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| L’uomo e
l’animale
settembre 2026
di Don Gonzague Peignot, FSSPX ![]() «Allora il Signore Dio plasmò dalla
terra ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e
li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque
modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva
essere il suo nome. Ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse
simile» (Genesi 2, 19-20)
Adamo esercitò così un’autorità ricevuta da Dio; e Dio manifestò in tal modo il posto unico che l’uomo occupa all’interno del Creato. Infatti, l’uomo non è un essere vivente come tutti gli altri: è destinato a conoscere, ordinare e governare. Dare un nome agli animali, quindi, non consisteva semplicemente nel designarli, ma anche nel riconoscerne la natura e nel manifestarne l’ordine. Questa superiorità dell’uomo sull’animale non cancella, tuttavia, la prossimità che li unisce. Infatti, è nell’ottica della ricerca di un «aiuto che gli fosse simile» che Dio condusse ad Adamo gli animali, proprio perché l’uomo, formato con la polvere della terra, è lui stesso un animale. «Animale ragionevole», precisano i primi filosofi seguendo Aristotele. Questa definizione esprime una realtà molto profonda: e cioè che l’uomo vive, si muove e percepisce il mondo tramite i sensi, come tutti gli animali. Quindi, l’attaccamento che l’uomo prova per l’animale è del tutto naturale: l’uomo ammira, ama, addomestica e addestra ogni sorta di animale; egli scopre in essi una manifestazione delle perfezioni del Creatore attraverso la loro maestà, la loro bellezza, la loro forza, il loro istinto e la loro diversità. La prossimità – l’affetto che l’uomo talvolta nutre per l’animale – è qualcosa di buono, a condizione di mantenere l’ordine incluso nella definizione: è cioè la differenza essenziale che è la ragione. L’uomo non è solo l’animale più abile, più complesso o più sensibile degli antri. Egli ha una dignità superiore, perché è in grado di conoscere la verità, di formulare dei concetti, di giudicare, di scegliere liberamente e di elevarsi fino a Dio. L’animale segue il suo istinto, l’uomo riflette. L’animale percepisce, l’uomo comprende e pensa. E’ tale razionalità che colloca l’uomo al vertice della creazione e fonda la sua superiorità. Se l’uomo comanda gli animali non è perché è il più forte fisicamente, ma perché è superiore a loro in virtù dell’intelligenza di cui è dotata la sua anima. La Genesi lo conferma nel seguito del racconto: dopo aver visto sfilare tutti gli animali, Adamo non trovò tra essi «un aiuto simile a lui». Nessun animale poteva essere suo pari, perché nessuno condivideva la sua natura spirituale. Possiamo quindi valutare l’errore dell’ideologia animalista moderna. E’ evidente che occorra proibire la crudeltà verso gli animali e usarli con moderazione e senza brutalità, e vale sempre la pena di ribadirlo; ma voler porre l’animale allo stesso livello dell’uomo e talvolta dargli maggiore importanza è un grave fraintendimento. Allora Dio creò la donna da una costola di Adamo, il quale la riconobbe subito: «Questa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta». Adamo vide in Eva un essere della sua stessa natura, con cui era possibile una comunione spirituale; una relazione tra persone umane, che sarà sempre impossibile fra l’uomo e l’animale. E’ così che l’episodio in cui Adamo dà il nome agli animali portò all’istituzione del matrimonio. Dopo aver mostrato che nessun animale è un aiuto simile all’uomo, Dio diede ad Adamo la sua sposa. Questo significa che l’uomo non compie la sua vocazione nella mera compagnia degli animali, ma nell’unione umana, cioè nella famiglia, in cui si realizza la trasmissione della vita. Eppure è un simile disordine a cui oggi assistiamo in molti comportamenti. Ci sono di quelli che rivolgono agli animali un attaccamento che normalmente dovrebbe essere rivolto alla famiglia, ai figli, al prossimo. Un animale può tenere compagnia, esprimere affetto, rendere dei servizi, tuttavia, mai potrà sostituire un figlio, un coniuge, una famiglia! Quando l’animale è preferito alla destinazione umana nella vita sociale, si tratta di un segno di grave indebolimento morale di una civiltà. In effetti, se gli animali sono creature di Dio, non per questo sono delle persone; essi non hanno un’anima spirituale e ancor meno un fine soprannaturale. Tutta la differenza sta qui: l’uomo è creato a immagine di Dio e chiamato a riconoscerLo, amarLo e servirLo per meritare di vederLo faccia a faccia nell’eternità. In questo nostro tempo del “niente figli”, apertamente vantato dai nostri contemporanei sconcertati, preghiamo per le famiglie. Esse sono destinate, sul piano naturale, ad assicurare la conservazione della specie e alla sopravvivenza dell’umanità. E sul piano soprannaturale, a generare delle anime che tendono a diventare beate un giorno in Cielo per cantare le lodi eterne di Dio. Essere in tal modo cooperatori di Dio è una missione talvolta difficile, ma sempre sublime! |