Avete detto diaconesse?

di Don Patrick de La Rocque, FSSPX
(parroco di Saint-Nocolas-du-Chardonnet a Parigi)

9 giugno 2016



Pubblicato sul sito della Fraternità San Pio X in Francia: La Porte Latine

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Il 12 maggio scorso, mentre riceveva in udienza le circa novecento Superiore generali delle Congregazioni femminili  (si veda la foto sopra)
Papa Francesco si è detto favorevole all’apertura di un’inchiesta sullo statuto delle diaconesse nei primi secoli della Chiesa.
Egli ha inteso dare così soddisfazione alle rivendicazioni di queste religiose che chiedono sempre più posti nel governo della Chiesa
o anche la possibilità di pronunciare l’omelia durante la Messa.


Senza dubbio siamo al cospetto di una nuova spinta che mira a costituire delle diaconesse nella Chiesa cattolica, al pari di quello che oggi sono i diaconi permanenti.
Già al momento del tristemente celebre sinodo sulla famiglia, il canadese Mons. Durocher, vicino al Papa, propose un «processo che potrebbe aprire alle donne l’accesso al diaconato permanente». Segno che la battaglia è in atto, sono le dichiarazioni del cardinale Kasper riportate nel quotidiano italiano La Repubblica del 13 maggio, che facevano seguito a quelle del Papa: «Credo che adesso si aprirà un confronto feroce. Su questo tema la Chiesa è divisa in due».

Una terribile menzogna

Quando oggi si vedono delle ragazze servire Messa, quando si vedono le donne che provvedono alle letture durante la Messa o a distribuire la Comunione mentre il celebrante rimane seduto, quanto si sa che esse possono già pronunciare l’omelia nelle «liturgie della parola» distinte dalla «liturgia eucaristica», si può essere solo inquieti per questo nuovo passo di cui ha parlato Papa Francesco. Ma in questa sempre più grande protestatizzazione della Chiesa, la cosa più odiosa è lo pseudo appello alla Tradizione fatto a guisa di giustificazione: perché non istituire un diaconato femminile permanente visto che esisteva già nei primi secoli della Chiesa?

Prima ancora di soffermarci sulla natura di questa istituzione che non è sopravvissuta al primo millennio, sottolineiamo che essa non è stata trasmessa fino a noi, e non senza ragione come vedremo. Di conseguenza, la veduta di Papa Francesco attiene all’archeologismo (a) condannato da Pio XII e non alla Tradizione.

D’altronde, le diaconesse di allora sarebbero rimaste scandalizzate se qualcuno avesse proposto loro di servire all’altare o di distribuire la Comunione durante l’azione liturgica. Questo fu loro sempre espressamente vietato e intervenivano gravi ammonimenti ecclesiastici se una di loro si fosse avventurata anche solo a toccare un sacro lino come la palla (1).

E sarebbero ancora rimaste scandalizzate se si fosse detto loro che un giorno si sarebbe presa in considerazione l’idea che delle donne ancora sposate potessero diventare diaconesse. Esse infatti dovevano avere almeno sessant’anni per diventare diaconesse, dovevano essere vedove di un solo marito o vergini e in ogni caso vivere in perfetta continenza.

L’istituzione delle diaconesse nell’antichità

Chi erano allora queste diaconesse dei primi tempi della Chiesa?
Ne parla già San Paolo nella sua Lettera ai Romani: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa (he diakonos) della Chiesa di Cencre» (Rm. 16, 1-4). Ma a detta degli stessi moderni: «non si può dedurne che questo appellativo indichi la specifica funzione di “diacono”» (2).
In effetti, i termini diakonia, diakonos, ecc., assenti nell’Antico Testamento, ma frequenti nel Nuovo, hanno un primario significato generale che allora indicava il servizio, il servitore. In base a questo senso lato, essi si applicavano primariamente a Cristo, servitore di Dio, ma anche a tutti i cristiani.
Ora, diversi indizi lasciano pensare che è in questo senso lato che è stato impiegato il termine nei confronti di Febe. Non si può quindi usare questo testo per rivendicare un’istituzione apostolica al diaconato femminile, com’è il caso del diaconato maschile, che invece è chiaramente affermato in Atti 6, 1-6.

L’istituzione delle diaconesse lo si riscontra in Oriente nel II secolo e solo nel V in Occidente.

