Il dopo «Traditionis custodes»


di
Don Jean-Michel Gleize, FSSPX


Pubblicato sul Courrier de Rome n° 653, maggio 2022

Ripreso dal sito francese della Fraternità San Pio X
La Porte Latine


Don Jean-Michel Gleize è professore di apologetica, ecclesiologia e dogma nel seminario San Pio X di Ecône. E’ il principale redattore del Courrier de Rome. Ha partecipato ai colloqui dottrinali fra Roma e la Fraternità dal 2009 al 2011.



       

Il carisma degli Istituti Ecclesia Dei garantisce loro la celebrazione secondo il Messale del 1962?

1. Il motu proprio di Papa Francesco, Traditionis custodes, compie un anno. Esso fu seguito dalle famose Responsa del 4 dicembre 2021 destinate a chiarire il senso e la portata dello stesso motu proprio; esse furono pubblicate il 18 dicembre 2021 dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sotto la responsabilità di Mons. Arthur Roche.
In un’intervista del 22 dicembre 2021 rilasciata al giornalista Edward Pentin (1), Mons. Roche ha dichiarato che queste Responsa «costituiscono una interpretazione autorevole della maniera in cui questa legge [il motu proprio] deve essere applicata».

Precisazioni e confusione su Traditionis custodes

2. Due punti dovrebbero essere considerati come acquisiti, per quel che riguarda l’ambito Ecclesia Dei, e cioè per la Fraternità San Pietro, la Fraternità San Vincenzo Ferreri e l’Istituto del Buon Pastore.
Il primo punto, secondo quanto affermato da Mons. Roche: «In Traditionis custodes è chiaro che la celebrazione della Messa utilizzando il Missale Romanum del 1962 è a titolo di concessione e quindi non si tratta di una disposizione sulla liturgia della Chiesa come previsto dal concilio Vaticano II»
Il secondo punto: «E’ stato stabilito il principio che le ordinazioni nella Chiesa latina sono conferite secondo il rito approvato dalla costituzione apostolica del 1968 [i nuovi riti pubblicati dal Papa Paolo VI]».
Come è stato fatto osservare molto giustamente sul sito della Casa Generalizia della Fraternità San Pio X, l’esigenza di Roma su questi due punti sembra programmare la sparizione, a termine, dell’uso dei libri liturgici del 1962; facendo così perdere agli Istituti Ecclesia Dei la principale delle loro ragion d’essere: il mantenimento del detto uso.
«La sparizione è considerata sia in maniera diretta, con le importanti limitazioni nell’uso permesso dal motu proprio di Papa Benedetto XVI, Summorum Pontificum; sia in maniera indiretta, sopprimendo l’uso del rituale e del Pontificale: come ha spiegato Mons. Arthur Roche a Edward Pentin. In particolare questo significa che il sacramento della Cresima dovrà essere conferito secondo il rito riformato e che le ordinazioni dovranno essere conferite secondo il nuovo Pontificale. Questo punto riguarda anche gli Istituti Ecclesia Dei che cercano di ripararsi dietro il loro diritto di rimanere indenni da queste trasformazioni» (2).

3. Queste nuove direttive date dal Papa col motu proprio, con tutti i chiarimenti dati su di esse dalla Congregazione per il Culto Divino, potevano far temere, almeno in un primo tempo, un fosco avvenire per gli istituti Ecclesia Dei. I Superiori responsabili di questi Istituti ne furono scossi, arrivando a inviare una lettera congiunta ai vescovi di Francia il 31 agosto 2021, per perorare la loro causa e ottenere il mantenimento dello status quo liturgico (3). La lettera rimase apparentemente senza effetto da parte di Roma, poiché non impediva a un Mons. Roche di mantenere fermamente le restrizioni volute dal Papa.

4. Ma ecco che in seguito ad un’udienza privata concessa il 4 febbraio da Papa Francesco a due membri eminenti della Fraternità San Pietro – Don Benoît Paul-Joseph, Superiore del Distretto di Francia, e Don Vincent Ribeton, Rettore del seminario San Pietro di Wigratzbad – le cose presero un’altra piega: con un decreto dell’11 febbraio seguente, il Papa ha concesso alla Fraternità San Pietro l’autorizzazione a celebrare la Messa e i sacramenti con i libri liturgici del 1962.
Come ha fatto notare ancora giustamente uno dei siti della Fraternità San Pio X, «questo decreto accorda un’esenzione particolare alla Fraternità San Pietro dalle disposizioni del motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021 (4).
La Congregazione per il Culto Divino interverrà di nuovo per dare nuove Responsa spiegando il senso, la portata ed eventualmente i limiti di quest’ultima concessione?
In ogni caso, sarà benvenuta una nuova intervista di Mons. Roche, per chiarire questa iniziativa del Papa e per indicare il fondamento di una simile concessione che per il momento favorisce uno solo dei diversi Istituti Ecclesia Dei.


Gli espedienti di Padre de Blignières

5. La posta in giuoco di questa spiegazione è davvero alta; non è sfuggita agli altri potenziali beneficiari della detta concessione, candidati all’esenzione. Così, nel marzo successivo alla pubblicazione del decreto, la rivista della Fraternità San Vincenzo Ferreri, Sedes sapientiae, ha pubblicato due articoli di Padre Louis-Marie de Blignières (5), chiaramente collegati alle dichiarazioni di Mons. Roche.

6. Benché scritto prima della decisione papale dell’11 febbraio, che beneficiava la Fraternità San Pietro, il primo di questi due articoli indica quale dovrebbe essere la ragione profonda che giustificherebbe l’esenzione concessa dal Sommo Pontefice. Questa ragione consiste in due punti: da un lato gli Istituti religiosi o di vita consacrata possiedono in diritto proprio che la gerarchia della Chiesa deve rispettare; dall’altro lato la celebrazione della liturgia (Messa e sacramenti) secondo i libri liturgici del 1962 è un diritto proprio degli Istituti Ecclesia Dei. Su questa base, le precisazioni date dei Responsa nel mese di dicembre dovrebbero rimanere inoperanti per questi Istituti. D’altronde, è questo che ha confermato il decreto dell’11 febbraio, per ora a vantaggio della sola Fraternità San Pietro. Il diritto dei religiosi è dunque salvo e con esso la legalità alla quale tengono tanto, fin dalla loro origine, le comunità che intendono beneficiare delle decisioni prese a loro favore da Giovanni Paolo II col motu proprio Ecclesia Dei adflicta del 2 luglio 1988.
Ma per salvare la legalità, i responsabili degli Istituti Ecclesia Dei hanno dovuto consentire, dall’inizio fino ad oggi, a riconoscere l’intera legittimità del nuovo Messale di Paolo VI e quindi accettare che l’uso del Messale tridentino beneficia nella Chiesa solo di uno status di concessione particolare o – per riprendere l’espressione utilizzata da Benedetto XVI nel motu proprio Summorum Pontificum – il rango di “forma straordinaria”. L’uso del Messale tridentino è solo oggetto di una facoltà, legata ad un diritto proprio, riservata ad alcuni rari Istituti nella Chiesa; e il decreto dell’11 febbraio non ha fatto altro che trarne le conseguenze. Infatti, questo documento precisa che «Di tale facoltà essi potranno usare nelle chiese e negli oratori propri; ovunque altrove essi ne useranno solo con il consenso dell’Ordinario del luogo, ad eccezione della Messa privata». E aggiunge: «Fermo restando quanto sopra, il Santo Padre suggerisce che, nella misura del possibile, sia preso in adeguato conto quanto stabilito nella lettera apostolica motu proprio data Traditionis Custodes»..

