Il biritualismo: una soluzione postmoderna



di Dardo Juan Calderón






Pubblicato su Adelante la Fe







Utilizzando le categorie moderne della psicologia e della sociologia, possiamo dire che la nuova Messa (la Messa di Paolo VI) è diventata vecchia e non entusiasma più nessuno.

La modernità consiste specificamente nella sostituzione del vecchio con qualcosa di nuovo, ma di un nuovo che trasgredisce l’ordine precedente,
E se il passato viene veramente e definitivamente cancellato (come volevano i Giacobini con l’Anciene Régime), la novità diventa presto vecchia e dev’essere ghigliottinata, come Danton e Robespierre.
Napoleone non fu così drastico, eppure fu più rivoluzionario.
Nulla è veramente nuovo in questo mondo, come vedremo, Napoleone era postmoderno.

E se non vogliamo diventare borghesi conformisti che intendono mantenere l’immagine trasgressiva, la novità deve essere urgentemente cancellata da qualcosa di più nuovo.
Pertanto, possiamo affermare che la nuova Messa, per tutti coloro che hanno abbandonato il Vetus Ordo e perso la sua memoria, è già diventata vecchia.
Il suo significato trasgressivo è andato perso e conservalo è così assurdo come conservare un televisore a transistor. 
La verità è che se l’intenzione era di “comunicare” qualcosa ai fedeli in un contesto e con un linguaggio adeguati ai tempi, questo qualcosa è diventato completamente obsoleto a fronte delle nuove tecnologie di comunicazione.

La riforma liturgica, per i veri novatori, era la porta d’accesso all’inarrestabile dinamica del progresso.
In realtà, la lettura della storia di questa riforma e di alcuni resoconti dei suoi sostenitori, come Bouyer, rivela una notevole mancanza di organizzazione, la fretta, il cinismo e la provvisorietà. Ciò che contava era il momento della decostruzione e la scintilla iniziale di una dialettica che era stata prevista, e che di fatto si è espressa in un certo “caos creativo”. I più ordinati tra loro, nemici del caos e amici dei “sistemi”, proponevano già da diversi anni la riforma della riforma, affinché ce ne fossero altre, ma non lasciate al caso o al caos progressivo, bensì a una pianificazione progressiva. 

Queste spirali le vediamo in maniera esemplare nella tecnologia, perché, in termini moderni, non vi è niente di più assurdo del non continuare ad andare avanti.
Tutti i momenti della dinamica del progresso sono provvisorii, e il Novus Ordo, come tale, era necessariamente provvisorio. Fermarsi ad un certo punto significava cancellare l’illusione che tutto si muove e rivelare l’assurdo della fantasia del progresso.
Fermarsi significa aver cancellato il precedente e non avere altro che il provvisorio, che si sgretola nel vuoto.

Il postmoderno Lipovetski parlò dell’“era del vuoto” e non si creda che questo autore e altri come lui ignorassero il pericolo di abbandonare un punto di arrivo che aveva la significativa influenza della “tradizione”, né tantomeno il pericolo di rimanere bloccati o intrappolati in un “insignificante” vicolo cieco della dinamica.

La modernità ha prodotto spesso questo effetto: la “decostruzione” di ciò che esisteva è avvenuta senza che emergesse nulla di nuovo.  L’uomo è rimasto a mani vuote e la morte lo ha sorpreso nel bel mezzo di una esistenza banale (Heidegger).
Aggrapparsi alla nuova Messa e credere che accompagnerà la Chiesa per altri venti secoli come la vecchia (la nuova non è durata nemmeno un anno!), significa non aver capito assolutamente nulla.
Essa, o cambia o si evolve o si disintegra in un vuoto insignificante, perché il suo significato poggia proprio nella dinamica, nella sua evoluzione.
Traformare un momento dell’evoluzione in un oggetto di culto è semplicemente idiota. Potrebbe servire come pezzo da museo per mostrare quanto siamo ignoranti, come una Ford modello T da collezione, ma nessuno va al lavoro con una Ford modello T. 

Invece, la vecchia Messa significava qualcosa di compiuto, un culmine storico e perfino soprannaturale: “tutto è compiuto”. E su di essa si accumulava il patrimonio di una lunga tradizione di significati.
La Messa nuova rompe questa stabilità: “nulla è compiuto, tutto è ancora da fare”, e getta a mare tutti i significati accumulati nella tradizione, a favore di un unico significato: “ci mettiamo in movimento e questo è il primo passo”. E’ un passo, una “pasqua”.

Ci sono di quelli che gioiscono e cantano vittoria come in tutte le rivoluzioni, ma ci sono altri che, pur essendo rivoluzionari, sanno che si corrono enormi pericoli in questo salto nel vuoto di significato.  La sostituzione di un significato esistente, che bene o male richiama all’azione, con un significato che arriverà un giorno e di cui oggi si ha solo un movimento che, per mancanza di interiotizzazione, può svanire come i fuochi d’artificio.

I primi producono una fuga sfrenata in avanti che diventa sempre più urgente e vertiginosa nella ricerca della novità a tutti i livelli: nelle cose, nelle idee, nelle relazioni.
Fuga che può minacciare lo stesso progresso, nella misura in cui si perde una certa coerenza – almeno metodolica – tra le raffiche di progresso che solitamente arrivano fino al ridicolo (la Pachamama!!!). Questa è la Rivoluzione moderna.

I postmodernisti hanno cercato di far fronte a questo problema della disconnessione dello sforzo umano, delle azioni di avanguardie scollegate (pattuglie disperse), della follia di intentare tutto “di nuovo” e di recidere i legami col passato provocando azioni nevrotiche, distruttive, perfino imbecilli nel vero senso della parola. E a questo scopo hanno rilanciato il concetto di “tradizione” che – è bene precisarlo – non ha molto a che vedere con ciò che la Chiesa intendeva per tradizione, ed è a causa di questo fraintendimento che ci troviamo di frone a presunti tradizionalisti che sono solo dei modernisti moderati.

Ai postmoderni serviva la filosofia dell’ermeneutica – in particolare l’ermeneutica della continuità di Gadamer - che, semplificando, significa che tutta questa anarchia mentale, morale ed economica, necessita di un filo conduttore che renda un po’ più sopportabile la follia del cambio permanente.

Si può fermare questa follia di cambiamento con idee stabili, momenti culminanti, in mezzo al movimento? No! … si tratta solo di porre le regole del giuoco in questa corsa verso il futuro.
In altre parole, dicono: “non demoliamo tutto il passato finché non siamo certi che il nuovo, l’illusorio di oggi, si imponga attraverso comportamenti positivi e si stabilizzi nella storia”. “Ma non dobbiamo nemmeno impedire il perseguimento delle illusioni che sono il motore di questa storia”, e inoltre “non perdiamo del tutto il riferimento del significato tradizionale, che dà il significato trasgressivo alla reazione rivoluzionaria, che ci dice a cosa stiamo reagendo, così da non finire a girare nel vuoto”.

Insomma, lo stesso della modernità, ma con una certa prudenza, con un metodo, o meglio con una certa astuta cautela.
Mentre lascio andare il vecchio e assumo il nuovo, creo uno status quo per la dinamica.

Ci sono il “tradizionalista” e il “novatore”, entrambi necessarii, due momenti positivi – quantunque opposti – per una dialettica.
Ma in mezzo alla crisi vi è l’uomo comune – con i suoi interessi concreti – che vive il “processo” e si adatta al cambiamento, con un piede qui e l’altro là, tirato in direzioni diverse da entrambi i protagonisti della lotta, e nel contempo resistendo ad entrambe le spinte.
E quest’uomo è la chiave della questione, è la garanzia della continuità, perché la “verità” è “ciò che muove i comportamenti” (Gadamer), che produce azione.
I bruschi cambiamenti con violente variazioni di significato non riescono a produrre interiorizzazioni sufficienti a generare comportamenti che possano essere appropriati per il soggetto ed espressi con condotte più o meno stabili, e quindi non sono “verità”. 

Inoltre, questo personaggio, l’uomo comune, è l’unico che esiste “veramente”, perché è lui che agisce, che sopravvive in mezzo alla crisi.
I due protagonisti della crisi non possomo generare “verità” (condotta): il conservatore mummificato è immobilità, e il novatore, catapultato dai suoi sogni all’infinito, è una assurdità irrealizzabile e improduttiva.
Dalle reazioni di questo terzo personaggio (che rallenta, ma assicura la dinamica rivoluzionaria), da questa “dialettica con un senso di permanenza latente”, emergono le regole del giuoco, l’ermeneutica che permette di continuare l’esistenza senza totale sconnessione e che, con nostro grande dispiacere, è la sintesi momentanea.
Ma una sintesi che non si traduce di nuovo in ipotesi, ma in una metodologia, e in tal modo si ha la “permanenza” (Eureka!, finalmente qualcosa di permanente). Non si tratta di un’idea, ma di un modo per realizzare un’idea, filo conduttore di una dinamica meno violenta.

Le due forze di cui sopra, nel loro scontro, formeranno una sintesi che continua l’interazione tra poli opposti, ma nel mezzo si trovano questi terzi elementi che sostengono il giuoco come una sorta di “spazio” in cui il giuoco stesso si svolge, una dimensione socio-spaziale in cui il processo rivoluzionario si perpetua.

I movimenti della “nuova destra” di cui tanto si parla e che stanno guadagnando terreno in tutto il mondo sono proprio questo.

Queste idee tedesche portano sempre a presentare il protagonista come “il buon borghese d’azione”, concetto che muoverebbe il disprezzo sia di Nietzsche, sia di Maurrás, Baudelaire e Bloy, tutti cultori dell’essere eccezionale.

In definitiva il grande mangiatore di salsiccia e crauti sarebbe la “verità”.

In fondo, stiamo parlando dell’effetto di una mentalità economica.
E’ il capitalismo che implica la necessità perpetua di sostituire le cose con altre nuove e di provocare iperconsumo che assicura la iperproduzione, elementi che sono il motore dell’economia, quest’ultima essendo l’elemento produttore dello spirito: “frutto del lavoro dell’uomo”. Tutto molto bello!
Però nel frattempo le aziende devono rimanere a galla ed evitare il fallimento. Bisogna dare il tempo per smaltire le vecchie scorte per sostituirle con nuovi articoli, bisogna dare il tempo al mercato di adattarsi alla sostituzione e niente dovrebbe essere così nuovo da mettermi fuori giuoco da un giorno all’altro. 
Il “buon imprenditore” promuove il cambiamento, ma allo stesso tempo mantiene lo status quo quando questo cambiamento diventa rivoluzionario.
E il modo socio-psicologico per “guidare” la fuga precipitosa è quello di attribuire alle cose un certo valore significante-emotivo che ne impedisca l’immediato abbandono, e questi significati sono ciò che viene chiamato “tradizione” (è questa la tradizione di un Muller, di un Burke o di un Peretò).

Questa carica significante-emotiva permette di evitare di scartare tutto in una volta, anche se tecnologicamente obsoleto; è un motivo per preservarlo pur lasciandolo andare gradualmente. Allo stesso tempo, l’obiettivo è che il nuovo conservi parte di quel significato emotivo, in modo da poter essere riconosciuto come una continuazione, come una continuità, e non come una rottura completa.

Per questo motivo, la tradizione non è più un “traditum” oggettivo, ma piuttosto un significante-emotivo soggettivo (individuale o collettivo).

Guardiamo ai personaggi di questo processo “rivoluzionario” che si è introdotto nella Chiesa col Concilio Vaticano II (che, come diceva Monsignor Lefebvre, non era altro che la Rivoluzione Francese applicata alla Chiesa).

Noi siamo coloro che sostengono che Cristo è il Compimento, l’Alfa e l’Omega, il palo verticale della croce al quale dobbiamo legarci come Ulisse al canto delle sirene, l’unica e sola Novità permanente, la Buona Novella, lo “spazio fisso” su cui ci poniamo e riposiamo, mentre tutto intorno a noi si muove freneticamente.

Il cristiano originario sapeva che le cose donate all’umanità alla luce dello Spirito, specialmente la Redenzione, erano eterne e permanenti, già prodotte e compiute da Cristo in un “evento” storico e soprannaturale definitivo e consumante: la Sua Passione.
La Messa era il miracolo che assicurava che questo evento storico culminante non fosse mai passato, mai “vecchio”, ma fosse rinnovato, non solo come significante e come “tradizione”, ma anche come “evento”, un evento storico e soprannaturale che continua a dispiegarsi nella nostra storia.

Per Garadier non esiste verità oggettiva né trascendente, se ciò in cui credo mi spinge ad agire (immanentismo), si traduce in atti, allora per me ciò in cui credo è vero (la verità è ciò che muove), e quando mette in movimento una intera società e un’epoca, allora acquisisce la condizione di verità con la V maiuscola (qui non uso la parola verità con la v maiuscola perché sarebbe una blasfemia).

Il novatore rivoluzionario intende che la Redenzione non fu compiuta da Cristo, ma esemplificata da Cristo. Cristo l’ha compiuta in Sé stesso come uomo affinché noi potessimo vedere che possiamo fare lo stesso per noi stessi.
La Passione è stata la SUA opera, e quindi era vera in Lui. È stato l’atto iniziale di una dinamica che dobbiamo esprimere in una condotta nuova e personale che sarà la nostra verità, e che è nuova. È unica per ciascuno di noi e si relaziona alla storia che ognuno di noi vive.
Sembra che Cristo, nato uomo come tutti gli altri, diventi divino nel Suo esemplare dono di Sé per l’umanità, un dono che assume le forme che il momento storico richiede.
Allo stesso modo, dobbiamo cambiare, diventare nuovi, attraverso un dono agli altri secondo le esigenze delle nostre storie (ieri erano le forche romane; oggi possono essere i movimenti di liberazione marxisti o, in un contesto più capitalista, semplicemente il lavoro umano, la modificazione della materia e della realtà attraverso lo sforzo umano – Opus Dei).
Cristo non ha fatto tutto il lavoro; non ha compiuto nulla per la storia, ma solo per sé stesso. Attraverso di Lui ci ha dimostrato che è possibile, ma ora tocca a noi farlo, dentro di noi, da soli e nella nostra storia. Ogni tentativo vale la pena; ogni cambiamento è un tentativo.

E qui entra il terzo personaggio, quello della “continuità”, il borghese che chiede la rivoluzione a passo di elefante preservando nel contempo lo status quo, i suoi beni, la sua clientela. Questa è la figura dell’ermenuetica della continuità. Ricordate chi era?
Era un allievo (o almeno lo conosceva, lo ascoltava e lo leggeva) di Gadamer e utilizzava il concetto di Ermeneutica della Continuità nella teologia cattolica.

Il Concilio fu preparato da conservatori restauratori, perché si sentiva il bisogno di un riassetto spirituale di fronte alla modernità che stava distruggendo ogni legame. Bisognava rinnovare i suoni e i colori di una dottrina che si stava offuscando nelle anime a causa dello smog della filosofia moderna, come dovevano essere rinnovate le volte della Cappella Sistina oscurate dai gas di scarico.
Questi restauratori, poco prudenti e troppo sicuri di sé, non si resero conto di aver bisogno essi stessi di una previa restaurazione del loro spirito e, devitalizzati, furono sopraffatti, travolti dalla vitalità degli innovatori.

Da quel momento, il Concilio divenne un atto novatore, guidato da novatori di sinistra, da teorici del Nord staccati dagli interessi concreti, disposti a spazzare via tutto con mezzi chiaramente moderni e rivoluzionari.
Ma quando arrivò l’ora di realizzarlo, intervennero i fautori del linguaggio confuso della “continuità”, che imposero una metodologia di continuità; gli uomini d’affari conservatori, i buoni borghesi mangiatori di salsiccia che cercavano una rivoluzione al rallentatore. Evitando lo scontro con il vecchio cattolico, che trova qualche parola amichevole nei testi e, già stanco e sconfitto, non vuole essere sopraffatto dal rischio di indagare il significato di tanta ambiguità.
L’unico problema era il “fondamentalista”, che i postmodernisti incolperanno per non aver accettato né la sintesi né la “permanenza metodologica” sottostante nella loro cauta dialettica.

Il Concilio fu postmoderno. Era la borghesia che navigava tra due acque, tirata da entrambe le parti, ma che prendeva il largo con una formula che trasformava quella ambiguità metodologica nell’unica cosa permanente, a suo agio in tale ambito, cercando un progresso sistemico.

Il Novus Ordo non ha avuto questa gestazione. Una riforma portata avanti dai peggiori novatori, dai nemici dichiarati della religione, da protestanti e massoni. In una commissione nascosta e silenziosa, indisturbata, senza alcuna mescolanza di elementi borghesi, conservatori o fautori della “continuità”; questo Novus Ordo è un bastardo che rinnega ogni eredità e rivela la sua illegittimità fin dal primo approccio. Rinnega e capovolge tutto. Cerca di demolire senza confusione né garanzie.
Il Novus Ordo è moderno in ogni senso; è la demolizione del passato, è l’oblio totale, è un principio dinamico, un punto di partenza, non di arrivo. Non è venuto per restare; è venuto per risvegliarci e metterci sulla strada.
Le confusioni sulla sua “interpretazione alla luce della tradizione” sono irrilevanti, anche usando il concetto postmoderno di tradizione come significante-emotivo (che è più ombra che luce).
La nuova Messa è solo un minuto di attuazione a seguito della definitiva obsolescenza della precedente. In realtà, la demolizione del passato non è stata solo simbolica, ma veramente materiale: hanno demolito gli altari, hanno demolito la musica sacra, hanno demolito le scenografie, hanno demolito il linguaggio, e ancor più, l’essenza stessa del linguaggio! — per svuotarlo di ogni significato precedente.

L’“ermeneutica della continuità” può aversi col Concilio postmoderno, che si presta a questa interpretazione nella sua ambiguità, ma la nuova Messa non è ambigua; è veramente nuova.
Senza il Concilio, il Novus Ordo sarebbe stato concepito dalla vasta maggioranza conservatrice (ancora devitalizzata com’era) come una bestemmia nata da un giacobinismo inaccettabile, come un atto di rottura e demolizione, di decostruzione. Se sopravvive e sussiste nelle deboli volontà dei conservatori, è perché si aggrappa agli elementi rivoluzionari dei testi conciliari e sopravvive finché sopravvive il Concilio stesso, grazie ai suoi aspetti di tradizione emotiva.

Ma il Novus Ordo trae la sua vita dai suoi tradimenti più espliciti. Il biritualismo sostenuto dai conservatori nello stile di padre Olivera Ravasi è una flagrante contraddizione, insoste ibile se si tiene conto della sanità mentale e intellettuale.

Ci sono persone – sedicenti tradizionalisti, ex membri dell’Ecclesia Dei – che possono accettare il Concilio, ma non il Novus Ordo, e questo è comprensibile (anche se non giustificabile), perché il primo può essere frainteso, il secondo no.
È anche comprensibile che coloro che difendono l’“ermeneutica della continuità” difendano la continua esistenza del Vetus Ordo come un’áncora necessaria contro la caduta nel vuoto, perché senza di esso, il Novus è un viaggio verso il nulla, un filo a piombo verso l’abisso.
E sebbene noi vecchi cattolici (i terribili fondamentalisti) vorremmo recidere quel filo, i timidi rivoluzionari borghesi trovano difficile abbandonare l’illusione del progresso, e la sola parola “riforma” li eccita e li risveglia dal loro imbarazzo spirituale. Allo stesso tempo, fa loro comodo ricordare ciò che stanno abbandonando e rimanere emotivamente legati al passato, portandone qualcosa nel nuovo. Ma dal passato, solo le parti più remote. Le più remote possibili.
Al massimo i primi quattro secoli (Dio non voglia, San Tommaso d'Aquino!) e nulla della condanna del modernismo da parte di Pio X.
Come disse Tolkien, “Intendono adorare il granello di senape e abbattere l'albero”.
Calderón Bouchet – per illustrare con umorismo l’aspetto giudaizzante – li vide ritirarsi con tale entusiasmo che “di solito finiscono un po’ prima di Crist

