LA REALTÀ APPARENTE DELLA SOVVERSIONE

IL  PIANO  GIUDAICO-MASSONICO 
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Il mondo moderno tra miti e realtà





Un tema diffuso nella pubblicistica cattolico-tradizionalista è quello derivato dal convincimento che la vita pubblica del mondo sia mossa nascostamente dalle oscure macchinazioni "giudaico-massoniche".

Diciamo subito che il primo elemento che lascia perplessi è che un simile convincimento finisce col tradursi in un credito eccessivo nei confronti delle macchinazioni del demonio e in una sorta di sottovalutazione della forza della Fede; soprattutto ove si pensi che si tratterebbe di macchinazioni facili da smascherare.

Un'altra cosa molto strana e sospetta è che il convincimento del "piano giudaico-massonico di sovversione mondiale" sia entrato a far parte, volta per volta, del bagaglio propagandistico di certo supernazionalismo di tutte le marche: dal vecchio "progressismo" ottocentesco fino ai "fascismi" e ai "comunismi" di recente memoria; e cioè di tutte le ideologie antireligiose e anticristiane degli ultimi due secoli. 

Teniamo a precisare, comunque, che la problematica intorno alle idee, ai programmi e agli atti di quegli ambienti in cui si muovono disinvoltamente Ebrei ed ebraizzanti, supercapitalisti e massoni, è di quelle che non può non richiamare l'attenzione e la preoccupazione dei credenti; eppure tale problematica sembra che non sia stata approfondita a sufficienza, nonostante su di essa si siano scritte migliaia di pagine. In qualche modo ci si è limitati ad esaminarla  come "dal di fuori", percorrendo i meandri inestricabili degli effetti, talvolta anche solo di quelli apparenti, senza cercare di cogliere le cause vere del fenomeno. 

Il "problema ebraico" è qualcosa che nasce contemporaneamente alla predicazione di Cristo; è nei Vangeli che si pone, innanzi tutto, il nocciolo di questo problema: il Figlio di Dio si incarna nella stirpe di Davide, in seno al Popolo Eletto, e dalla stirpe di Davide viene crocifisso: venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto, dice San Giovanni (1, 11).
Che senso ha questo clamoroso atto di rifiuto della volontà di Dio da parte del Popolo Eletto?
San Paolo, ebreo ferrato nella conoscenza delle Scritture e dei commenti talmudici, ne dà una spiegazione (Romani, 11), ma la questione rimane aperta ancora oggi.
Certo, per un cristiano la non conversione degli Ebrei resta una colpa  grave (Giovanni, 15, 22-25), e non si capisce come ci possano essere di quelli che pensino che non debba essere cosí; e tuttavia la questione rimane molto complessa, cosí che è impossibile cercare di definirla in poche righe. Pensiamo però che sia utile soffermarsi su alcuni aspetti di essa, da molti misconosciuti o sottovalutati, con la speranza che possano concorrere ad una seria e attenta riflessione. 

La storia del popolo ebraico è un continuo alternarsi di sottomissioni e di rifiuti della volontà di Dio, e la cosa colpisce non poco trattandosi del Popolo Eletto; ma ciò che colpisce maggiormente è il fatto che il popolo ebraico, fra tutti quelli nomadi del suo tempo, è l'unico che non sia riuscito a trasformarsi in sedentario, neanche dopo la sostituzione della "Tenda" col Tempio di Gerusalemme; anzi, deportazione e diaspora sembrano essere gli elementi caratterizzanti di questo gruppo umano atipico del suo tempo.
La condizione di questo popolo: di "dispersione" in seno ai popoli vicini, sembra tuttavia una cosa del tutto coerente con la sua stessa costituzione, come rispondente al disegno divino di riconversione del mondo: gli Ebrei, sparsi in tutte le nazioni, sono stati come i semi sparsi da Dio in vista dei frutti della conversione. Questa particolare condizione, del resto, la si evince dalla stessa lettura dell'Antico Testamento, ma essa assume tutto il suo significato con l'Incarnazione e con la missione dei Dodici, inviati a battezzare tutte le genti nel Nome del Padre, del Figlio e della Spirito Santo.

