Mons. Schneider esorta Roma

a riconoscere i nuovi vescovi

della Fraternità San Pio X



della Fraternità San Pio X



Pubblicato sul sito della Fraternità
 




Mons. Athanasius Schneider,
vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Astana, Kazakistan




In un’intervista rilasciata alla giornalista Niwa Limbu per il media AdVaticanum, il 2 settembre 2026, il vescovo Athanasius Schneider spiega perché continua a difendere la Fraternità Sacerdotale San Pio X nonostante le sanzioni seguite alle consacrazioni episcopali del 1° luglio.

Affronta inoltre le ambiguità del Concilio Vaticano II, le richieste imposte alla Fraternità e la riforma liturgica, rispondendo alla recente catechesi di Leone XIV, che a suo dire non corrisponde «né alla realtà né alla storia».


Sant’Atanasio e la disobbedienza a un ordine papale

Il vescovo Schneider inizia chiarendo la portata del paragone che ha fatto tra la situazione attuale della Fraternità San Pio X e quella di Sant’Atanasio sotto il pontificato di Papa Liberio.
Non afferma che il vescovo di Alessandria abbia compiuto consacrazioni episcopali senza un mandato papale: «Nessun paragone è accurato al 100%. In situazioni storiche complesse, serve più che altro come esempio. Naturalmente, non ho paragonato il caso di Atanasio alle consacrazioni stesse. Sarebbe sbagliato».

Un’affermazione del genere sarebbe anche anacronistica, poiché all’epoca il mandato papale per le consacrazioni episcopali non era richiesto nella sua forma attuale.

Il punto in comune risiede altrove: in entrambe le situazioni, un ordine concreto del Papa fu rifiutato per non compromettere l’integrità della fede.

Sant’Atanasio ricevette un ordine da Papa Liberio per entrare in comunione ecclesiastica con vescovi eretici o semi-eretici d’Oriente. Il Papa gli disse sostanzialmente: «Io, il Papa, sono in comunione con questi vescovi. Come puoi, Atanasio, rifiutare la comunione con un gruppo di vescovi con i quali io stesso, in quanto Papa, sono in comunione?».
Egli si rifiutò di obbedire e, nonostante la scomunica pronunciata contro di lui, continuò a governare la sua diocesi e la sua provincia ecclesiastica.

Il vescovo ausiliare di Astana non usa mezzi termini: «Se Atanasio avesse obbedito al Papa, avrebbe compromesso la sua coscienza e l’integrità della fede, perché avrebbe, in un certo senso, riconosciuto vescovi che erano quantomeno semi-eretici. Non poteva farlo».

Il vescovo Schneider sottolinea che, da un punto di vista strettamente ecclesiastico, Sant’Atanasio andò oltre la Fraternità San Pio X, poiché continuò a esercitare una giurisdizione effettiva:
«In questo senso, la situazione di Atanasio era allora più grave della disobbedienza materiale della Fraternità San Pio X riguardo ai sacramenti. […] Pur essendo scomunicato, esercitò piena giurisdizione sulla sua diocesi e persino sulle sue sedi metropolitane: non si limitò a celebrare i sacramenti, ma esercitò tutta la giurisdizione ecclesiastica. Semplicemente ignorò la scomunica papale».

E spiega: analogamente la Fraternità non riconosce la pena comminata a luglio, «perché la considera ingiusta e invalida, in quanto le impedirebbe di continuare la sua opera per amore della Chiesa».
Sant’Atanasio, dal canto suo, disse: «Devo continuare a governare la mia diocesi e la mia provincia metropolitana d’Egitto per il bene – per amore – della Chiesa».

Il paragone si estende anche all’atteggiamento adottato nei confronti dell’autorità che colpisce.
Il vescovo Schneider sottolinea la mancanza di amarezza della Fraternità: «La Fraternità San Pio X non ha reagito alla scomunica con amarezza; continua a pregare per il Papa e a considerarlo suo padre».
Anche quando il padre picchia il figlio, i membri della congregazione continuano – anche quando vengono colpiti dal Papa – ad amarlo e a svolgere il loro lavoro per amore della Santa Sede e di tutta la Chiesa.
Sant’Atanasio stesso aveva parlato con grande sensibilità della debolezza di Papa Liberio, senza giudicarlo e ricordando che aveva agito sotto pressione.
Questo, conclude il Vescovo Schneider, è il “cuore” del paragone.


