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| COLORO CHE HANNO
DIMENTICATO ITACA:
settembre 2026
Una piccola odissea del cattolico tradizionalista di Dardo Juan Calderón ![]() Ulisse alla corte di Alcinoo Francesco Hayez, Ulisse alla corte de Alcínoo (1814-1815). Dopo tutte le tentazioni del viaggio, una cosa sola rimaneva: tornare. Vi è una scena
nell’Odissea che, essendo stata ripetuta per quasi tremila anni,
rischia di diventare troppo familiare per essere davvero terrificante.
Ulisse siede su una spiaggia. Non sta combattendo. Non ci sono Ciclopi, né lance, né tempeste, né cadaveri di compagni che galleggiano tra i rottami di una nave. Né ha fame. Al contrario: si trova sull'isola di Calipso, una dea che lo ama, nulla di veramente spiacevole sembra minacciarlo, e ha persino davanti a sé un’esistenza che qualsiasi prudente gestore del rischio avrebbe considerato infinitamente preferibile all’avventura di riprendere il mare. Eppure, quell’uomo fissa l'orizzonte e piange. Piange per Itaca È meglio cominciare da qui, perché l’Odissea non è, come si dice spesso con quella noncuranza con cui si affermano cose che tutti hanno sentito ma pochi hanno letto, la storia di un uomo alla ricerca del proprio destino. Ulisse conosce perfettamente il suo destino. Né è alla ricerca di una patria. Ne ha già una. Né intende fondare una città più moderna di quella piccola isola rocciosa da cui è partito vent’anni prima. Ulisse vuole tornare. E forse questa è la ragione principale per cui un cattolico tradizionalista potrebbe leggere Omero con un particolare disagio. Perché anche lui non intende – o non dovrebbe intendere – scoprire una Chiesa sconosciuta. Non naviga alla ricerca di un cristianesimo più puro del cristianesimo stesso, né di una liturgia concepita durante un pomeriggio particolarmente ispirato, né di una dottrina riservata a pochi iniziati eletti, capaci di svelare ciò che diciannove secoli di santi, dottori, Papi, concili e Martiri non sono riusciti a scoprire. Se è veramente tradizionalista, il suo movimento fondamentale non è l’invenzione, ma il ritorno. Ha ricevuto qualcosa. Lui sa, o crede di sapere, da dove viene. Ed è proprio per questo che diffida di chi gli assicura che l’unico modo per essere fedele alla propria casa è abbandonarla per sempre. La parola decisiva, dunque, è ritorno. Ed è per questo che la nostra storia non inizia veramente con una battaglia. Inizia con il ricordo di Itaca. Il loto ![]() Incisione di Theodoor van Thulden, Ulisse nel paese dei lotofagi (1632–1633). Prima di Calipso c’erano i lotofagi. E dimenticano. Ulisse deve trascinarli con la forza fino alle navi. Questa è una di quelle intuizioni degli antichi che la nostra civiltà, dopo aver inventato innumerevoli scienze volte a spiegare chi siamo, non è ancora riuscita a perfezionare. Alcune sconfitte richiedono carnefici; altre solo conforto. Alcune idee non hanno bisogno di essere confutate: basta assicurarsi che nessuno si senta in dovere di difenderle. E alcune patrie non hanno bisogno di essere conquistate se i loro figli possono essere persuasi che tornarvi è faticoso, scomodo o, peggio ancora, di cattivo gusto. Forse è per questo che il loto è l’immagine più adatta a comprendere certe metamorfosi del cattolicesimo tradizionale rispetto a tutti i draghi apocalittici che potremmo evocare. Perché il tradizionalista raramente si sveglia una mattina, dopo vent’anni di lotta, esclamando che il liberalismo è stato meraviglioso, che il modernismo è stato ingiustamente condannato e che la riforma liturgica rappresenta il culmine di venti secoli di culto cristiano. Le conversioni intellettuali esistono, naturalmente, ma la storia umana conosce una procedura ben meno faticosa: abituarsi. Prima si smette di parlare di certe cose perché potrebbero essere considerate inappropriate. Poi si scopre che chi continua a parlarne ha un carattere eccessivamente severo. In seguito si comprende che, in realtà, le vecchie controversie appartenevano a un’altra epoca. Alla fine, si continua a celebrare la stessa Messa, usando lo stesso Messale, indossando la stessa casula, pronunciando le stesse parole latine e forse cantando lo stesso Credo che si cantava all’inizio della lotta, solo che ora non si ricorda più esattamente perché la lotta ebbe inizio. Il loto ha questo vantaggio: non esige l’apostasia: produce amnesia. E così arriviamo a quella parola francese che, per anni, ha avuto una connotazione quasi animalesca tra i discepoli dell’arcivescovo Marcel Lefebvre: ralliés [riconciliati]. La parola ha una storia e non è stata inventata da Lefebvre, ovviamente. In Francia il termine “ralliement” era già piuttosto diffuso. Ma nel piccolo mondo tradizionalista dopo il 1988, ha acquisito un significato specifico. Indicava coloro che, dopo le consacrazioni episcopali di Écône, accettavano la regolarizzazione con le autorità romane e si ponevano sotto il regime instaurato attorno alla Ecclesia Dei. Lì sarebbero sorte comunità, istituti, monasteri e sacerdoti che preservavano l’antica liturgia e che rifiutavano anche l’idea che tale regolarizzazione implicasse necessariamente una capitolazione dottrinale. Vale la pena menzionarlo perché un dibattito diventa tedioso non appena si inizia con la falsificazione dell’avversario. Non tutti i cosiddetti ralliés la pensavano allo stesso modo. Non tutti hanno seguito lo stesso percorso. Non tutti hanno abbandonato le stesse posizioni. Alcuni hanno espressamente affermato di non aver affatto rinunciato alla lotta per la Tradizione. E se vogliamo discutere con loro, dobbiamo discutere con ciò che hanno detto, non con burattini fabbricati per essere abbattuti prima di colazione. Ma non dovremmo nemmeno travisare Lefebvre. Perché ridurre la sua obiezione a un capriccio canonico – “loro hanno fatto un patto e noi no” – significherebbe aver capito ben poco. Il vecchio arcivescovo temeva qualcosa di più sottile: temeva il loto. Una Messa può sopravvivere a una sconfitta. Questo è forse uno dei punti più scomodi dell’intera questione. Per molto tempo, la battaglia tradizionalista è stata presentata come una battaglia per la Messa. Ed evidentemente lo era. Come avrebbe potuto non esserlo? La liturgia non è un elemento decorativo della religione cattolica, come la musica di sottofondo in un ristorante; esprime una teologia, educa alla fede e guida l’uomo verso Dio attraverso gesti, silenzi, parole e sacrifici. Ma Lefebvre insistette più volte sul fatto che il problema non finiva lì. Era possibile reintrodurre la Messa e preservare la rivoluzione. Peggio ancora: era possibile reintrodurre la Messa proprio per rendere tollerabile la rivoluzione. Ed è qui che inizia il vero problema dei ralliés . Cosa accadrebbe se Roma dicesse ai tradizionalisti: tenetevi il vostro altare, il vostro latino, il vostro canto gregoriano, la vostra talare, le vostre rubriche e le vostre magnifiche casule; costruite seminari, pubblicate Messali, organizzate pellegrinaggi e celebrate pontificali capaci di commuovere un fotografo, ma smettetela di presentare la crisi contemporanea della Chiesa come una crisi dottrinale? La proposta sarebbe ben più pericolosa della persecuzione. Le persecuzioni hanno la scortesia di ricordarci chi siamo. La tolleranza può farci dimenticare. E non è difficile immaginare il processo. Inizialmente si afferma: “Non abbiamo rinunciato a nulla”. Poi: “Non è prudente insistere su certe questioni adesso”. Più tardi: “Quelle espressioni appartenevano al contesto polemico degli anni ‘70”. Poi: “Tutto ciò va interpretato alla luce del magistero posteriore”. Infine, arriva una generazione di sacerdoti che conoscono perfettamente le rubriche del 1962, ma considerano le vecchie battaglie dottrinali come le stravaganze capricciose di antenati particolarmente francesi. La rivoluzione avrà allora compiuto un capolavoro. Non avrà distrutto la Messa: l’avrà trasformata in una riserva indiana. Circe sa accogliere ![]() John William Waterhouse, Circe offre la coppa a Ulisse (1891) Poi ci sono i palazzi. La resistenza ha un notevole svantaggio sociale: è estenuante. All’inizio, può persino sembrare romantica. C’è qualcosa di giovanile e attraente nell’essere pochi, nell’essere perseguitati, nel celebrare la Messa in garage, in cappelle improvvisate o in sale prese in prestito, e nell’ascoltare sacerdoti che sembrano rischiare qualcosa ogni volta che si avvicinano all’altare. Ma gli anni passano. I bambini crescono. I sacerdoti invecchiano. I fedeli vogliono le chiese. I seminaristi hanno bisogno di seminari. Gli Istituti hanno bisogno di riconoscimento legale. Gli edifici hanno bisogno di permessi. I conti hanno bisogno di banche. E persino il crociato più incallito scopre prima o poi che il riscaldamento centralizzato funziona meglio quando qualcuno paga la bolletta. Circe lo sa. Ecco perché Circe non accoglie i marinai con la spada. Li invita ad entrare. Sarebbe puerile trasformare ciò in un’accusa contro qualsiasi riconoscimento canonico. La Chiesa è una società visibile e gerarchica, e nessun cattolico può considerare l’irregolarità un sacramento. L’anomalia non è un ideale. Nessuna persona di buon senso dovrebbe lasciarsi talmente affascinare da una situazione di emergenza da volerla perpetuare per il puro piacere di sentirsi un eroe. Proprio per questo motivo, la questione sollevata da Lefebvre era infinitamente più seria. Non si limitava a chiedere: “Ci riconosceranno?”. Si chiedeva: “Cosa riconosceremo noi in cambio?”. Questa è la differenza fondamentale. Se il prezzo per sfuggire a una situazione anormale è semplicemente ricevere ciò che la giustizia e la legge consentono, allora sia benedetto Dio. Ma se il prezzo è rimanere in silenzio per decenni su ciò che ha portato all’accettazione dell’anomalia, allora forse Circe ha apparecchiato la tavola. E una tavola ben apparecchiata può essere estremamente pericolosa per uomini che hanno trascorso vent’anni a mangiare sul ponte. Le sirene hanno modi impeccabili ![]() John William Waterhouse, Ulisse e le sirene (1891) Naturalmente, non tutto si può risolve con un pranzo. A questo servono le sirene. Le sirene non dicono sciocchezze. Questo è un dettaglio che spesso si dimentica quando l’episodio omerico viene trasformato in una storia per bambini. Il loro pericolo deriva proprio dalla loro conoscenza: promettono conoscenza, conoscono Troia, conoscono le sventure dei Greci e dei Troiani. Il loro canto non è un rumore assurdo, ma una voce che merita di essere ascoltata. Una tentazione veramente pericolosa non dice mai: “Abbandona la fede”. E poi inizia la musica. «Non possiamo vivere per sempre nel 1970». «Dobbiamo superare vecchie ferite». «La situazione è cambiata». «Oggi abbiamo vescovi che ci accolgono». «La Messa tradizionale è riconosciuta». «Ci sono giovani sacerdoti interessati alla Tradizione». «Non dobbiamo chiuderci in noi stessi». «Dobbiamo lavorare dall’interno». «Non possiamo pretendere che Roma cambi prima di parlare con Roma» Da notare che alcune di queste frasi possono contenere una notevole quantità di verità. Proprio per questo motivo sono sirene e non ragli. Il problema non consiste nel chiedere se ogni proposizione, isolata in provetta, contenga elementi veri. Il navigatore pone una domanda molto più pratica: “dove sta andando la nave mentre ascoltiamo?” Perché una nave può mantenere intatto il suo legname, le sue vele, la sua bandiera e persino la bussola, mentre cambia rotta in modo impercettibile. E forse era questa la più grande paura di Lefebvre quando parlava di una sorta di osmosi tra i tradizionalisti regolarizzati e il mondo ecclesiastico che li accoglieva. Non immaginava certo un prete che entrasse in un ufficio romano come antimodernista e ne uscisse quaranta minuti dopo trasformato in un discepolo di Teilhard de Chardin. Le vicende umane raramente possiedono una simile teatralità. L’osmosi richiede anni: un pasto, un’amicizia, un invito, una concelebrazione che sembra appropriata, una parola che non si usa più, un libro che smette di essere consigliato, una condanna che comincia a sembrare imbarazzante, un anniversario che non si celebra più, una fotografia che sarebbe meglio lasciare inedita... Finché un giorno nessuno ha firmato nulla, nessuno ha rinunciato a nulla, nessuno ha formalmente tradito nessuno, eppure il nipote spirituale pensa esattamente ciò contro cui il nonno ha combattuto. È un processo ammirevole. Le rivoluzioni mature preferiscono ereditare i propri nemici piuttosto che giustiziarli. Scilla e Cariddi ![]() William Bromley, Ulisse entra tra Scilla e Cariddi (1806), una composizione di Johann Heinrich Füssli. Incisione e acquaforte. British Museum. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Perché anche la resistenza ha i suoi mostri. E chi riconosce solo le tentazioni dell’avversario probabilmente è già caduto vittima delle proprie. Ulisse dovette passare tra Scilla e Cariddi. Anche il cattolico tradizionalista conosce due pericoli opposti. Da una parte c’è l’assorbimento. Il desiderio di accettazione può finire per alterare ciò che si considera accettabile. Si comincia con la ricerca di un posto legittimo all’interno della Chiesa e può concludersi con la trasformazione della Tradizione in sensibilità liturgica: una preferenza venerabile, forse ammirevole, paragonabile all’affetto di alcuni per certi riti orientali. Ci sono incenso, canto gregoriano, talari, pellegrinaggi e famiglie numerose. Sembra esserci tutto. Tranne il motivo per cui tutto ciò doveva essere difeso. Ovvero Cariddi. Ma dall’altra parte, Scilla attende. La resistenza può trasformarsi in identità. Poi, l’identità può diventare autosufficienza. E infine, può presentarsi una tentazione quasi simmetrica alla precedente: se alcuni sono disposti a sacrificare la verità per preservare la comunione visibile, altri potrebbero finire per sacrificare la natura visibile e gerarchica della Chiesa per preservare una purezza che solo loro sono in grado di certificare. Allora ogni riconciliazione è tradimento, ogni atto di prudenza, codardia, ogni conversazione, un compromesso, ogni autorità sospetta, ogni vicino insufficientemente resistente. E poiché c’è sempre qualcuno posizionato mezzo centimetro alla nostra destra, la resistenza si divide, la divisione si divide ancora, e i sopravvissuti finiscono per riunirsi in una stanza per dichiarare di essere probabilmente gli ultimi cattolici sulla terra. Neanche lì c’è Itaca ![]() Monsignor Marcel Lefebvre durante le consacrazioni episcopali a Écône, 30 giugno 1988. C’erano porti in cui potevano fermarsi; la questione era se avessero già raggiunto Itaca. Perché la Tradizione cattolica non consiste nel resistere per resistere. La resistenza è un mezzo. Si resiste per preservare qualcosa. Si arriva ad amare la barricata più di ciò che sta dentro di essa, si commette una profonda perversione come quella di chi rinuncia a ciò che difende pur di poter abbandonare la barricata. Per questo sarebbe intellettualmente misero trasformare la Fraternità Sacerdotale San Pio X in Itaca. La Fraternità non è Itaca. Écône non è Itaca. Mons. Lefebvre non è Itaca. Seguendo il nostro paragone, si tratta di uomini, porti, strumenti e navi per un viaggio ben più grande. La patria è altra cosa. L’uomo che voleva tornare ![]() Mons. Marcel Lefebvre (1905-1991). Per lui la questione non era conservare solo la vecchia liturgia, ma conservare il tutto. Forse ora possiamo comprendere meglio quella frase di Lefebvre che lascia perplessi coloro che riducono l’intera crisi tradizionalista ad una disputa sulle autorizzazioni liturgiche. L’arcivescovo parlava di aspettare che Roma incoroni nuovamente Nostro Signore Gesù Cristo. L’espressione racchiude un intero programma. Non disse: finché Roma non ci concederà un numero sufficiente di chiese. Né: finché non potremo ordinare sacerdoti in pace. Nemmeno: finché non ci permetteranno di celebrare la Messa secondo la tradizione. La questione sollevata da Lefebvre era dottrinale. Liberalismo, libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, regalità sociale di Cristo, natura della Chiesa, rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno: questo era il vero oceano su cui credeva di navigare. Se avesse ragione è discutibile. Se abbia esagerato è discutibile. Si potrà discutere se alcune delle sue formulazioni fossero prudenti, accurate o dettate dalle circostanze. Ciò che non sembra intellettualmente ammissibile è sostituire a posteriori la sua lotta con una molto più comoda e poi affermare che ciò che cercava è stato raggiunto perché esistono luoghi in cui la Messa che difendeva viene celebrata pacificamente. Sarebbe come dire a Ulisse che