Il biritualismo viene loro imposto; a loro piace quel polo di attrazione indefinito e illusorio unito alla tradizione (tradizione intesa come abbiamo detto prima), quella novità che spinge al cambiamento, che rivitalizza ciò che sta morendo dentro di loro, ma sempre accanto alla vecchia espressione.
A loro piace la vertigine, a loro piace essere protagonisti nel mezzo di un tiro alla fune tra Dio e l’uomo, a loro piace giuocare al Prometeo. O, anche ammesso che siano in buona fede, non riescono a lasciare che l’uomo moderno si smarrisca, ma vogliono accompagnarlo nelle sue illusioni, come Madre Teresa di Calcutta accompagnava gli infedeli alla morte; e mentre la filantropia della suora potrebbe essere vista in termini di carità cristiana, è impensabile applicare l’esempio a coloro che accompagnano gli uomini in un’avventura piuttosto idiota come la comoda vita borghese.

Il migliore stile gadameriano, il pontificato di Benedetto XVI (più postmoderno) ha rafforzato i legami tra tradizione e novità (molti credono che abbia rafforzato il Vetus, mentre in realtà il rafforzamento della Vecchia Messa serviva a proteggere la Nuova, che, senza riferimento a trasgressioni, mostrava già la sua obsolescenza quasi subito dopo la sua istituzione).

E sebbene i successivi Papi (più moderni) stiano recidendo violentemente i legami che col passato, proprio per questo motivo la novità sta già diventando stantia e perdendo la sua presa, la sua forza propulsiva, e sta emergendo l’effetto tipicamente moderno: niente nelle loro mani. Il vuoto.

Con Francesco e Leone, il Concilio sta perdendo la sua calcolata ambiguità, frutto di nient’altro che di una ermeneutica rivoluzionaria; rivelandosi nella sua cruda e devastante verità, ignorando completamente ciò che contraddice, ha reciso ogni possibilità di continuità. E se non si tenterà presto una nuova manovra, faranno naufragare la nave, rovineranno l’intera operazione.
Ed è proprio quello che stanno facendo, perché nei loro progetti intellettualmente fallimentari non sono riusciti a trovare di meglio dell’ecologia come tema centrale e della lotta LGBT come elemento trasgressivo. Due imbecillità.

Rimangono alcuni illusi che cercano di superare la tempesta affidandosi soltanto al Novus Ordo, quando, lasciato a se stesso e non soggetto alla tensione con la tradizione, esso crolla.
È già un vaso vuoto; non c’è niente di più goffo di una novità che non trasgredisce né fa progredire. Vogliono mantenere l’attenzione avanzando qualche pedina sulla scacchiera, come la Comunione in mano o i diaconi laici. Ma i buoni ratzingeriani lo sanno: senza la tradizione da contraddire, il gusto moderno per la novità si annoia e tenta le avventure più incredibili.
Anzi, sono ben disposti a incarnare la contraddizione, a riaccendere la tensione dentro di sé, come Prometei redivivi.

Utilizzando le categorie moderne della psicologia e della sociologia, possiamo affermare che la nuova Messa (la Messa di Paolo VI) è diventata obsoleta e non entusiasma più nessuno. Era prevedibile: quando l’uomo cerca di lasciare il segno con qualcosa di “nuovo”, di solito si finisce per creare qualcosa di effimero: il nuovo presto diventa vecchio.
In definitiva, sappiamo che l’unico che fa veramente cose “nuove” è Dio, che attraverso Suo Figlio “rinnova” ogni cosa. Non si limita a restaurarle, cosa che noi, semplici rattoppatori, spesso riusciamo a fare; Egli le rende veramente nuove: “Io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5), e non abbiamo bisogno di alcuna “continuità”, ma piuttosto di “nascere di nuovo” (Gv 3,7).

Eppure eccoci qui, come scimmie, a cercare di burlarci di Dio, sia con il moderno e distruttivo capriccio del satanismo, sia con la petulante imbecillità postmoderna dell’umanesimo.






ottobre 2026
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