Insegnamenti non definitivi che possono essere corretti

L’intervista affronta poi le “ambiguità oggettive” di alcuni testi del Concilio Vaticano II.
Il Vescovo Schneider osserva che, dopo l’incontro tra il Cardinale Víctor Manuel Fernández e don Davide Pagliarani, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha ribadito che i testi del Concilio non potevano essere corretti.

Il Vescovo Ausiliare di Astana contesta questa posizione, ricordando la natura non definitiva degli insegnamenti specifici del Vaticano II: «Come dichiarò Paolo VI nel gennaio 1966, questi testi non costituiscono formalmente insegnamenti definitivi. I testi del Vaticano II non sono né infallibili né insegnamenti definitivi della Chiesa. Parlo qui degli insegnamenti del Concilio stesso. Certo, quando il Concilio cita dogmi – e ne cita molti – questi restano dogmi. Ma non è questo il punto. Allora perché non potrebbero essere emendati, migliorati o persino corretti?»

Il vescovo Schneider cita diversi precedenti storici.
Menziona innanzitutto il Concilio di Firenze (1439), che affermò che la materia del sacramento dell’Ordine sacro consisteva nella presentazione degli strumenti, non nell’imposizione delle mani. Tuttavia, durante il primo millennio, la Chiesa, sia in Oriente sia in Occidente, aveva utilizzato l’imposizione delle mani senza la presentazione degli strumenti, «quindi alcuni teologi furono sorpresi da questa affermazione del Concilio. Mancava di equilibrio ed era oggettivamente un errore. Ma la Santa Sede si mostrò allora piuttosto tollerante e non proibì ai teologi di discuterne o persino di sollevare obiezioni a questa formulazione».
Secolo dopo secolo, la maggioranza dei teologi sostenne che la materia del sacramento consistesse unicamente nell’imposizione delle mani.

Secoli dopo, nel 1947, Papa Pio XII «dichiarò definitivamente, in un solenne documento, che la materia consisteva unicamente – e sottolineò questa parola – nell’imposizione delle mani. Formalmente, corresse così un concilio ecumenico su un punto dottrinale».

Viene evidenziato il contrasto con la nostra epoca post-conciliare: «Oggigiorno è proibito discutere, correggere o modificare certe affermazioni pastorali e dottrinali: libertà religiosa, ecumenismo e collegialità, ovvero i due o tre punti che stanno particolarmente a cuore alla Fraternità San Pio X. Basterebbe accettarli, fare qualche sforzo intellettuale, qualche contorsione mentale, e poi tutto sarebbe risolto. Non è onesto».

Il vescovo cita anche l’insegnamento del Concilio di Firenze sul destino di coloro che morivano senza battesimo, che sarebbero andati «subito all’Inferno». Un’affermazione del genere è molto squilibrata.
Successivamente, i teologi hanno ritenuto che mancasse qualcosa e che non fosse del tutto accurata. La Chiesa ne ha permesso la discussione fino al XIX secolo. Pio IX pubblicò due documenti, due encicliche, in cui affrontava la questione e correggeva l’affermazione dottrinale di Firenze, dichiarando che le persone non battezzate che muoiono in quella che viene definita ignoranza invincibile possono essere salvate per vie note solo a Dio».

Per il vescovo Schneider, questi esempi dimostrano che la discussione teologica su un insegnamento non definitivo non costituisce un attacco all’autorità della Chiesa: «Perché non mostrare più tolleranza e dire: “Bene, discutiamone. Questi tre punti sono forse i più importanti; concediamoci la libertà di dibatterli”? Perché non proporre emendamenti, persino modifiche o correzioni, in modo che questi testi non siano più ambigui?».

Il vescovo cita infine due lettere di Papa Onorio I al Patriarca di Costantinopoli, «che rientrano nel suo autentico magistero papale». Pur non essendo direttamente eretiche, queste affermazioni erano sufficientemente ambigue da favorire la diffusione dell’eresia monotelita: «Incitarono il Patriarca eretico di Costantinopoli e gli eretici d’Oriente a continuare a diffondere l’eresia, affermando di seguire Papa Onorio».
L’“ermeneutica della continuità” tentata dal suo successore, Giovanni IV, nel tentativo di “salvare la situazione e difendere Onorio”, non fu adottata dai Papi successivi né dal Terzo Concilio di Costantinopoli. Onorio fu infine condannato, anche da Papa San Leone II, «a causa di questa ambiguità».

Il vescovo Schneider giunge a una conclusione chiara: «Non possiamo continuare con i testi ambigui del Concilio Vaticano II. Dobbiamo correggerli affinché diventino perfettamente chiari sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa, senza lasciare spazio a interpretazioni ambigue, che si sono già verificate in questi sei decenni».

