LA CHIESA AL PASSO COI TEMPI 
(9/97)




Su La Stampa del 22 marzo 1997 (p. 16, La Chiesa non è mutuo soccorso), sono riportate alcune dichiarazioni del pro-Prefetto della Congregazione per il Clero, mons. Dario Castrillon Hoyos.
Non possiamo nascondere di aver notato con soddisfazione che molte considerazioni da noi esposte, anche in sede di consultazione per il Sinodo Diocesano di Torino, hanno trovato puntuale rispondenza nelle dichiarazioni di mons. Castrillon Hoyos; a dimostrazione del fatto che le nostre riflessioni non sono poi cosí "fuori tempo" o "fuori luogo", anzi!
Se le nostre osservazioni, a tratti la nostra ironia, spesso le nostre critiche, potrebbero considerarsi il frutto di un angolo di visuale specifico, a volte inevitabilmente segnato da elementi legati alla valenza personale; ben altro peso assumono le dichiarazioni rilasciate da un alto prelato, occupante formalmente un posto di grande responsabilità nella Curia romana.

Denunciare «l'incomprensione e l'ignoranza dell'autentica teologia dogmatica del sacerdozio ordinato» da parte di troppi preti, non è cosa di poco conto, e se lo afferma il pro-Prefetto della Congregazione per il Clero è certamente cosa di estrema gravità.
Come è estremamente grave affermare che c'è tra i preti una immagine falsa di sacerdote, alla quale «corrispondono stereotipi di preti laicizzati nel pensare, nel vestire e unidimensionali e appiattiti sul mero socio-assistenziale, utili solo a chi desidera un Cristo non nella veste di Salvatore, ma in una nicchia nel Pantheon dei filantropi e una Chiesa, società di mutuo soccorso, branca di una sorta di Croce Rossa Internazionale o di ONU».
Giuriamo di non aver mai inviato il nostro bollettino a mons. Castrillon Hoyos, quindi non è possibile che egli abbia attinto dalle nostre note!

Scherzi a parte; resta il fatto che perfino l'alto clero si è finalmente accorto della povertà intellettuale e morale in cui versano ormai tanti vignaioli del Signore, che da pastori di anime si sono lasciati trasformare in amministratori di corpi.
I nostri, dunque, ed anche quelli dei diversi gruppi tradizionalisti italiani e stranieri, non erano e non sono degli esagerati allarmismi; non erano e non sono delle preoccupazioni da "integralisti"; non erano e non sono delle richieste fuori dal tempo e dalla realtà quotidiana.
A questo punto, però, il problema si complica, poiché ad accuse cosí pesanti non ci risulta che corrispondano adeguate misure di correzione.
Intendiamoci, non ci riferiamo certo a chissà quali iniziative disciplinari (che in fondo molti alti prelati dovrebbero poi intraprendere contro loro stessi); né ci riferiamo all'utopico convincimento che trent'anni e piú di guasti possano essere riparati d'un sol colpo; né tampoco si deve pensare che potrebbe bastare una decretazione ufficiale della Curia romana, o magari di qualche Conferenza Episcopale o di tutte messe insieme.
Solo che non si intravedono neanche i segnali di una ferma volontà di rettificazione e, in fondo, il vero problema è proprio questo: se la gerarchia non ha potuto e saputo evitare che si giungesse a tanto, se, molte volte, è stata essa stessa la mallevadrice di tanti guasti, se in trent'anni i posti di responsabilità sono stati occupati da quelli stessi che erano i portatori dei germi della corruzione, chi avrà la forza, il coraggio e la capacità necessarie per intraprendere e portare a compimento un'impresa cosí ardua?

Si badi bene che noi non esprimiamo alcuna disperazione, né dimentichiamo l'azione di assistenza dello Spirito Santo e le promesse di Nostro Signore; ci limitiamo solo a sottolineare la vastità e la gravità dei problemi.
Purtroppo, nonostante sia ammirevole che una parte della gerarchia si renda conto della necessità di riportare alla normalità molte cose nella Chiesa post-conciliare, i danni causati dalla penetrazione del "fumo di Satana" (per dirla con Paolo VI) in seno al corpo di Santa Madre Chiesa sono davvero macroscopici: non tanto da impedire l'onnipotente azione dello Spirito Santo, ma tanto da disorientare le volontà umane piú ferme e piú determinate.
Una delle cose essenziali e basilari a cui si dovrebbe porre mano, con urgenza, è la riforma della mentalità, prima dei preti e dei Vescovi e poi dei fedeli. Ma una cosa del genere non è possibile farla se non intraprendendo un certosino lavoro di ricostituzione di gruppi scelti di religiosi e di laici che si dedichino con seria predisposizione e con totale dedizione al recupero della lettera e dello spirito della Tradizione.
Ora, dal momento che è impossibile supporre che i "deviati" possano divenire improvvisamente in grado di scegliere i migliori sulla via della rettificazione, occorrerebbe che la gerarchia si votasse ad un atto di grande umiltà, riconoscendo la necessità di incoraggiare, sostenere e proteggere i diversi gruppi di religiosi e di laici che sentono veramente il bisogno di un ritorno alla Tradizione, lasciando che sia lo Spirito Santo a decidere dei loro sforzi e dei risultati possibili. Un'azione del genere, evidentemente, non potrebbe essere svolta che in maniera tacita e con la massima riservatezza, sia per il bene della Chiesa, sia per il bene degli stessi gruppi, che dovrebbero imporsi la medesima disciplina, e sia per la riuscita dell'intrapresa.
Questa strada potrebbe certamente condurre alla formazione di piccoli àmbiti, entro i quali sarebbe possibile conseguire una forza interiore e una capacità di direzione tali da proiettare all'esterno, in maniera diretta o indiretta, delle poderose influenze capaci di modificare la mentalità corrente e dei preti e dei laici.
Si badi che non stiamo ipotizzando, in fondo, che una possibile realtà già altre volte sperimentata dalla Chiesa: si pensi al lavoro silenzioso e stupefacente condotto dai religiosi entro i chiostri e dai laici entro le scuole cattedrali, lavoro che diede corpo, in tempo di barbarie, alla nuova Cristianità.
Qualcuno dirà che erano altri tempi: tempi di evangelizzazione.
Rispondiamo che non siamo noi ad aver parlato di "nuova evangelizzazione", ma lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II.

CC


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