Noi non abbiamo vinto; loro hanno già perso



di El Wanderer






Pubblicato sul sito dell'Autore
 







Noi che difendiamo la tradizione liturgica della Chiesa e l’integrità del Deposito della Fede abbiamo una spiccata tendenza all’amarezza, che inevitabilmente ci porta a trovarci in un costante stato di difesa contro sospetti reali o immaginari. E di questo ci sono più che sufficienti ragioni.
Tuttavia, l’amarezza, o la tristezza se vogliamo parlare nel linguaggio degli scrittori spirituali, quando viene ammessa e lasciata covare nell’anima, comporta pericoli significativi, uno dei quali è l'offuscamento della nostra visione della realtà. Non solo vediamo tutto in una luce oscura, ma distorciamo anche la nostra percezione del tempo perché l’ansia, che spesso accompagna la tristezza, prende il sopravvento, e iniziamo a comportarci come il “pervertito polimorfo” di Freud: vogliamo tutto, e lo vogliamo subito.

Una delle sue ultime lettere di Paix Liturgique, Christian Marquant la intitola “La guerra contro la liturgia tradizionale è condotta da un esercito esausto e in ritirata”.
E conclude: “Non abbiamo vinto noi; hanno perso loro”. E ha ragione.

La partecipazione alla Messa tradizionale in latino continua a crescere in tutto il mondo, soprattutto tra i giovani. E questo movimento non può più essere fermato. Abbiamo affrontato spesso questo argomento sul blog, e le prove sono sempre più numerose.
E qui mi rivolgerò, senza che ciò implichi alcun abbandono della mia opinione su questa figura nefasta, a una frase di Juan Perón: “Il popolo marcerà con i capi alla testa, o con le teste dei capi”.

I vescovi, e persino il Papa stesso, possono tentare di ostacolare la celebrazione della Messa tradizionale in latino, ma sarà tutto inutile. E ciò che dico non è un’illusione; uno studio sociologico, non così difficile da condurre, sui partecipanti ai pellegrinaggi dei tradizionalisti che si tengono in tutto il mondo sarebbe utile, e le risposte sorprenderebbero più di qualcuno.
In realtà, solo una minoranza dei giovani che frequentano la chiesa partecipa regolarmente alla Messa tradizionale in latino. La maggior parte vi partecipa perché attratta da questo tipo di liturgia, e lì trova quell’atmosfera di silenzio, rispetto per il sacro, devozione, ecc., che non trova nelle proprie parrocchie (basti pensare al tipo di liturgia celebrata nella chiesa di Santa Rosa de Lima, nella diocesi di Río Cuarto: quadri liturgici anni ‘70 o ‘80, completamente decadenti).

Questi sacerdoti e vescovi, ben oltre i 50 e i 60 anni, non hanno ancora compreso che il loro mondo è fallito. E ripeto quanto ho già detto in diversi post: è davvero sorprendente che non riescano a percepirlo. Nemmeno il Santo Padre se ne rende conto, continuando a insistere sull’importanza del Novus Ordo quando il suo fallimento è evidente in tutto il mondo, poiché non ha raggiunto gli scopi che, almeno nella narrazione, ne giustificavano la creazione.

Ma torniamo all’inizio: anche noi abbiamo un problema, ed è il “perverso polimorfo”, e dobbiamo esserne consapevoli, dobbiamo crescere e guarire noi stessi. E per farlo, non è necessario andare in terapia; basta conoscere un po’ la storia della Chiesa.
E per questo motivo, voglio proporre un esempio: quello di San Gregorio Nazianzeno (329-390), detto il Teologo, titolo che condivide nella tradizione orientale solo con l’evangelista Giovanni. Egli fu, insieme a Basilio di Cesarea e a Gregorio di Nissa, uno dei tre Padri Cappadoci che diedero forma definitiva alla dottrina trinitaria nicena di fronte all’arianesimo e alle sue ramificazioni.

Le sue celebri Orationes Theologicae, pronunciate a Costantinopoli intorno al 380 contro gli Eunomiani e i Macedoni (Pneumatomachi, cioè coloro che negavano la piena divinità dello Spirito Santo), articolarono con precisione senza precedenti la formula di un’unica ousia in tre ipostasi e difesero fermamente la piena divinità dello Spirito Santo, un punto che molti vescovi dell’epoca trattavano ancora con ambiguità.