7. Il secondo dei due articoli di Padre de Blignières è una risposta ad uno studio del Padre Henry Donneaud, OP (6). Questi dimostra che da un motu proprio all’altro, cioè da Benedetto XVI a Francesco, i principii che fondano le decisioni disciplinari restano gli stessi, anche se apparentemente queste decisioni sembrano contraddirsi. La contraddizione non ha luogo perché le decisioni cambiano solo per adattarsi alle circostanze. Infatti, il principio fondamentale che serve loro come regola è enunciato ugualmente da Benedetto XVI e da Francesco. Per entrambi non vi sono due riti, quello di San Pio X e quello di Paolo VI, ma vi è un solo rito romano che trova espressione in due Messali, quello detto di San Pio V e quello di Paolo VI.
Di queste due espressioni, quella del Messale di Paolo VI è “ordinaria”, nel senso che possiede il valore di una legge comune obbligante come tale tutti coloro che nella Chiesa universale celebrano il rito romano; mentre l’altra, quella del Messale di San Pio V, ha solo il valore di un permesso (come precisa l’articolo 2 del Summorum Pontificum) il cui uso è autorizzato come un’eccezione alla legge comune, secondo precise condizioni e in ragione di circostanze particolari. La differenza tra i due motu proprio risiede nel fatto che mentre quello del 2007 concede questo uso in “forma straordinaria”, quello del 2021 lo restringe. Ma né l’uno né l’altro lo sopprimono. E se il secondo restringe quello che il primo aveva elargito, questo si spiega perché lo esige la salvaguardia della legge comune della Chiesa, cioè l’espressione “ordinaria” del rito romano, la quale ha sempre la priorità su tutti i permessi legati alle circostanze. In effetti, è chiaro che una volta riconosciuto che l’uso del Messale detto di San Pio V è oggetto di un semplice permesso, quest’uso deve essere misurato in base alle esigenze del bene comune di tutta la Chiesa.


Pluralità di riti e dualità di Messali

8. Insistiamo su questo punto che, evidentemente, non è stato sufficientemente illustrato dal Padre de Blignières. Questa continuità nel trattamento inflitto da Papa Benedetto XVI e da Papa Francesco alla Messa tradizionale si spiega fondamentalmente perché le espressioni liturgiche del Messale detto di San Pio V e del Messale di Paolo VI non sono state chiaramente definite da Benedetto XVI nell’articolo 1 del suo motu proprio del 2007 come due riti: cioè il rito romano, corrispondente al Messale di Paolo VI, e il rito tridentino, corrispondente al Messale detto di San Pio V; ma sono stati definiti come due messe in opera o due usi di un solo rito romano, «duo usus unici ritus romani».
Certo, la Chiesa cattolica ammette una certa diversità di riti, come per esempio quando a fianco del rito romano esistono il rito domenicano o il rito ambrosiano; ma si tratta precisamente di una diversità di riti e non di una diversità di Messali che esprimono in maniera diversa lo stesso rito.
Questo punto è assolutamente capitale e Padre Henry Donneaud si preoccupa di sottolinearlo nella nota 19 del suo articolo, dopo aver ricordato il principio dottrinale enunciato da San Pio V, secondo il quale l’uso del Messale tipico è obbligatorio per tutti nella celebrazione del rito romano: «Il principio enunciato da Pio V non esige che tutti nella Chiesa latina usino il rito romano, ma che tutti quelli che celebrano secondo il rito romano (e non secondo un altro rito, anche derivato dal rito romano come il lionese o il domenicano, che hanno ciascuno il proprio Messale) usino un unico Messale, che è il Messale romano allora approvato come tale dalla Sede apostolica. Anche se questo sarebbe teoricamente possibile è difficile immaginare che il Messale di Pio V divenga l’espressione ordinaria di un rito diverso dal romano, nel quadro di una Chiesa o comunità rituale propria».