Vero è che la storia del Popolo Eletto si presenta spesso con un esclusivismo che fa subito pensare all'isolazionismo piú rigido, ma se si ha cura di intendere questo esclusivismo solo in termini religiosi e in funzione della conservazione della sana dottrina, per la salvezza delle genti, si comprende meglio come l'apparente isolazionismo si potesse coniugare con la condizione di diaspora che permetteva agli Ebrei di convivere piú o meno tranquillamente entro gli àmbiti sociali e politici piú diversi.
Con l'avvento del Cristianesimo questa particolare funzione della diaspora ebraica diviene ben evidente, cosí che si può affermare che senza di essa non sarebbe stata possibile la diffusione del Vangelo. Un elemento degno di nota è dato dal fatto che l'estensore ufficiale della dottrina cristiana non è tanto uno dei Dodici, ma un esperto dell'insegnamento rabbinico: Saul, il difensore della Vecchia Legge, per volontà di Dio divenuto Paolo, il sostenitore e l'Apostolo della Nuova Legge, il Vangelo. I primi Cristiani erano Ebrei; la predicazione venne condotta lungo le direttrici degli insediamenti ebraici, da sinagoga in sinagoga, in seno ai popoli piú diversi; i convertiti ebrei furono migliaia (Atti, 2, 41; 6, 1 e 7); eppure il popolo ebraico volle la crocifissione del Cristo, del Messia di Dio; realizzando peraltro le sue stesse profezie, ancora una volta in perfetta aderenza col disegno divino.

È curioso il fatto che il Popolo Eletto finisca col concorrere alla realizzazione dei disegni divini sia quando segue la volontà di Dio, sia quando la rifiuta, e che ciò avvenga suo malgrado. Vi è in ciò un grande mistero, come dice San Paolo (Romani, 11, 25).
Questo aspetto misterioso del destino del popolo ebraico è quello su cui si innestano le piú strane combinazioni, bisogna quindi tenerlo sempre presente se si vuole cercare di leggere correttamente le vicissitudini di questo popolo nel corso degli ultimi duemila anni e le stranezze ad esse legate. 

Se il popolo ebraico ha svolto una particolarissima funzione in seno al vecchio mondo occidentale, tanto che si può affermare che la sua dispersione fosse del tutto funzionale all'avvento del Cristianesimo, non può sottovalutarsi il fatto che tale funzione dovesse fondarsi, dal punto di vista umano, su qualcosa di specifico e di unico, su un fattore intrinseco, tale da fare di questo popolo quello che è stato ed è; fattore che non potrebbe considerarsi come scomparso, dal momento che tale scomparsa dovrebbe corrispondere alla scomparsa dello stesso popolo ebraico, cosa che non è avvenuta. 
Molto verosimilmente il fattore di cui parliamo deve consistere, in linea generale, nella capacità intrinseca di far da veicolo, anche involontario, alle influenze soprannaturali, cosí da permetterne la diffusione in seno alle genti con cui questo popolo viene a contatto. 

Ci rendiamo conto che il nostro ragionamento possa dare àdito a delle supposizioni di tipo "razzistico", ma si tratterebbe proprio di supposizioni, del tutto infondate, in merito alle quali teniamo a precisare che ci stiamo riferendo a delle possibilità di ordine esclusivamente "qualitativo", con la tassativa esclusione di qualsivoglia implicazione etno-biologica. Se per esempio volessimo riferirci alla "qualità" intrinseca di Sant'Agostino e volessimo accostarla alla corrispondente "qualità" di San Bernardo, non staremmo certo parlando di "tipi" etno-biologici: in vista di quella "qualità" intrinseca, il fatto che Agostino fosse un africano e Bernardo un gallo-celta non conta proprio un bel niente. Si tratterebbe della individuazione del "tipo" del Cristiano, a fronte di che l'etno-biologia degli uomini in questione verrebbe come risolta e sublimata in una realtà di ben altro livello.
Sarebbe il caso che i sostenitori di concetti assurdi come quelli sul "semitismo", si rileggessero la Bibbia per accorgersi che il popolo ebraico è esistito solo in forza della volontà di Dio e della sottomissione ad essa, senza alcun supporto di ordine etnico (Esodo). La filiazione delle dodici tribú è essenzialmente spirituale e non necessariamente biologica (Romani, 9, 6-8).
Peraltro, in forza di questa antica concezione tradizionale, le preoccupazioni "razzistiche" di certa mentalità moderna sono rimaste sempre del tutto estranee alla Cristianità, e non ci appartengono, oggigiorno, se non per l'influenza nefasta che il mondo moderno finisce inevitabilmente con l'esercitare su tutti noi, sui nostri pensieri e sul nostro linguaggio, anche nostro malgrado. 

Tornando al fattore intrinseco di cui dicevamo prima, resta da chiedersi che ne è stato di esso dal momento in cui gli Ebrei hanno rifiutato la conversione e la salvezza offerta loro dal Figlio di Dio.
Per gli Ebrei divenuti Cristiani la questione è risolta con la "rinascita" cristiana, gli altri, invece, sono rimasti come "in sospeso", in attesa che si compia per loro quanto profetizzato da San Paolo (Romani, 11, 25-27).
Il rischio che hanno sempre corso gli Ebrei non convertiti nel corso degli ultimi due millenni è di vedere utilizzata questa loro potenzialità qualitativa da particolari influenze soprannaturali, quelle legate all'azione del demonio: rifiutato l'aiuto divino sopraggiunto col Cristianesimo, interrotto l'antico collegamento con quel che rimaneva della loro tradizione a causa della distruzione del Tempio e della perdita dei riti sacerdotali, era come se non godessero piú di alcuna protezione dall'alto, soprattutto rispetto alle influenze negative che, da quel momento, potevano utilizzare liberamente la loro potenzialità.
Il tentativo da loro operato di tenere fermi certi elementi religiosi, nonostante la perdita del sacerdozio levitico, e di mantenere quindi una certa coesione protettiva di gruppo, si giustifica perfettamente con questa eventualità: cosí che molti di loro hanno avuto, nel corso dei secoli, la possibilità di resistere alla tentazione di lasciarsi andare alle influenze nefaste. Non tutti, però, sono stati in grado di reggere interiormente e di mantenersi fedeli alla loro residua tradizione, cosí che si è verificato l'inevitabile. 

Quando ci si interroga, oggi, sul ruolo svolto dalla tollerante Cristianità nei confronti degli Ebrei non convertiti della nuova diaspora (e cioè dei tanto impropriamente famosi "perfidi giudei") e sulla tanto misconosciuta protezione che hanno goduto da parte della Chiesa, pochi sono coloro che tengono conto di quanto abbiamo appena detto. C'è da chiedersi che cosa sarebbe stato del mondo occidentale e degli stessi Ebrei, se nel corso del primo millennio la Chiesa li avesse abbandonati a loro stessi.
Sono troppi quelli che dimenticano che la Chiesa ha sempre "riparato" i piú deboli, e ha sempre trattato degnamente i piú forti, cosí che le sinagoghe sono sopravvissute fino ad oggi e quel poco che si poteva preservare si è preservato.
Ciò nonostante, nel corso di questi due millenni si sono verificate delle cose alquanto strane, soprattutto se si guarda agli ultimi cinque secoli.
Ci limiteremo a qualche veloce richiamo, data la sede e lo spazio: l'edificazione della Cristianità, fin quasi all'anno mille, vide gli Ebrei partecipare, direttamente o indirettamente, a quest'opera di restaurazione dell'Ordine, ma soprattutto non conobbe fenomeni di sovversione che in qualche modo potessero ricondursi al pensiero o all'azione dell'ebraismo. 

Quando la Cristianità incominciò a risentire di certe spinte sovvertitrici, si cominciò a notare la presenza di qualche "pensatore" ebreo, anche piú o meno cristianizzato. A guardare gli eventi che si produssero intorno al cosiddetto Rinascimento, fino alla Riforma, è indubbio che la presenza di personaggi ebrei abbia avuto una sua funzione. Se si guarda poi agli eventi che sono seguiti alla Riforma, fino ai giorni nostri, questa presenza assume connotazioni perfino inquietanti. Da notare la corrispondenza che c'è tra graduale sminuizione della Cristianità, insorgere di concezioni omocentriche, diffusione di concezioni irreligiose e atee, e crescente posizione eminente di personaggi ebrei. Questa corrispondenza è quella che ha permesso alla pubblicistica cattolico-tradizionalista, specie dell'Ottocento, di leggere gli eventi attraverso l'equazione ebreo = sovversione.
In realtà ciò che si può legittimamente considerare è che la diffusione di concezioni irreligiose e atee, e quindi anticristiane, si è avvalsa "anche" di personaggi ebrei; infatti nessuno può negare che  i pensatori, i cultori, i diffusori e i difensori di quelle stesse concezioni erano "anche" cristiani. Sostenere la responsabilità causale degli Ebrei equivarrebbe a sostenere l'incapacità di intendere e di volere dei cristiani, e quindi, al limite, l'inesistenza stessa del Cristianesimo: il che è assurdo.
Se ci soffermiamo a considerare gli ultimi due secoli, ci accorgiamo poi che la presenza di personaggi ebrei in tutti gli àmbiti piú inquietanti e in relazione alle concezioni piú pericolose è davvero sorprendente, sia quantitativamente sia qualitativamente, per cosí dire. Ma anche qui non si può far finta di niente di fronte alla parte attiva svolta dai cristiani, e non come semplici "esecutori di ordini", ma come ricercatori, studiosi, dirigenti, ecc.; cosa questa che sarebbe troppo semplicistico liquidare con la spiegazione del "piano di sovversione".
Per accennare velocemente a qualche esempio possiamo ricordare l'ateismo militante di Marx, o la gran maestria massonica dei Cohen e dei Nathan, o l'influenza mondialista esercitata dai Rothschild e dai Reinach, o le perniciose innovazioni culturali e scientifiche di Freud, Bergson, Proust, Levi-Strauss, Marcuse. Tutti ebrei. E potremmo continuare per centinaia di pagine.
Solo che dovremmo poi approntare interi libri per presentare gli elenchi di quei cristiani che si sono fatti ideatori, propugnatori, difensori e diffusori delle teorie e delle pratiche piú sovversive degli ultimi secoli.