Chiamato alla sede episcopale di Costantinopoli da Teodosio I, presiedette all’apertura del Concilio tenutosi lì nel 381 – il Secondo Concilio Ecumenico – ma ben presto si trovò invischiato in dispute: la legittimità canonica del suo trasferimento episcopale da Sasima fu messa in discussione – secondo i canoni, un vescovo non poteva essere trasferito dalla sede alla quale era stato consacrato – i vescovi egiziani e macedoni manovrarono a favore dell’usurpatore Massimo il Cinico, e lo stesso Gregorio, sfinito dagli intrighi e con la salute cagionevole, finì per dimettersi, probabilmente pensando ingenuamente che le sue dimissioni non sarebbero state accettate. Ma lo furono.
Pronunciò il suo discorso di addio – il De vita sua, dal tono amaro ed eloquente – e si ritirò ad Arianzo, lontano dalla capitale imperiale che lo aveva umiliato.

Nel suo discorso XLIII, egli scrive:

Approvo la legge della navigazione, che affida il primo remo a chi ora è il timoniere, poi lo pone a prua e gli affida ciò che ci aspetta; così egli viene posto tra coloro che guidano il timone, dopo aver navigato molto per mare e aver esaminato i venti. La stessa cosa accade anche nell’esercito: stratega, comandante e generale. Questo è l’ordine migliore e più appropriato per i subordinati. Anche i nostri affari [gli affari della Chiesa] sarebbero i più degni di tutti se funzionassero in questo modo. Ma ora la classe più santa tra noi [riferendosi ai vescovi] rischia di diventare la più ridicola.
Infatti, la presidenza non si ottiene per virtù maggiore ma per malizia, né i troni [episcopali] sono occupati dai più degni ma dai potenti. Facciamo santi in un solo giorno e chiamiamo a essere saggi coloro che non hanno ricevuto istruzione né hanno contribuito in alcun modo a tale grado se non con la volontà di potenza.

Questo testo avrebbe potuto essere scritto oggi; inoltre, dato il suo tono ironico e persino pungente, avrebbe potuto essere pubblicato su questo blog.
Qualcuno dubita forse che i vescovi che ci governano, specialmente in Argentina, non siano i più santi ma i più ridicoli, e che siano mossi solo dalla brama di potere? Ebbene, la stessa cosa accadde nel IV secolo, e fu denunciata nientemeno che da San Gregorio Teologo.

Tuttavia, se ci concentrassimo unicamente su questa immagine, non faremmo altro che rafforzare il detto “La miseria ama la compagnia”.
L’importante è vedere come Dio ha concluso la storia. La sconfitta di San Gregorio fu solo politica e personale, non dottrinale. Il credo che il Concilio stesso promulgò – il Credo niceno-costantinopolitano – incorporava precisamente l’espansione pneumatologica che egli aveva insistentemente richiesto, riconoscendo lo Spirito Santo “che è Signore e dà la vita”, “che con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”.
La grammatica trinitaria cappadocia, in gran parte forgiata dalla sua penna, divenne da allora in poi il linguaggio ufficiale dell’ortodossia, e le sue lettere cristologiche a Cledonio contro l’apollinarismo – in cui insisteva sul fatto che “ciò che non è stato assunto non è stato guarito” – anticipavano già il vocabolario che Efeso e Calcedonia avrebbero consacrato decenni dopo.

Così, l’uomo che lasciò Costantinopoli sconfitto e rattristato fu riabilitato dalla storia con un’autorità che pochi Padri raggiunsero: il Concilio di Efeso del 431 lo proclamò formalmente “il Teologo”, e la sua ermeneutica trinitaria e cristologica – non quella dei suoi avversari occasionali – divenne l’ermeneutica dell'intera Chiesa, sia orientale sia occidentale. È il paradosso di tante battaglie dottrinali: chi perde il concilio può vincere con il dogma.

Il falso “spirito del Concilio Vaticano II” ha trionfato; questo è un dato di fatto. E il suo trionfalismo ha permeato la Chiesa nei decenni successivi.
Ma questi trionfalisti stanno scomparendo, sono vecchi ed esausti e in ritirata perché non hanno sostituti.
Come accadde a Costantinopoli e come accadde al grande San Gregorio di Nazianzo, possiamo essere tristi e amareggiati, ma dobbiamo essere pazienti e aspettare: hanno già perso, come persero i Pneumatomachiani, anche se non si resero conto della loro sconfitta. Gli ortodossi dovettero combattere e aspettare, e il trionfo finale, e la rivendicazione dell’Ortodossia e dei suoi difensori, alla fine giunsero. È vero che giunse un secolo dopo, ed è anche vero che San Gregorio non lo vide, ma noi non combattiamo per vedere e gioire dei nostri trionfi; la nostra lotta è per il Suo trionfo e per vederLo, dopo questa fase sublunare.







settembre 2026
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI