Papa Leone XIV

e la luterana Confessione di Augusta



della Fraternità San Pio X



Pubblicato sul sito della Fraternità
 




Papa Leone XIV riceve una delegazione
della Federazione Luterana Mondiale
in Vaticano, il 1° ottobre 2026




Quattro anni prima del quinto centenario della Confessione di Augusta, testo fondante del luteranesimo, Leone XIV vuole fare un nuovo passo nel riavvicinamento con i protestanti.

Ma quale unità si può costruire su errori ai quali la Chiesa aveva già risposto ufficialmente nel 1530?

Il 1° ottobre 2026, ricevendo una delegazione della Federazione Luterana Mondiale, Papa Leone XIV ha espresso la speranza che il 500° anniversario della Confessione di Augusta, nel 2030, diventi una «profonda esperienza ecumenica», infondendo «nuova energia e nuova gioia» al cammino verso «la piena e visibile unità».

Il Papa ha innanzitutto manifestato la sua gioia per la maturazione delle relazioni tra luterani e cattolici negli ultimi decenni.
In particolare, ha presentato la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata ad Augusta nel 1999 dalla Chiesa cattolica e dalla Federazione Luterana Mondiale, come «un passo importante sul cammino ecumenico».

Ha inoltre menzionato il lavoro congiunto dedicato all’Eucaristia e al ministero della Chiesa; ed ha dichiarato: «Una rinnovata comunione nella fede apostolica, nei sacramenti e nei ministeri è l’obiettivo del nostro cammino ecumenico di grazia».



Ritorno al 1530

Il fulcro dell’intervento del Papa, tuttavia, riguardava la Confessio Augustana, presentata all’Imperatore Carlo V durante la Dieta di Augusta il 25 giugno 1530.

Redatta principalmente da Filippo Melantone e presentata a nome di diversi prìncipi e città impegnati nella Riforma, questo documento intendeva esporre le convinzioni dei seguaci di Lutero nella speranza di raggiungere un accordo religioso all’interno dell’Impero.

Leone XIV ha sottolineato questo contesto: «Quando la Confessio Augustana fu letta ad Augusta il 25 giugno 1530, l’unità della Chiesa occidentale era minacciata, ma non era ancora stata spezzata».

Richiamando un’affermazione di Giovanni Paolo II del 1980, il Papa ha sottolineato che gli autori del documento intendevano testimoniare la loro fede «nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».
Ha concluso affermando che «la Confessione di Augusta era originariamente concepita come un documento di riconciliazione all’interno della Chiesa» e che solo «in seguito» è stata intesa «come un testo confessionale divisivo».

Da qui la prospettiva proposta per l’anniversario del 2030: «Sarebbe opportuno riaffermare insieme il potenziale ecumenico preconfessionale della Confessio Augustana».

Questo orientamento corrisponde esattamente a quello della Federazione Luterana Mondiale. Il suo Presidente, il vescovo luterano danese Henrik Stubkjær, ha espresso la speranza che cattolici e luterani possano commemorare insieme il 500° anniversario il 25 giugno 2030 ad Augusta.
La Commissione Internazionale Luterano-Cattolica per l’Unità, giunta alla sesta fase di lavoro, sta già preparando una dichiarazione congiunta per l’occasione.



Un testo di riconciliazione, ma già una confessione dottrinale

Nel 1530, la Riforma protestante era ancora recente. Erano trascorsi solo tredici anni dalle 95 tesi di Lutero a Wittenberg e nove dalla sua scomunica da parte di Leone X.
Lo scisma si era già approfondito considerevolmente, ma le nuove denominazioni protestanti non si erano ancora definitivamente affermate nelle forme che avrebbero poi assunto.

Che la Confessione di Augusta del 1530 cercasse di evitare una rottura definitiva è storicamente corretto.
Il suo preambolo esprimeva il desiderio di ristabilire l’armonia religiosa, mentre diversi dei suoi articoli sostenevano le verità professate dalla Chiesa cattolica: la Trinità, l’Incarnazione, il peccato originale, la necessità del Battesimo, il Battesimo dei neonati e la Presenza Rale del Corpo e del Sangue di Cristo nell’Eucaristia.

La risposta cattolica redatta nello stesso anno, la Confutatio Pontificia, inoltre, non considerava il testo come un insieme completamente eretico.
I teologi incaricati da Carlo V avevano il compito specifico di approvare ciò che era conforme alla dottrina cattolica e di indicare ciò che se ne discostava.

Ma è proprio qui che risiede l’impossibilità di considerare la Confessione di Augusta come l’espressione di un patrimonio “pre-confessionale” condiviso: le divergenze dottrinali sono già sancite nel testo del 1530 e furono riconosciute come tali dalla Chiesa.

L’articolo IV afferma che le persone sono giustificate «gratuitamente mediante la fede in Cristo», quando credono che i loro peccati siano perdonati grazie a Lui.

L’articolo VI aggiunge che le buone opere devono certamente essere compiute, ma che non ci si deve basare su di esse «per meritare la giustificazione davanti a Dio».

In altre parole, la giustificazione viene qui attribuita alla sola fede, senza che le opere compiute sotto l’influenza della grazia abbiano alcun valore meritorio.
È su questo punto che la dottrina cattolica si differenzia dalla concezione luterana: la grazia è primaria e assolutamente necessaria, ma l’uomo, mosso da essa, coopera realmente alla propria salvezza, e le opere compiute in stato di grazia possiedono un autentico merito soprannaturale.

La Confutatio cattolica affrontò questa obiezione: pur approvando il rifiuto dell’errore pelagiano della salvezza ottenuta unicamente mediante le sole forze umane, essa sottolineò la necessità della cooperazione umana nell’opera della grazia.

La controversia, pertanto, non fu un malinteso sorto in seguito; essa toccava già uno dei punti centrali della dottrina luterana.



La Chiesa, la Messa e i Sacramenti

Altri punti di divergenza emergono nella Confessio.

L’articolo VII definisce la Chiesa come «l’assemblea dei santi in cui il Vangelo è correttamente insegnato e i sacramenti correttamente amministrati», aggiungendo che per «la vera unità della Chiesa» è sufficiente «concordare sull’insegnamento del Vangelo e sull’amministrazione dei sacramenti».

La dottrina cattolica, al contrario, insegna che l’unità visibile della Chiesa si fonda su tre vincoli inscindibili: l’unità della fede, l’unità del culto e dei sacramenti e l’unità del governo sotto l’autorità del successore di Pietro.
Quest’ultimo elemento scompare dal concetto di unità presentato dalla Confessione di Augusta.

La seconda parte del documento contraddice anche altri elementi della dottrina e della disciplina cattolica: richiede che la comunione sia distribuita sistematicamente ai laici in entrambe le specie eucaristiche, difende il matrimonio dei sacerdoti e critica i voti religiosi.

Soprattutto, l’articolo XXIV, dedicato alla Messa, va al cuore del disaccordo.
La Confessione di Augusta rifiuta la dottrina secondo cui il Sacrificio di Cristo avrebbe istituito la Messa come offerta «per i peccati quotidiani, veniali e mortali». Al contrario, invoca la Lettera agli Ebrei per affermare che «il Sacrificio di Cristo, una volta compiuto, ha espiato i peccati di tutti» e che «non c’è bisogno di alcun altro sacrificio per i peccati».

La Messa, pertanto, non è più riconosciuta come un vero Sacrificio propiziatorio offerto per i vivi e per i morti. La risposta cattolica del 1530 si oppose espressamente a questa dottrina e ribadì il carattere sacrificale della Messa.

Di fronte a questi errori riguardanti la giustificazione, i sacramenti, il Sacrificio della Messa e il sacerdozio, il Concilio di Trento, pochi anni dopo, riaffermò e definì solennemente la dottrina che la Chiesa già professava.

Pertanto, la Confessione di Augusta rappresenta un tentativo storico di riconciliazione, ma un tentativo formulato in un’epoca in cui dottrine incompatibili con la fede cattolica erano già professate e insegnate.



Dal 1530 al 1999

L’interpretazione proposta da Leone XIV, tuttavia, non inizia con il suo pontificato.

Giovanni Paolo II aveva già auspicato, nel 1980, un esame di ciò che la Confessione di Augusta potesse conservare in comune tra cattolici e luterani.
Il dialogo avviato dopo il Concilio Vaticano II culminò, soprattutto, il 31 ottobre 1999, con la firma ad Augusta della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione.

Questa dichiarazione afferma che ora esiste un «consenso tra cattolici e luterani sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione», tale per cui le condanne dottrinali del XVI secolo non si applicano più alle formulazioni esposte nel documento congiunto.

Leone XIV segue esplicitamente questa linea di ragionamento.
Lo stesso Francesco aveva dichiarato davanti alla Federazione Luterana Mondiale nel 2021 che l’ecumenismo non è «un esercizio di diplomazia ecclesiastica, ma un cammino di grazia».
Il 1° ottobre, il suo successore ha ribadito questa affermazione quasi alla lettera.
La prossima data obiettivo è ora il 2030.



Due concezioni di unità

Leone XIV ha invitato cattolici e luterani a tornare «alle nostre radici comuni, alla fede della Chiesa originaria e dei Padri della Chiesa», per riscoprire «l’eredità apostolica e pre-confessionale che ci unisce veramente come fratelli e sorelle in Cristo».

Un ritorno alla fede della Chiesa originaria e dei Padri non può essere autenticamente cattolico se porta ad accantonare gli sviluppi attraverso i quali la Tradizione, sotto la guida del Magistero, ha esposto il deposito della fede nel corso dei secoli.
Le definizioni emerse in risposta agli errori protestanti non hanno sostituito la fede dei Padri; piuttosto, ne hanno chiarito e difeso il contenuto quando è stato messo in discussione.

Nel 1928, nell’enciclica Mortalium animos, Pio XI condannò l’idea che l’unità della Chiesa dovesse ancora essere costruita tra diverse comunità cristiane separate.
Ribadì che la Chiesa fondata da Gesù Cristo rimane una, visibile, dotata dello stesso Magistero e dello stesso governo. E scrisse: «Non è lecito realizzare la riunificazione dei cristiani se non incoraggiando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo».

Due concezioni di unità che si contrappongono radicalmente. Una, conciliare, cerca di ricostruire l’unità a partire da ciò che rimane in comune, accantonando le verità che dividono; l’altra, cattolica, afferma che l’unità esiste già nella Chiesa fondata da Gesù Cristo, e che può essere riscoperta solo ritornando nella Chiesa Cattolica nell’integrità della fede.

La vera carità non consiste nel mantenere l’illusione dell’unità nonostante l’errore, ma nel condurre le anime all’unità nella verità.

 



ottobre 2026
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