Se un osservatore disincantato ponesse mano all'esame degli eventi succedutisi in Occidente negli ultimi mille anni, rileverebbe con la massima facilità un dato eclatante: tutti i mali che oggi lamentiamo, e che stanno invadendo in modo indiscriminato il mondo intero, sono nati in seno alla civiltà cristiana dell'Europa, ad opera di cristiani; e la diffusione di questi mali dall'Europa alle altre parti del mondo la si deve sempre a dei cristiani. Seguendo la logica in oggetto, se ne potrebbe benissimo dedurre che esista un "piano cristiano di sovversione mondiale"; e guarda caso è proprio quello che si pensa oggi in certe parti del mondo: ci sono di quelli che, imbevuti loro malgrado di spirito occidentale moderno, accusano il Cristianesimo di tutte le malefatte dell'Occidente, poiché ai loro occhi Cristianesimo e Occidente moderno sono una sola ed unica cosa.
Chi si preoccupa, in tutta buona fede, del destino della Chiesa e della Fede a fronte dei pericoli derivanti dal "piano giudaico-massonico di sovversione mondiale", farebbe bene a riflettere su quanto abbiamo appena detto. La superficialità che si può addebitare a quelli che parlano di "piano cristiano di sovversione mondiale", è del tutto paragonabile a quella di coloro che parlano di un ebraismo virulento e sovvertitore, quasi fosse la causa dei mali del mondo.
Ritornando a quello che possiamo chiamare il "nocciolo" del problema, ci sembra che sia molto difficile accusare gli Ebrei di "piani" o di "complotti", senza evitare di rivolgere la stessa accusa anche ai Cristiani. 

Ciò posto, resta da chiarire come mai ci si imbatta sempre in personaggi ebrei, soprattutto considerato che gli Ebrei sono sempre stati effettivamente una sparuta minoranza e che, fino a qualche secolo fa, sono stati sempre tenuti sotto controllo, se non altro per il semplice fatto che loro stessi ci tenevano a rimanere staccati dagli altri. Anche per una semplice questione aritmetica, appare ben strano che un ebreo non manchi mai, e piú è perniciosa l'iniziativa o l'idea, piú l'ebreo lo troviamo in prima linea. Decisamente la cosa deve avere una spiegazione ben piú complessa di quella del "piano giudaico-massonico".

Abbiamo parlato prima della "specificità" del popolo ebraico, e abbiamo accennato al fatto che gli stessi Ebrei hanno cercato di salvaguardare questa specificità, anche inconsciamente; ma è logico che tale tentativo non poteva sortire effetti automatici e generalizzati: molti Ebrei, nel corso dei secoli, si sono completamente allontanati dalla propria tradizione, anche di quel poco che era loro rimasto, e sono rimasti Ebrei solo dal punto di vista nominale. Cosí facendo, si sono privati di qualsiasi protezione contro le influenze nefaste, pur mantenendo in fieri quella potenzialità intrinseca di cui dicevamo prima. 
Allorché nel mondo occidentale tali nefaste influenze hanno incominciato a trovare spazio per produrre gli effetti piú sovvertitori, fra i primi ad essere investiti dal soffio del demonio vi sono stati anche gli Ebrei ormai staccati dalla propria residua tradizione. Cosí sollecitati, costoro sono diventati i veicoli ideali per la diffusione delle varie infezioni, e lo hanno fatto in maniera del tutto spontanea, in perfetta buona fede e ignoranza, senza alcun bisogno di pensare o strutturare "piani" di alcun tipo; anche perché il "vero piano" era già stato strutturato da "altri", e messo in atto da "altri", e non da adesso o da ieri: il Vangelo ne parla chiaramente, senza bisogno di dover ricorrere ai "perfidi giudei" o a qualcos'altro.
Gli Ebrei hanno sempre svolto la funzione "di veicolo", ed allorché questa funzione non viene diretta "dall'alto", nulla osta che essa venga diretta "dal basso", soprattutto ove quest'ultima manovra non trovi alcun ostacolo da parte degli interessati: com'è stato il caso in questi ultimi cinque secoli (Marx e Freud, che abbiamo citato prima, quasi non sapevano neanche cosa fosse una sinagoga). 