9. La situazione creata dopo la riforma liturgica del 1969, con i diversi indulti concessi all’uso del Messale detto di San Pio V, che hanno trovato uno dei loro compimenti possibili nel motu proprio Summorum Pontificum, è dunque assolutamente inedita. Essa non corrisponde affatto a ciò che sarebbe una pluralità di riti; essa corrisponde ad una dualità di Messali in seno allo stesso rito. Ed è precisamente in questo che questa situazione fa dell’uso del Messale detto di San Pio V un uso “straordinario”, nel senso che si tratta di un uso che non appartiene all’«identità duratura» del rito romano.
Questo non contraddice affatto un altro principio secondo il quale nella Chiesa l’uso dei Messali conformi ai riti diversi dal rito romano appartiene all’identità duratura di questi riti, e costituiscono una loro specificità propria e particolare, legittimata dall’autorità come qualcosa di ordinario.
Con le decisioni di Benedetto XVI, a cui fanno eco quelle di Francesco, ci troviamo semplicemente in una situazione formalmente diversa, una situazione da regime di tolleranza, motivata, agli occhi dell’autorità, da delle ragioni pastorali legate alle circostanze del dopo Vaticano II.
Padre Donneaud precisa ancora questo punto, a pagina 41 del suo articolo: «Presentando il Messale di Pio V come espressione straordinaria del rito romano, Benedetto XVI non diceva altro che questo: l’uso del Messale di Pio V, sebbene  non esprima l’ordine essenziale, la realizzazione normale del rito romano, merita tuttavia di essere dichiarato lecito, e largamente incoraggiato, per quanto lo permette, nelle circostanze presenti ed eccezionali legate alla ricezione del concilio Vaticano II, per riportare o trattenere un certo numero di fedeli nella piena comunione ecclesiale e contemporaneamente per arricchire l’espressione normale del rito romano, in particolare con un senso accentuato della sacralità. Evidentemente, su questa determinazione ha pesato un’evidente preoccupazione pastorale. Senza mettere in alcun modo in discussione il fatto che il concilio Vaticano II ordinò una riforma e un adeguamento del rito romano, e che il Messale di Paolo VI, frutto ufficiale di questa riforma, divenne l’espressione normale e ordinaria del Rito Romano così riformato, Benedetto XVI, prendendo atto delle difficoltà incontrate nella riforma liturgica e soprattutto delle sofferenze causate a molti fedeli, ha generosamente esteso la facoltà di utilizzare il Messale tridentino come espressione straordinaria del rito romano. Questo unico rito romano, riformato e adattato, è espresso in maniera normale e ordinaria nel Messale di Paolo VI, ma sia la prudenza sia la sollecitudine pastorale giustificano che la sua espressione straordinaria sia resa lecita in un generoso quadro giuridico».

10. A questo riguardo, il motu proprio di Benedetto XVI del 2007, fu solo una applicazione prudenziale del motu proprio pubblicato da Giovanni Paolo II nel 1988, all’indomani delle consacrazioni di Ecône. Infatti, il n° 5 del motu proprio Ecclesia Dei adflicta diceva: «A tutti questi fedeli cattolici, che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina, desidero manifestare anche la mia volontà - alla quale chiedo che si associno quelle dei Vescovi e di tutti coloro che svolgono nella Chiesa il ministero pastorale - di facilitare la loro comunione ecclesiale, mediante le misure necessarie per garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni».
La creazione, da parte di Benedetto XVI, dello status canonico di una «forma straordinaria» rappresenta una di queste misure, motivata dallo stesso scopo: «facilitare la comunione ecclesiale», e cioè neutralizzare lo scisma che, secondo le autorità romane, Mons. Lefebvre avrebbe provocato consacrando quattro vescovi il 30 giugno 1988.
Lungi dal corrispondere ad una pluralità di riti, che è cosa normale e ordinaria nella Chiesa, la possibilità di celebrare ancora con i libri liturgici in vigore fino alla riforma di Paolo VI corrisponde ad una misura d’urgenza dettata dalle circostanze. D’altronde, Benedetto XVI lo sottolinea in una dichiarazione che Mons. Roche si è preoccupato di ricordare: «Ricorderete ciò che Papa Benedetto XVI ha detto alla stampa durante il suo viaggio in Francia nel 2008: “Questo motu proprio (parlava del Summorum Pontificum che era stato pubblicato da poco) è semplicemente un atto di tolleranza, con uno scopo pastorale, nei confronti delle persone che sono cresciute con questa liturgia, che l’amano, la conoscono bene e vogliono vivere con questa liturgia. Esse costituiscono un piccolo gruppo, poiché questo presuppone una formazione al latino, una formazione ad una certa cultura”. Sfortunatamente, molti hanno approfittato dell’occasione per prendere una direzione inversa» (7).