non ha bisogno di proseguire per Itaca perché abbiamo costruito una casa identica in Sicilia. Forse con le stesse pietre. Forse pianteremo anche un ulivo. Ma Penelope non c’è. Calipso ![]() Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso, 1882. L’eroe contempla il mare che lo separa da Itaca. E torniamo sulla spiaggia. Perché tra tutti i nemici di Ulisse, Calipso è forse la più terribile. Polifemo vuole divorarlo. Poseidone vuole distruggerlo, i lestrigoni annientano le sue navi, le sirene vogliono attirarlo alla morte. Calipso invece lo ama: gli offre riposo, gli offre amore, gli offre stabilità; in un certo senso, gli offre persino una via di fuga dalla miserabile condizione umana che lo attende a Itaca. E Ulisse piange. E questo il mistero che la nostra epoca comprende sempre meno: un uomo può preferire una patria imperfetta ad un paradiso che non è il suo. Né la Tradizione va confusa con la ricerca di un rifugio confortevole in mezzo alla catastrofe. Ci possono essere magnifiche chiese tradizionali; ci possono essere liturgie perfette; ci possono essere conferenze, pellegrinaggi, scuole, pubblicazioni, monasteri, vocazioni, e ringraziamo Dio per tutto questo; ma rimane una domanda, una sola, terribilmente spiacevole: vogliamo ancora raggiungere Itaca? Non chiediamo se abbiamo fotografie di Itaca. Non chiediamo se i nostri figli sanno cantare canzoni di Itaca. Non chiediamo se un’autorità ha autorizzato ufficialmente la costruzione di repliche in scala di Itaca. Chiediamo se desideriamo ancora tornarci. Perché il loto non distrugge la patria. Distrugge il desiderio di ritornarvi. Penelope ![]() John William Waterhouse, Penelope e i pretendenti (1912). Non riuscendo ad espellere quelli che occupano la sua casa, Penelope conserva almeno una cosa: il rifiuto ad acconsentire. E a Itaca, qualcuno aspetta. Penelope tesse. Anche questa è un’immagine che merita di essere sottratta ai libri di testo scolastici. Di giorno tesse il sudario di Laerte; di notte disfa ciò che ha tessuto. I pretendenti vogliono costringerla ad accettare che Ulisse non tornerà e che, di conseguenza, è giunto il momento di riorganizzare razionalmente la casa. Devono adattarsi alla nuova situazione. Ulisse appartiene al passato... vent’anni sono troppi. La realtà si impone. I pretendenti sono lì, molti. Mangiano alla sua tavola; di fatto gestiscono il palazzo. Perché continuare ad aspettare? Penelope risponde tessendo. E disfacendo. In quella donna si manifesta una forma di resistenza ben meno spettacolare delle gesta del marito, e forse non per questo meno eroica. Non può sconfiggere i pretendenti. Non può scacciarli. Non può nemmeno impedire loro di divorare i beni della sua casa. Può solo negare il suo consenso finale. Forse qui appare l’immagine più fedele del tradizionalista che non è né vescovo, né teologo, né superiore di una congregazione, né protagonista di grandi negoziati romani. Il fedele. Il padre di famiglia. La madre. Il vecchio sacerdote. La religiosa. Il ragazzo che impara il catechismo. Non possono risolvere la crisi della Chiesa. Non possono convocare un concilio. Non possono correggere Roma. Non possono restaurare per decreto ciò che credono distrutto. Possono fare qualcosa di apparentemente insignificante: non chiamare vero ciò che considerano falso, non chiamare bene ciò che considerano male, non fingere che una battaglia sia finita perché sono stanchi di combatterla. Tessendo di giorno, disfacendo di notte. E aspettando. Quando la nave diventa la patria ![]() J. M. W. Turner, Ulisse so fa beffa di Polifemo (1829). La nave può salvarci dal naufragio, ma non per questo diventa la patria Resta ancora un’ultima tentazione. Forse la più specificamente tradizionalista. Dopo aver navigato per decenni, dopo aver perso i compagni, dopo aver sopportato tempeste e derisioni, dopo aver cresciuto i figli sulla nave ed aver seppellito i genitori che non hanno mai messo piede sulla terraferma, può succedere una cosa perfettamente comprensibile: si inizia ad amare la nave. E’ naturale. In essa abbiamo ricevuto i sacramenti, abbiamo conosciuto sacerdoti, i nostri figli hanno imparato il catechismo, abbiamo trovato amici, cose che altrove sono andate perdute sono state preservate. La nave ci ha salvato la vita durante la tempesta. Ma resta pur sempre una nave. E se un giorno il suo capitano dovesse dire che Itaca non ha più importanza perché il ponte è abbastanza spazioso, Itaca deve essere ricordata. E se un altro marinaio dovesse tentare di incendiare la nave perché il capitano ha commesso un errore di navigazione, bisogna ricordargli che siamo in mezzo al mare. Questa è forse la posizione più difficile. Non venerare la struttura che ci ha protetti. Non distruggerla perché è imperfetta. Non confondere i mezzi con il fine. Non chiamare pace la stanchezza. Non chiamare prudenza la paura. Non chiamare fedeltà l’immobilità. Non chiamare resistenza l’orgoglio. E continuare a navigare. Coloro che hanno dimenticato Itaca ![]() Theodoor van Thulden, Ulisse come mendicante davanti alla sua casa a Itaca (1632-1633). Era tornato in patria; spettava alla patria riconoscere colui che era tornato. Veneriamo i Papi di prima del Concilio, a patto che nessuno abbia la maleducazione di ricordare esattamente cosa insegnarono, e dopo tutto ciò chiamiamo il risultato «Tradizione». Questa sarebbe la perfetta vittoria del loto. Non distruggere ciò che era destinato a essere distrutto. Metterlo in mostra. Lasciarlo vivere, cantare, indignarsi e progredire, a condizione che non giudichi più nulla. E forse allora comprenderemo finalmente la durezza di Lefebvre nei confronti dei tradizionalisti. Potrebbe essersi sbagliato su persone, momenti o valutazioni particolari; nessun giudizio umano è esente da esame critico. Ma il suo avvertimento merita più di un sorriso condiscendente scaturito dalla comodità di decenni dopo: temeva che ai tradizionalisti sarebbe stato offerto un posto nel nuovo ordine ecclesiale a condizione che, col tempo, smettessero di mettere in discussione il nuovo ordine ecclesiale. La storia dovrà giudicare in che misura ciò sia accaduto. Ma esiste una prova piuttosto semplice. Chiediamoci quali domande potevano essere poste apertamente in certi ambienti tradizionali trenta o quarant’anni fa, e quali oggi sono considerate scomode. Chiediamoci quali autori venivano citati allora e quali vengono citati ora. Quali condanne papali venivano spiegate. Quali parole sono scomparse. Quali critiche sono considerate eccessive. Quali vecchie battaglie sono ora presentate come deplorevoli malintesi. E poi guardiamo il quadro. Forse scopriremo che la nave è ancora immacolata. Che le vele sono nuove. Che l’equipaggio canta magnificamente. Che abbiamo persino ottenuto il permesso di salpare. Solo che non siamo più diretti a Itaca. I ralliés potrebbero replicare – e ne hanno il diritto – di non averlo mai dimenticato. Alcuni potrebbero persino provarlo. Ma questa è proprio la questione che la parola solleva, e una questione che nessuna regolarizzazione canonica può risolvere da sola. Perché Itaca non è mai stata semplicemente una Messa delle 10:30. Itaca era la fede cattolica pienamente professata; la Tradizione ricevuta e non negoziata; la dottrina che non chiede il permesso al mondo per rimanere vera; la regalità di Cristo non solo sul piccolo santuario dove si canta ancora il canto gregoriano, ma sull’umanità, sulla famiglia e sulla società; quella Roma che Lefebvre sperava incoronasse nuovamente Nostro Signore Gesù Cristo. Si può discutere del percorso, della velocità, persino se Lefebvre abbia interpretato correttamente tutte le tempeste. Ciò che non si può fare è cambiare la destinazione e continuare a chiamare il viaggio fedeltà. Omero riservò una punizione stranamente misericordiosa ai Lotofagi. Zeus non li abbatté. Nessun mostro li divorò. Non discesero nell’Ade. Rimasero lì, contenti. Questa era proprio la loro punizione: avevano smesso di sentire la mancanza della loro casa. E forse questo è anche l’epitaffio più terribile che un giorno potrebbe essere scritto su una Tradizione definitivamente trasformata in ralliés: ha conservato la nave, ha conservato il remo, ha persino conservato il ricordo di Itaca, ma alla fine ha trovato il porto così piacevole da chiamare ritorno il fatto di avere smesso di navigare. |