Secondo lui, le conseguenze di queste ambiguità sono ormai evidenti in un falso ecumenismo e in una concezione relativistica del dialogo religioso, che indeboliscono l’affermazione dell’unica verità e dell’unica vera religione fondata da Dio.

La maggior parte dei sacerdoti e dei seminaristi del cosiddetto Novus Ordo, nelle attuali facoltà teologiche cattoliche, vi dirà: “Le diverse comunità cristiane seguono tutte la stessa via verso Dio e verso Cristo. Non è assolutamente necessario convertirsi”. Questa concezione si estende persino ai non cristiani. Si sta diffondendo sempre di più, viene insegnata nelle facoltà e predicata da sacerdoti e persino da vescovi».



«Posso comprendere meglio la Fraternità»

Niwa Limbu rivolge quindi al vescovo Schneider un’obiezione diretta: poiché lui stesso era rimasto un vescovo canonicamente riconosciuto pur criticando le ambiguità del Concilio Vaticano II e del nuovo rito, perché questa alternativa tra chiarezza di fede e riconoscimento papale dovrebbe riguardare solo la Fraternità?

Il vescovo Schneider risponde raccontando francamente la propria evoluzione: «Quando sono diventato vescovo, non ero ancora pienamente consapevole di tali questioni. Devo essere onesto. Ora sono vescovo da vent’anni. Sono uno specialista di patristica e ho studiato la situazione sempre più a fondo: i testi del Concilio, la sua storia e i suoi dibattiti».

Questo studio lo ha reso più consapevole delle ambiguità conciliari, ma anche delle carenze del nuovo rito: «Non possiamo affermare che il Novus Ordo – in altre parole, la sua rettitudine o legittimità – non necessiti di correzioni. Non possiamo continuare con un rito liturgico così ambiguo, che indebolisce la chiarezza del carattere sacrificale della Messa».

E aggiunge: «Ora ne sono più consapevole e posso quindi comprendere meglio la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non può sottoscrivere queste affermazioni del Concilio né riconoscere la bontà o la rettitudine della nuova Messa».

Ex visitatore apostolico della Fraternità San Pio X, il vescovo Schneider ricorda le condizioni che il cardinale Gerhard Müller voleva ancora imporle nel 2017. La Fraternità si dichiarò pronta a riconoscere la validità della nuova Messa e dei nuovi sacramenti. Ma Roma non si accontentò: chiese anche il riconoscimento della bontà, della legittimità e della rettitudine del nuovo rito, nonché una piena accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II come parte integrante della Tradizione della Chiesa.

Il vescovo Schneider afferma di aver quindi implorato la Santa Sede di adottare un approccio più misurato: «Ho detto loro: “Vi prego, siate contenti che siano disposti a riconoscerne la validità”. Ma la Santa Sede non si è accontentata. Ha adottato un approccio massimalista e ha preteso di più dalla Congregazione. Ho detto loro: “Vi prego, adottate un approccio minimalista, per ragioni pastorali e storiche”».

Ricorda che le stesse richieste furono ribadite dal cardinal Fernández nel febbraio 2026: per ottenere l’approvazione dei vescovi, la Fraternità doveva accettare le controverse affermazioni del Concilio Vaticano II e riconoscere la bontà della nuova Messa. Furono proposti dibattiti teologici, ma la loro conclusione era già stata fissata in anticipo.


Un appello al Santo Padre

Interrogato su cosa direbbe oggi a Papa Leone XIV e al Cardinal Fernández, il Vescovo Schneider ha risposto con un monito: «Non commettete un grave errore storico, affinché la Chiesa non debba pentirsene dopo la vostra morte e affinché non debbano pentirsene i futuri Pontefici».

Mons. Shneider trova incomprensibile che nel 2026 le autorità ecclesiastiche non siano in grado di risolvere un problema che è principalmente pastorale, anche se coinvolge elementi dottrinali.
Utilizza quindi lo stesso vocabolario costantemente impiegato nella Chiesa contemporanea: «Dobbiamo adottare un atteggiamento e una soluzione molto magnanimi, veramente pastorali e persino sinodali: dimostrare un po’ più di apertura e uno spirito sinodale».

Il vescovo Schneider auspica una vera sinodalità, quella che cerca il bene della Chiesa e non la sua democratizzazione, quella che ascolta i veri bisogni delle anime e non gli slogan del mondo.