11. Si comprende dunque perché Padre Henry Donneaud spiega e giustifica l’apparente inversione provocata da Francesco in Traditionis custodes, facendo appello al principio assolutamente fondamentale dell’unità del rito romano della Chiesa. Noi diciamo meglio: dell’unità del rito. Poiché fin dall’inizio, cioè nel principio stesso enunciato da Benedetto XVI nel Summorum Pontificum, la dualità dei Messali si giustifica solo nella misura in cui è destinata a «facilitare la comunione ecclesiale» e ad assicurare l’unità della liturgia. L’uso del Messale tridentino è una tolleranza, allo scopo di rendere più facile l’accettazione del Messale di Paolo VI. Dal momento che questa tolleranza, lungi dal raggiungere il suo scopo, ha reso più difficile questa adesione di tutti al Messale di Paolo VI, si rese necessario rivederne l’applicazione, tenuto conto delle nuove circostanze. Tutto combacia, infatti, e qui non si può biasimare la Santa Sede per mancanza di coerenza.

12. Questo, il Padre de Blignières non lo vede. La sua risposta al Padre Donneaud sfiora la questione. Noi potremmo già osservare che, non avendo stabilito con chiarezza la distinzione tra le decisioni disciplinari e il principio su cui si fondano, Padre de Blignières non arriva a contestare in modo efficace e credibile, ai punti I, II e III della risposta che indirizza a Padre Donnaud, il fatto della continuità che unisce i due motu proprio. Ma c’è di peggio. Tutto il ragionamento dell’articolo di Sedes Sapientiae è basato sulla premessa falsa secondo la quale l’intenzione di Benedetto XVI era di introdurre una pluralità di riti. Questa premessa falsa poggia su una confusione: Padre de Blignères assimila la dualità dei Messali, la dualità delle forme, ordinaria e straordinaria,  alla dualità dei riti (8). Questo lo porta a finalizzare la sua risposta, a pagina 118, in un rinnovato appello al principio della dualità dei riti: «Accordare alla Messa tradizionale romana lo status di rito particolare con delle circoscrizioni ecclesiastiche personali (prelatura, ordinariato, amministrazione apostolica) come più volte abbiamo proposto alla Santa Sede, non sarebbe una soluzione elegante e rispettosa di tutti i diritti? […] Oggi è chiaro che il mondo tradizionale e gli Istituti Ecclesia Dei di rito romano veicolano dei tratti culturali e spirituali propri, perfettamente legittimi sia in virtù del diritto (fin dall’erezione di queste comunità) sia in virtù del loro contenuto: continuare la Tradizione immemore della liturgia latina nella Chiesa. Questo è ampiamente sufficiente per costituire un rito proprio. Perché certi Ordini (come quello dei Domenicani) avrebbero la legittimità di avere un rito proprio in seno alla stessa Chiesa latina, e gli Istituti di rito romano invece no?»