Il ruolo delle diaconesse

Per comprendere in cosa consistette questa istituzione, occorre immergersi nel contesto dell’epoca, dove la separazione degli uomini e delle donne era molto marcata, soprattutto in Oriente. Qui, ancora oggi, peraltro, gli uomini e le donne non si mischiano in chiesa e hanno porte separate per accedervi. E sorgerebbero degli inconvenienti a sbagliare l’accesso: ne hanno fatto le spese in Irak i nostri giovani volontari della parrocchia! [aa]

Questa separazione allora era tale che talvolta diventava complicato per il diacono l’esercizio del suo ministero in aiuto delle persone di sesso femminile. Lo stesso vescovo aggregava a sé delle donne come intermediarie, per esempio nella visita alle ammalate. Esse quindi si occupavano della cura dei poveri e dei malati del loro stesso sesso, assicuravano l’ordine e il silenzio nei ranghi femminili in chiesa, erano generalmente presenti agli incontri di una donna col vescovo, il sacerdote o il diacono. Concorrevano anche alla formazione particolare delle catecumene o si incaricavano delle constatazioni corporali indispensabili se una vergine veniva accusata di infedeltà al suo voto di castità.

Non avevano alcuna funzione liturgica, salvo quelle imposte dalla decenza. Infatti, allora i battesimi degli adulti erano i più numerosi e venivano fatti solo per immersione totale del corpo, come l’attinente unzione delle catecumene che non si faceva solo sulle spalle, ma su tutto il corpo; era quindi a queste diaconesse che si affidavano tali funzioni, sempre alla totale dipendenza del sacerdote o del vescovo. E mentre spettava alle diaconesse ungere l’intero corpo delle catecumene, questo veniva fatto solo dopo l’unzione propriamente sacerdotale fatta sulla testa dell’interessata. Ogni altra funzione era loro strettamente interdetta e in nessun caso potevano accostarsi all’altare durante le funzioni liturgiche.

E’ facile constatare da tutto questo come siamo ben lontani dalle rivendicazioni femministe che sono all’origine della proposta di Papa Francesco…

Le condizioni per divenire diaconessa

Se le diaconesse non sono di istituzione apostolica, nondimeno si sono applicate ad esse le norme stabilite da San Paolo (I Tim. 3, 11 e 5,9-11) per poter diventare membri della comunità delle «vedove»: i capi della Chiesa le sceglievano tra le vedove anziane di più di sessant’anni che erano state sposate solo una volta. Più tardi si aggiunsero le vergini che avevano consacrato la loro verginità, e va da sé che tutte erano tenute alla perfetta castità. Infatti, tutte dovevano aver fatto professione monastica, perché quelle che allora si chiamavano «vedove» erano semplicemente delle religiose.

L’anzianità era importante, secondo la raccomandazione di San Paolo in I Tim. 5, 11-13:
«Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene.»

Tuttavia, c’erano delle eccezioni e il V secolo ci mostra che l’età minima era stata abbassata a quarant’anni (3). Ma allora esse dovevano risiedere in un monastero, almeno fino a cinquant’anni, «affinché esercitassero il loro ministero solo al riparo dagli uomini e non fossero esposte ai pericoli di una vita troppo libera.» (4).

L’ordinazione delle diaconesse

Al pari delle religiose odierne, allora alle diaconesse venivano assegnate queste funzioni con una consacrazione presieduta dal vescovo. Le Costituzioni Apostoliche risalenti al IV secolo ne riportano il rito (5).

Si trattava di una certa partecipazione al potere dell’Ordine com’è il caso del diacono?
Nient’affatto! Sant’Epifanio, che riporta molti degli elementi relativi alle diaconesse, è chiaro:
«Se nel Nuovo Testamento le donne fossero state chiamate ad esercitare il sacerdozio o ad assumere un altro ministero canonico, prima di tutto la funzione sacerdotale avrebbe dovuto essere affidata a Maria. Ma Dio ha disposto diversamente, non affidandole neanche il potere di battezzare. Quanto all’ordine delle diaconesse, se esiste in seno alla Chiesa, non lo è per svolgere la funzione del sacerdozio o di qualche altro ministero simile. Le diaconesse sono destinate a salvaguardare la decenza che si impone nei confronti del sesso femminile, sia prestando il loro aiuto nell’amministrazione del battesimo, sia esaminando le donne che soffrivano di qualche infermità o erano state oggetto di qualche violenza, sia intervenendo ogni qualvolta fosse necessario scoprire il corpo di altre donne, affinché tali nudità non fossero esposte agli sguardi degli uomini che compiono le sacre cerimonie e non fossero viste dagli stessi diaconi.» (6).

