Crisi dell’autorità:

quando un odio inconscio paralizza l’autorità





di Don François Delmotte, FSSPX



Pubblicato sul sito francese della Fraternità San Pio X

La Porte Latine
 








Nessuna società umana può sussistere senza autorità; questa è una verità fondamentale dell’ordine naturale e politico: non appena degli uomini si riuniscono per formare una comunità, una famiglia, una città o perfino una Chiesa, si impone assolutamente l’esistenza di un principio di ordine e di direzione.
L’autorità è quindi il potere morale conferito ad un superiore per obbligare i suoi sottoposti ad orientarsi verso il bene comune della società. Essa si concepisce ed ha un significato solo in un contesto sociale.
Senza un chiaro orientamento, senza una precisa direzione dell’intero contesto verso questo bene comune e senza l’esistenza di una legittima forza coercitiva in grado di assumere e di imporre tale direzione, la comunità si dissolve immediatamente nel caos dell’anarchia o nello scontro degli interessi particolari.



L’origine divina e la natura paterna del potere  

La Sacra Scrittura afferma senza ambiguità: ogni autorità viene da Dio.
San Pietro lo insegnò esplicitamente ai primi fedeli: «Per amore del Signore, siate sottomessi ad ogni istituzione umana, sia al Re come sovrano, sia ai governanti da lui inviati» (1 Pietro 2, 13-14).
E quando l’autorità umana viene meno alla sua missione suprema, gli Apostoli ci ricordano sia la sua origine sia i suoi limiti: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti 5, 29).
Già Nostro Signore Gesù Cristo l’aveva affermato davanti al potere temporale incarnato da Ponzio Pilato: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto» (Giovanni 19, 11).
E quindi, se l’autorità viene da Dio, il suo principio ultimo non deriva da un arbitrario contratto sociale o dalla mera volontà della maggioranza.

Pertanto, poiché ogni autorità viene da Dio, essa deve necessariamente riflettere le qualità e le proprietà essenziali dell’Autorità divina.
Ora, la natura di Dio è essere Padre; quindi la vera autorità è essenzialmente paterna: il suo ruolo costitutivo è quello di dare la vita, di proteggere questa vita e di educare alla vita con l’amore.
Comandare non significa schiacciare o dominare per proprio tornaconto, né imporre le proprie vedute, ma elevare i soggetti verso la loro piena perfezione intellettuale, morale e spirituale.
Comandare è un atto di carità e di dono di sé, come spiega chiaramente Leone XIII: «Che i principi prendano a modello l’Altissimo Dio, da cui deriva ogni loro potere, e proponendo il suo esempio nell’amministrazione della cosa pubblica, si dimostrino equi ed integri nel comando, e aggiungano alla necessaria severità un affetto paterno» (Leone XIII, Encyclique Diutumum, § 11).



L’illusione della crisi di obbedienza

Ora, noi oggi vediamo una grave e generalizzata crisi dell’autorità.
Di fronte all’erosione della istituzioni, è diventato comune porre spesso l’attenzione su subordinato che non obbedisce. Vengono denunciati quotidianamente: il cittadino indisciplinato, il figlio disobbediente o il fedele ribelle. Si accusa tale sottoposto di volere una indipendenza assoluta, di rifiutare ogni vincolo o di indulgere in una inerzia morale e in una pigrizia derivanti dalla totale immersione nei beni materiali e nelle comodità moderne. Così, la crisi dell’autorità è ridotta in maniera semplicistica ad una crisi di obbedienza (o piuttosto di disobbedienza) da parte del subordinato.

E’ innegabile che l’individualismo contemporaneo alimenta tale disobbedienza; anche se questa analisi rimane incompleta e superficiale; poiché in realtà la crisi dell’autorità ha inizio principalmente e innanzi tutto nei capi, in coloro che detengono il potere.
Il male peggiore non è la ribellione dal basso, ma il fallimento dall’alto.
Infatti, oggi si osservano uomini, a cui è stato affidato un compito pubblico o spirituale, terrorizzati all’idea di esercitarlo. Hanno paura di comandare, di essere esigenti, di sbagliarsi o di essere colti in fallo, di lasciare l’iniziativa ai loro subordinati, e soprattutto hanno paura di «mettersi nei guai».
Nel tempo delle reti sociali, della dittatura del commento immediato e delle voci devastanti che circolano nei gruppi sociali, la paura del «che diranno» si è mutata in una tirannia assoluta.
Tutte queste paure conducono ad una paralisi quasi totale dell’autorità: lo Stato non agisce più, il capo famiglia abdica, il superiore ecclesiastico tace. Così, nella Chiesa di oggi, i capi hanno paura della contraddizione, dei media, di quello «che dirà il mondo».
A causa di questa paura, essi non osano più esercitare la loro autorità per difendere la fede e il bene delle anime. Ed è così che l’errore si infiltra dappertutto senza incontrare ostacoli.   



L’ignoranza dell’ordine naturale e la fuga nel legalismo        

L’origine di questo fallimento deriva da una duplice infermità: l’ignoranza e il rifiuto.
L’autorità paralizzata non sa più cosa sia il vero bene comune e l’immenso compito di abnegazione che esso esige. Promuovere il bene comune richiede spesso al capo di sacrificare la sua serenità, la sua popolarità, e il suo bene personale.
Questo fallimento deriva anche dal rifiuto puro e semplice dell’ordine naturale delle cose e di Dio che ne è l’Autore.
La nostra epoca non sa più cosa sia una società, non comprende più la natura umana e di conseguenza ignora cosa sia il bene comune, quali siano i mezzi appropriati per procurarlo, né il ruolo vitale e lo scopo ultimo del potere. Essa si rifiuta di sottomettersi a Dio.   

Non conoscendo più i mezzi appropriati da adottare, l’autorità in declino cerca disperatamente di rassicurarsi. Ricorre quindi sia all’autoritarismo arbitrario e fragile, sia, più spesso, ad una gestione puramente amministrativa. Essa si rifugia dietro quelli che oggi si chiamano «protocolli di azione». Queste procedure cieche hanno il grande vantaggio di evitare di riflettere e di fornire un comodo rifugio legale: ci si può sempre nascondere dietro di esse per evitare la propria responsabilità personale, anche quando si occupa la carica suprema.
Quando si dimentica l’ordine naturale e la fede, l’autorità allora non è altro che una macchina amministrativa. Ci rifugia dietro commissioni, sindacati, protocolli regolamenti, per evitare di dover prendere decisioni coraggiose e personali. E’ la morte della vera autorità spirituale e umana.

In questo processo di degradazione si dimentica il principio fondamentale: quello che viene prima è la vita reale degli uomini in società; tutto quello che riguarda leggi, regolamenti e amministrazione viene solo in secondo luogo, a servizio e a sostegno di tale vita. 



L’odio inconscio per se stessi e il rifiuto della Provvidenza       

Dobbiamo osare porre pienamente la diagnosi, per quanto dura possa essere: oggi, l’autorità in declino soffre di un odio inconscio per se stessa. La persona investita del potere soffre, in fondo all’anima sua, di un odio per l’autorità che rappresenta. Non volendo più sopportarne il peso, la solitudine e la sacra responsabilità, avversa la sua funzione pur rifiutandosi di lasciarla, si serve allora della sua funzione per altri scopi, troppo spesso accecata da ogni sorta di ideologie. Quest’odio represso viene dall’ipertrofia dell’orgoglio e dell’amore per sé, che trascurando l’umiltà, recidono il legame con la realtà. 

Questo desolante spettacolo di inerzia è evidente ad ogni livello: nello Stato si manifesta tra i governanti incapaci di proteggere i cittadini o di imporre il rispetto della più elementare giustizia, preferendo moltiplicare dei decreti incomprensibili e delle commissioni d’inchiesta senza futuro piuttosto che agire con la fermezza del padre di famiglia protettore.
Nella famiglia esso si incarna nei genitori che, per timore del conflitto o per paura di non essere più amati dai figli, si rifiutano di adempiere al loro naturale dovere di educazione, di disciplina e guida, abbandonando così la loro prole allo smarrimento e alla tirannia degli schermi o dei gruppi.
Nella Chiesa, infine, questo male è ancora più devastante: troppi Pastori non promuovono più il bene comune spirituale di cui hanno la sacra cura: la trasmissione integrale della fede, la sicura amministrazione dei sacramenti, la difesa della morale cattolica e della vera liturgia. Presi dal disgusto per la loro paterna missione, preferiscono adattare il discorso cristiano allo spirito del mondo e alle mode effimere, piuttosto che predicare la verità che salva.    

La crisi ecclesiale non è quindi principalmente una crisi di disobbedienza dei fedeli, ma il risultato diretto di una autorità pastorale che ha preso in odio la propria funzione naturale: quella di dare la vita divina, di educare le anime alla santità e di procurare instancabilmente i mezzi di unione con Dio. Questa autorità in declino diventa quindi sterile: tragico abbassamento della natalità, caduta delle vocazioni, svuotamento delle parrocchie e dei villaggi…

Ritrovare il vero significato dell’autorità significa ritornare all’umiltà della Croce, alla carità del Padre, le sole in grado di scacciare la paura e di restituire al comando lo splendore dell’amore e della verità.         








settembre 2026
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