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| Il Vaticano dice
“dialogo”. L’Islam dice “Islam”.
settembre 2026
Che fine ha fatto l’esclusività cattolica? di Angeline Tan ![]() Sessant’anni dopo la promulgazione
di Nostra Aetate, il Vaticano
ha pubblicato “Un cammino di speranza”
fondato sul dialogo interreligioso, la fraternità e l’incontro.
Ma accanto alla persistente affermazione dell’Islam che dice di essere la religione divinamente approvata, non si può fare a meno di chiedersi: che fine ha fatto la chiarezza dell’esclusiva pretesa della Chiesa cattolica di detenere la verità e la salvezza? Il 16 settembre 2026, Papa Leone XIV ha apposto la sua firma su “Un cammino di speranza”, una nota commemorativa per celebrare il 60° anniversario della “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II, la dichiarazione che proclamava l’apertura della Chiesa cattolica al dialogo interreligioso. Il documento, pubblicato congiuntamente da tre Dicasteri vaticani, segna il “profondo cambiamento” nell’atteggiamento della Chiesa verso le religioni non cristiane, esortando i cattolici a considerare le altre fedi con “stima e rispetto” nei confronti dei loro fedeli come “compagni di viaggio sulla via della verità”. Tuttavia, per i cattolici tradizionali, tali atteggiamenti riflettono la “rivoluzione” post-conciliare: una ironica sminuimento dell’affermazione, un tempo incrollabile, che la Chiesa è l’unica vera arca della salvezza. Si confrontino gli atteggiamenti del Vaticano post-conciliare con l’Islam, una religione tipicamente descritta in Occidente come esclusivista, “tutto o niente”, ma la cui teologia classica ha costantemente sostenuto che la sottomissione a Dio (islām) è la sola via divinamente approvata. Il contrasto è stridente: la Chiesa che un tempo tuonava “extra Ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla Chiesa non c’è salvezza”) ora parla di irrevocabilità dell’alleanza con il popolo ebraico e scorge “un riflesso dell’unico Mistero divino” in ogni sincera ricerca religiosa. Mentre invece la dottrina islamica dominante ribadisce che ‘chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam’, non sarà mai accettato da Dio” (Corano 3:85), pur dibattendo la salvezza per i non musulmani retti. “Un cammino di speranza” del Vaticano: continuità o compromesso? “Un cammino di speranza” è decisamente positivo riguardo ai frutti di “Nostra Aetate”. Racconta come la dichiarazione del 1965, originariamente redatta per sanare le relazioni cattolico-ebraiche dopo la Shoah, abbia esteso il dialogo della Chiesa a indù, buddisti, musulmani e seguaci delle religioni tradizionali africane. Bisogna riconoscere che il documento è fonte di turbamento per molti fedeli cattolici, poiché sembra indicare che altre fedi possiedano una rilevanza teologica continua nell’ambito del piano di salvezza di Dio – una posizione che i cattolici considerano in contrasto con l’insegnamento perenne secondo il quale solo alla Chiesa cattolica sono stati affidati da Dio tutti i mezzi spirituali necessari alla salvezza. Molti commentatori cattolici sostengono da tempo che “Nostra Aetate” e le iniziative che ne sono seguite sembrano avallare un “indifferentismo religioso”, visto che equiparano le religioni non cristiane alla vera Chiesa, cosa che potrebbe indebolire la chiamata alla conversione e lasciare i cattolici incerti sull’importanza di una fede consapevole in Cristo e sull’appartenenza al suo Corpo Mistico. “Un cammino di speranza”, con la sua enfasi sulla “fraternità umana”, sembra confermare queste preoccupazioni, anche se il documento afferma di voler semplicemente sviluppare e non abbandonare l’identità cattolica. I cattolici, comprensibilmente, considerano il linguaggio della Chiesa post-Concilio Vaticano II come una rottura con i suoi stessi fondamenti dottrinali: un adattamento al pluralismo moderno che indebolisce sia l’imperativo di evangelizzare sia l’affermazione che la Chiesa sia necessaria per la salvezza. L’esclusivismo intransigente dell’Islam: “tutto o niente”? A differenza del cattolicesimo, l’Islam non ha un equivalente del Concilio Vaticano II; la sua autorità religiosa è radicata in testi fondamentali che enunciano le proprie affermazioni con inequivocabile chiarezza. “In verità, la religione per Allah è l’Islam” (Corano 3:19) e “Chiunque desideri una religione diversa dall’Islam, non sarà mai accettato da Dio” (3:85). La teologia sunnita classica, così come articolata da studiosi da al-Ghazālī a Ibn Taymiyya, afferma che la salvezza si basa sulla fede nell’unicità di Dio (tawḥīd), sull’accettazione di Maometto come profeta finale e sul compiere opere pie secondo la legge islamica. Detto questo, il Corano contiene versetti che sembrano più tolleranti nei confronti delle altre religioni: “In verità, coloro che hanno creduto [in Muhammad], e coloro che erano ebrei, cristiani o sabei, chiunque abbia creduto in Allah nel Giorno del Giudizio e abbia compiuto opere pie, avrà la sua ricompensa presso il suo Signore”. Tuttavia, la posizione prevalente nell’ortodossia sunnita rimane esclusivista, sostenendo che “l’Islam è la religione divina finale, completa ed esclusiva; le altre fedi sono, nella migliore delle ipotesi, verità parziali che sono state superate”. In effetti, l’esclusivismo intransigente dell’Islam sembra paradossalmente più in sintonia con la concezione cattolica di verità e salvezza anteriore al Concilio Vaticano II. Come riportato da Ad Vaticanum, il cardinale Gerhard Ludwig Müller ha avvertito che l’Occidente sta vivendo una “crisi d’identità senza precedenti” nel tentativo di separarsi dalla propria eredità cristiana, mentre si assiste alla “vigorosa diffusione dell’Islam”. Un documento a doppio taglio Da un lato, “Un cammino di speranza” sembra rafforzare le garanzie tradizionali, affermando che Cristo è l’unico Redentore, che non esistono due vie per la salvezza e che il dialogo non è una capitolazione religiosa. Dall’altro lato, il documento fa suo “un vocabolario di dialogo interreligioso che va considerevolmente oltre un approccio cattolico strettamente esclusivista”, come riportato da Ad Vaticanum. Un simile paradosso riflette la questione che il cattolicesimo post-conciliare si trova ad affrontare: come la Chiesa possa rimanere pienamente fedele a Cristo e al suo ruolo peculiare nel piano di salvezza di Dio, pur dialogando con un mondo religiosamente eterogeneo. Per Papa Leone XIV e i dicasteri che hanno redatto “Un cammino di speranza”, la risposta risiede in una “cultura dell’incontro” che costruisca ponti, non muri, senza appiattire le differenze. Lo spirito stesso di “Un cammino di speranza” allude a una parità di percorsi che si contrappone all’affermazione evangelica secondo cui Cristo è “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Conclusione. Lo scandalo della particolarità Il pericolo che incombe sulla Chiesa cattolica è quello di ammorbidire la propria posizione nei confronti delle altre religioni, mentre l’Islam rimane intransigente. La Chiesa, nel suo desiderio di essere sacramento di Unità per la famiglia umana, rischia di oscurare proprio quella specificità che la rende cristiana, mentre l’Islam, nel suo incrollabile esclusivismo, preserva una chiarezza che i cattolici tradizionali ritengono sempre più carente nelle attuali autorità vaticane. Se la posizione del Vaticano rappresenti o meno una tragica concessione ad un’epoca pluralista rimarrà la questione cruciale del cattolicesimo post-conciliare e oggetto di dibattito per gli anni a venire. Maria, Mater Ecclesiae, ora pro nobis. |