L’estinzione delle diaconesse

Come dicevamo inizialmente, l’ordine delle diaconesse è totalmente sparito, per così dire, alla fine del primo millennio, ed ha conosciuto la sua «età d’oro» dal III al V secolo. In Occidente sono sparite nel VI secolo, con l’evoluzione del rito battesimale latino che da un lato abbandonò l’immersione totale del battezzato a favore del rito d’effusione, in vigore ancora oggi, e dall’altro riguardava sempre meno gli adulti. La stessa evoluzione c’è stata nella Chiesa d’Oriente, quantunque più lentamente.
Il titolo di diaconesse divenne quindi una semplice distinzione onorifica, molto spesso usurpata dalle stesse Superiore religiose…

Conclusione

Come si può vedere, l’antica istituzione delle diaconesse non ha alcunché a che vedere con una partecipazione delle donne al primo grado del potere dell’Ordine: il diaconato. Si è trattato invece di una consacrazione religiosa votata alla vita attiva, da cui l’uso del termine diakonos per designarla, per il suo significato che rinvia infatti alla nozione di servizio e dunque di servitore. All’epoca in cui la verginità consacrata si viveva unicamente sottoforma di vita contemplativa, le diaconesse si distinguevano dalle vergini consacrate per la loro vocazione attiva.

D’altronde, fu proprio questo titolo di diaconesse che molto più tardi venne ripreso dai protestanti per istituire delle vocazioni attive, essi che prima avevano denigrato tanto la vita consacrata e i voti religiosi. Si trattò allora di semplici associazioni caritatevoli, come il gruppo ospedaliero nel XIII distretto di Parigi, in cui le donne, assumendo l’impegno della verginità per il tempo dell’esercizio della funzione di diaconesse, si mettevano al servizio dei malati, dei poveri o dell’insegnamento popolare. In una parola, questi protestanti avevano una visione molto più corretta di ciò che furono le diaconesse dei primi tempi, rispetto alle attuali donne che avanzano rivendicazioni e sono impregnate di femminismo.

A queste donne, religiose o no, che oggi si appellano a San Paolo e alla diaconessa Febe per reclamare un diaconato permanente femminile, ricordiamo solamente  quest’altro insegnamento di San Paolo, per invitarle alla vera fedeltà all’insegnamento apostolico:
«Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. […] Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è comando del Signore; se qualcuno non lo riconosce, neppure lui è riconosciuto. […] Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine.» (I Cor. 14, 34-40).


NOTE

a - Cos’è l’“archeologismo”? Nell’enciclica Mediator Dei, Papa Pio XII metteva in guardia i cattolici contro l’errore chiamato “archeologismo” o desiderio imprudente ed eccessivo del ritorno a pratiche, espressioni o costumi dell’Antichità della Chiesa, ignorando il legittimo progresso dei secoli e l’esperienza multisecolare della Chiesa.
Ecco un passo di questo documento sempre attuale:
«Come, difatti, nessun cattolico di senso può rifiutare le formulazioni della dottrina cristiana composte e decretate con grande vantaggio in epoca più recente dalla Chiesa, ispirata e retta dallo Spirito Santo, per ritornare alle antiche formule dei primi Concili, o può ripudiare le leggi vigenti per ritornare alle prescrizioni delle antiche fonti del Diritto Canonico, così, quando si tratta della sacra Liturgia, non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per le mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l’eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall’illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del «deposito della fede» affidatole dal suo Divino Fondatore, a buon diritto condannò [Pio VI, Costituzione Auctorem fidei, 28 agosto 1794].»

1 - Decretale di Papa Soter
2 – Commissione Teologica Internazionale, Diaconato, evoluzione e prospettive, 2003, cap. 2, § 4.
aa - Da parte nostra, ricordiamo che fino a pochissimi anni fa, soprattutto nelle nostre chiese di campagna, era usuale che le donne e gli uomini sedessero in chiesa su banchi separati, in genere sui banchi di sinistra le donne e su quelli di destra gli uomini. - NdT.
3 - Concilio di Calcedonia (451), can. 15.
4 - Novelles, VI, 6, Corpus juris civilis
5 - Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20.
6 – Sant’Epifanio, Hær., 79, 3.







giugno 2016

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