La strada proposta sarebbe stata quella di consentire le consacrazioni o, d’ora in poi, di riconoscere i vescovi consacrati, al fine di creare un clima di fiducia che permetta la prosecuzione del dialogo. «Poiché la Santa Sede è l’autorità più forte, quest’ultima deve mostrare maggiore apertura verso chi è più debole, che non possiede tale potere. Dal punto di vista canonico, la Fraternità è impotente. La Santa Sede è potente: tutto il potere risiede in essa».

Il vescovo Schneider non nega che le discussioni dottrinali possano essere lunghe. Chiede però che la Fraternità sia innanzitutto «in qualche modo integrata nella vita ordinaria della Chiesa», affinché questi scambi possano avvenire con elementi concreti più positivi e fruttuosi, all’interno di un quadro che permetta una solida fiducia. «Ma questo può richiedere tempo, molto tempo. La Chiesa ha sempre concesso tempo e mostrato tolleranza, permettendo che certe questioni venissero discusse per molti anni».

Il suo appello al Papa si può riassumere in una frase: «Solo Lei può risolvere questa situazione, con grande carità paterna e molta magnanimità».




Una catechesi che non corrisponde «né alla realtà né alla storia»

L’ultima parte dell’intervista riguarda la catechesi pronunciata da Leone XIV il 26 agosto 2026.
In essa, il Papa ha presentato la riforma liturgica post-conciliare come radicata nella viva Tradizione della Chiesa e orientata alla partecipazione consapevole e attiva dei fedeli, affinché non rimangano «spettatori silenziosi».
Per il vescovo Schneider, questa presentazione rimane teorica e non tiene conto né del nuovo rito in sé né della sua celebrazione tradizionale: «Questa catechesi non ha colto la vera realtà del Novus Ordo, né il modo in cui viene celebrato nella stragrande maggioranza dei casi in tutto il mondo. Non esprime la realtà, non la accetta e non la comprende. È piuttosto un discorso teorico che non corrisponde alla pratica così come esiste realmente».

Ancora più fondamentale, egli afferma che il rito promulgato nel 1969 non corrisponde a ciò che i Padri conciliari intendevano al Concilio Vaticano II durante il dibattito sulla liturgia del 1963.
Cita innanzitutto la testimonianza del cardinale Ratzinger, che partecipò ai dibattiti conciliari in qualità di esperto. In una lettera indirizzata nel 1976 al professor Wolfgang Waldstein, il cardinale avrebbe affermato che il Novus Ordo, nella sua forma definitiva, non corrispondeva a ciò che i Padri conciliari avevano immaginato.

Il vescovo Schneider menziona anche il cardinale Ferdinando Antonelli, membro della Commissione Bugnini incaricata della riforma; padre Louis Bouyer, esperto al Concilio e in seguito membro del Consilium; nonché l’archimandrita Bonifacio Luykx.
Tutti hanno testimoniato che coloro che attuarono la riforma andarono oltre le intenzioni conciliari.
E il vescovo Schneider afferma: «Questi sono fatti. Non possiamo negarli. Mi è sembrato che questa catechesi consistesse semplicemente nel chiudere gli occhi e continuare a ripetere formule retoriche che possono essere vere in sé, certamente, ma che non corrispondono né alla realtà né alla storia».

Il vescovo Schneider invita il Papa e i suoi consiglieri a rileggere tutti i dibattiti conciliari sulla liturgia. Questi, afferma, dimostrano che i Padri furono molto cauti riguardo a qualsiasi trasformazione radicale e che le loro discussioni si concentrarono principalmente sull’uso del latino e delle lingue volgari.
La Sacrosanctum Concilium chiede esplicitamente che l’uso del latino sia preservato nel Rito Romano e che i fedeli possano recitare o cantare insieme in latino le parti dell’Ordinario della Messa che spettano loro: il Kyrie, il Gloria, il Credo, l’Agnus Dei e il Sanctus.
«In oltre il 90% delle celebrazioni del Novus Ordo, ciò non viene affatto applicato. Questa pratica, pertanto, contraddice un mandato esplicito del Concilio, che il Santo Padre dovrebbe tenere in considerazione nell’affrontare tale questione».

Mons. Schneider riferisce che, durante i dibattiti, un vescovo avvertì che la diffusione delle lingue vernacolari avrebbe un giorno portato alla celebrazione dell’intera Messa in tali lingue. L’assemblea rise di questa possibilità, mentre il Presidente della commissione assicurò che un simile sviluppo non si sarebbe mai verificato.
«Questa era l’atmosfera psicologica del Concilio: la maggioranza dei Padri conciliari non riusciva a immaginare che la Messa potesse essere celebrata interamente in lingue vernacolari».
Oggi, osserva, l’uso esclusivo delle lingue vernacolari è diventato quasi universale, mentre i sacerdoti vengono penalizzati quando desiderano celebrare il nuovo rito in latino.

