomeno un cambiamento significativo, tra due testi, affermare pubblicamente che questi due testi non sono contraddittori deve essere un atto di sottomissione alla Chiesa e di volontà.
Si tratterebbe, al massimo, di un «approfondimento pastorale», pur sempre «all’interno di una continuità dottrinale».

Questo è talvolta un esercizio difficile, ad esempio, nella possibilità, difficile da conciliare con la Tradizione della Chiesa, di benedire le coppie dello stesso sesso (Fiducia supplicans) o di consentire ai divorziati risposati l’accesso alla comunione (Amoris laetitia).
L’ermeneutica della continuità non è più, dunque, una dimostrazione da fare, ma un dogma da rispettare: è sempre, negli Atti del Magistero, sotto l’influenza dello Spirito Santo, una questione di approfondimento nella continuità.

Altri ancora credono, con Benedetto XVI, che «La Tradizione non è una trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte; la Tradizione è il fiume vivo che ci connette alle origini, il fiume vivo in cui le origini sono sempre presenti. Il grande fiume che ci conduce alle porte dell'eternità…» (discorso del 26 aprile 2006).
La Tradizione non è più un deposito intangibile affidato alla Chiesa, al quale non si può aggiungere né togliere nulla; è una realtà viva e in continua evoluzione, come il corso di un fiume che si adatta al paesaggio delle terre che attraversa.



Col rischio di essere benevolenti

Queste divergenze di opinione e di comportamento sono una realtà. È legittimo e normale che ognuno difenda la propria posizione al crocevia tra dottrina e pratica pastorale, dogma e prudenza. Tuttavia, non è necessario che tutti condannino le altre famiglie tradizionali, soprattutto nell’attuale contesto di autorità in declino e di proliferazione di errori e scandali di ogni genere.
Louis Salleron lo aveva già osservato nel 1977: «Le liti tra vicini sono spesso più accese di quelle tra avversari» (Cosa che è il mistero per l'intelligenza).
Se è certo che si debbano rispettare le persone e l’autorità, è altrettanto certo che questo rispetto non debba mai soffocare la ragione e quindi il dibattito.
Forse, tuttavia, sarebbe nell’interesse del bene comune e della salvezza delle anime che entrambe le parti concentrassero il loro zelo purificatore e integralista sulle sfide pubbliche alla fede e alla morale cattolica (Amoris Laetitia, Fiducia Supplicans, accoglienza della signora Mullaly in Vaticano) piuttosto che su coloro che condividono lo stesso Credo, vivono secondo la stessa morale e sono vivificati dagli stessi sacramenti.

Quanto a credere che colpire il proprio vicino sia un modo per ingraziarsi le autorità superiori, l’indegnità di questo ragionamento è superata solo dalla sua insensatezza.
In definitiva, chi ancora condivide la bella esortazione di Louis Veuillot: «Tutto ciò che è cattolico è nostro»?






settembre 2026
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