A questo punto è bene fare una precisazione, per non creare equivoci di sorta. Quando parliamo degli Ebrei ci riferiamo esclusivamente al popolo ebraico inteso nella sua generalità, cioè alla gente di Israele che a partire dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme ha vissuto dispersa in seno ai vari popoli europei e medio-orientali, mantenendo piú o meno la sua specificità. Non intendiamo riferirci, neanche indirettamente, ai fenomeni di "semitismo" e a quelli di "sionismo" sorti nell'ultimo secolo e mezzo, i quali riteniamo non possano rientrare in un discorso serio sul "problema ebraico".
Le vicende vissute dal popolo ebraico in quest'ultimo periodo appartengono alla categoria delle aberrazioni moderne, le quali hanno avuto per oggetto sia gli Ebrei sia tutti gli altri che in un qualche modo si sono trovati invisi alla mentalità onnipotente e prevaricatrice dei despoti del momento. Basterebbe citare, per esempio, lo sterminio degli Indiani d'America ad opera dei fanatici puritani anglosassoni, sedicenti cristiani; o la sistematica "normalizzazione" attuata dai sedicenti cristiani Inglesi e Olandesi in Oriente; o l'abominio delle guerre totali e indiscriminate condotte in nome della libertà e della democrazia col "sacrificio rituale" di milioni di morti. Vicende che appartengono anche all'ordine degli effetti generati da quelle stesse influenze nefaste di cui dicevamo prima; effetti che hanno anche prodotto una accelerazione nel processo di disgregazione della stessa entità ebraica. Basti citare l'esempio clamoroso degli Ebrei areligiosi e laici che hanno trovato utile sfruttare certi luoghi comuni della religiosità ebraica per dare vita ad uno stato identico a quello che avevano concorso a creare nei paesi europei negli ultimi secoli, uno stato senza Dio e senza religione, uno stato super-nazionalista moderno, con in vista la sottomissione di altra gente in nome del progresso e della democrazia. Senza contare la stranezza di un gruppo di gente che dopo duemila anni rivendica la proprietà di un territorio abitato nel frattempo da altri.
Strano mondo il nostro, dove ciò che per qualcuno è follia, per altri diventa saggezza. 

Ci rimane da fare un'ultima precisazione. In tutto il nostro discorso è a ragion veduta che non abbiamo fatto intervenire elementi di ordine teologico, perché riteniamo che questi elementi non possano e non debbano essere confusi con i convincimenti circa "i piani" di qualsivoglia tipo; sia che si tratti della "questione ebraica" sia che si tratti di qualunque altra. Quando si mettono insieme correttezza dottrinale e opinioni di singoli o di gruppi, si finisce sempre con l'incappare nella tentazione di "muovere guerra" al nemico in Nome di Dio, mentre di fatto si combatte per sé stessi.
Che gli Ebrei siano in grave errore perché hanno rifiutato la divinità del Cristo e ne hanno addirittura voluto la crocifissione, perché hanno combattuto e osteggiato da sempre la Sua Chiesa, perché hanno tradito l'Alleanza dei loro padri, è cosa innegabile; ma convincersi, per questo, che tutti i mali che ci capitano addosso, compresi quelli che ci siamo procurati da noi stessi, siano da addebitare alla stoltezza ebraica, è cosa che puzza di superstizione.
Che la carità cristiana imponga giustamente di provare a convertire gli Ebrei recalcitranti, è cosa sacrosanta; ma convincersi che "a priori" gli Ebrei non ancora convertiti siano già stati condannati alla Gheenna è cosa scorretta anche dal punto di vista dottrinale.
Un eminente cattolico, solitamente aduso ai richiami rigorosi, già nel 1300 ricordava: 

     Siate, Cristiani, a muovervi piú gravi:
     non siate come penna ad ogne vento,
     e non crediate che ogne acqua vi lavi.
    
     Se mala cupidigia altro vi grida,
     uomini siate, e non pecore matte,
     sí che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
     (DANTE, Paradiso, V, 73-81) 

Giovanni Servodio


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