Mons. Schneider precisa anche il concetto di partecipazione attiva.
Non vuole che l’intera assemblea rimanga sistematicamente in silenzio, ma ricorda che la contemplazione silenziosa ha il suo posto nella Messa: «Alcune persone desiderano davvero rimanere in silenzio durante la Messa per contemplare interiormente. La contemplazione è possibile anche durante la Messa. […] Può esserci anche una partecipazione attiva che rimane sterile perché non è accompagnata da alcuna partecipazione interiore».



Dal Messale del 1965 al Messale del 1969

Il Vescovo Schneider ci ricorda che la prima applicazione della costituzione liturgica conciliare non fu il Messale del 1969, noto come “Nuova Messa” o Novus Ordo, bensì le riforme introdotte nel 1965.
Quando i Padri tornarono a Roma per la sessione finale del Concilio, celebrarono secondo questa liturgia riformata.
Questa riforma liturgica del 1965 mantenne la Messa tradizionale «con solo due modifiche: l’omissione del Salmo 42 e dell’ultimo Vangelo».
Nel vecchio rito, il Salmo 42 era già omesso da tutte le Messe di requiem per i defunti, così come durante le ultime due settimane prima di Pasqua, nel tempo di Passione. Non si trattava quindi di una novità.

Qual è stata, dunque, la principale riforma visibile del 1965? Come proposto dai Padri conciliari, consistette in un uso più ampio della lingua volgare. La prima parte della Messa, fino al Prefazio, era in lingua volgare, e poi di nuovo dopo il Canone.
«Ma, insiste il Vescovo Schneider, dal Prefazio alla fine del Canone, le parti centrali della Messa, il latino rimase obbligatorio, e il Canone continuò ad essere recitato a bassa voce. Secondo lui, «fu una riforma molto prudente e organica, come richiesto dal Concilio».

La rottura avvenne dopo il Concilio. Nel 1967, Annibale Bugnini presentò al primo Sinodo dei Vescovi la bozza della Messa che sarebbe stata promulgata due anni dopo. Tuttavia, la maggioranza dei Padri sinodali – che avevano partecipato al Concilio – non la approvò.
«Come potete vedere, nel 1967, la maggioranza dei Padri sinodali, che erano stati Padri conciliari solo due anni prima, non approvò la Messa del 1969».

Va notato che lo stesso Monsignor Marcel Lefebvre aveva, per un certo periodo, seguito le riforme introdotte a partire dal 1965. Tuttavia, questa liturgia, che durò solo pochi anni nel clima di aggiornamento dell’epoca, non costituì una pratica stabile e duratura: i Messali corrispondenti non furono ampiamente diffusi, mentre modifiche e celebrazioni sperimentali si susseguirono rapidamente, fino alla promulgazione del nuovo rito nel 1969. La sua implementazione non fu però immediata, e le pratiche transitorie derivanti dalle riforme del 1965 e del 1967 continuarono ad essere utilizzate per qualche tempo.

Poco dopo la sua fondazione nel 1970, la Fraternità Sacerdotale San Pio X scelse di aderire all’edizione del 1962 della Messa, l’ultima edizione stabile e universalmente pubblicata del Rito Romano Tradizionale prima di questo periodo di sperimentazione.

Adottando l’edizione del 1962 come norma comune, la Fraternità contribuì in modo significativo a renderla lo standard per la Messa in latino tradizionale e per la resistenza liturgica.
Quando Roma cercò di concedere, a determinate condizioni, la celebrazione del Rito Latino Tradizionale nel 1984, nel 1988 e infine nel 2007, mantenne questo stesso Messale: l’ultima edizione tipica prima delle riforme conciliari, ma anche quella che la Fraternità San Pio X – il principale istituto che negli anni Settanta formava e ordinava sacerdoti esclusivamente per la Messa in latino tradizionale – aveva mantenuto in vita e ampiamente diffuso.

Questa rapida successione di riforme, da quella del 1965 al nuovo rito del 1969, conferma l’osservazione del vescovo Schneider: la Messa promulgata da Paolo VI andava ben oltre quanto previsto dai Padri conciliari.

Il vescovo conclude quindi la sua analisi esprimendo questo rammarico a Leone XIV: «Avrei auspicato che Papa Leone avesse studiato queste questioni prima di pronunciare il suo discorso: e auspico che egli esamini tutti questi elementi storici e fattuali, legga i dibattiti e ascolti le testimonianze».
 





settembre 2026
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