13. La risposta a quest’ultima domanda sarebbe dovuta saltare agli occhi di Padre de Blignères, dopo una lettura anche poco attenta dell’articolo di Padre Donneaud. Se ci si attiene ai principi stabiliti da Benedetto XVI, l’uso del Messale tridentino non potrebbe definirsi come l’espressione di un rito proprio nella Chiesa latina. Questo uso corrisponde ad una forma straordinaria dell’unico rito romano, che non potrebbe essere il rito proprio di una parte della Chiesa, poiché rappresenta il rito comune della Chiesa latina universale. Il pluralismo dei riti esiste, ma si colloca ad un altro livello. Dal momento che il Messale detto di San Pio V e il Messale di Paolo VI sono definiti – almeno nell’intenzione della Santa Sede – come due espressioni dello stesso rito romano, la rivendicazione di Padre de Blignères è, agli occhi delle autorità romane, letteralmente senza oggetto. Ed essa in più dovrebbe presentare agli occhi stessi di Padre de Blignères l’inconveniente di considerare l’uso del Messale di Paolo VI come l’espressione legittima e ordinaria – comune – del rito romano, mentre, per sua stessa ammissione, questo Messale contiene «notevoli carenze liturgiche nell’espressione della lex orandi della Chiesa» (pagina 107), al punto che è necessario sottoscrivere il giudizio di Padre Joseph Gelineau secondo il quale con questo nuovo Messale «il rito romano come l’abbiamo conosciuto non esiste più; è distrutto» (pagina 106). Il desiderio di un pluralismo liturgico non rasenta qui la complicità?

14. Gli Istituti Ecclesia Dei sono stati perfettamente definiti come tali dal motu proprio Ecclesia Dei adflicta di Giovanni Paolo II: la loro ragion d’essere è di rifiutare il supposto scisma lefebvriano e di conservare il permesso di poter celebrare la liturgia in conformità con i libri liturgici anteriori alla riforma di Paolo VI.
L’unico modo per difendere e mantenere questo permesso, quindi, sarà mantenere la necessità di evitare lo scisma, con tutto ciò che lo alimenta, cioè contestare l’idea che il Messale di Paolo VI esprima effettivamente un rito diverso dal rito romano, diverso anche dal rito cattolico, diverso dal rito della Chiesa, idea secondo la quale, di conseguenza, questo Messale favorisce la perdita della fede e resta inaccettabile, nel suo stesso principio. Ma per respingere questa idea – allo scopo di mantenere il permesso – i responsabili di questi Istituti Ecclesia Dei sono entrati in una logica in cui il permesso diventa sempre più precario, logica degli stessi motu proprio che accordano il permesso solo per «facilitare la comunione ecclesiale» a tutti questi lefebvriani pentiti, comunione ecclesiale che si fonda sulla normalità riconosciuta nel Messale di Paolo VI. La quadratura del cerchio non è quindi così lontana come si sarebbe potuto pensare.

15. C’è da stupirsi allora nel vedere un Padre de Blignères dedicarsi, sul filo  delle «libere interviste sull’estate 88» recentemente pubblicate sul sito «Claves.org» [9], a restituire l’immagine delle comunità Ecclesia Dei, come se fosse necessario giustificarsi ancora e sempre dall’accusa di «lefebvrismo» - dissociandosi dallo scisma chiaramente stigmatizzato come tale - per poter rimanere piamente «tradizionalista» agli occhi di una Roma preoccupata delle conseguenze inaspettate del motu proprio dal 2007?
E per rimanere piamente «tradizionalista», ai propri occhi, è importante al tempo stesso per Padre de Blignières, e per tutti i responsabili dei vari Istituti Ecclesia Dei, porre rimedio – costantemente – all’originaria precarietà di questo permesso accordato, prima da Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI, a favore del Messale detto di San Pio V, e rivendicare per questo un pluralismo liturgico del tutto estraneo alla logica sia di Summorum Pontificum sia di Traditionis custodes. E non spingere troppo oltre la critica al Novus Ordo Missae: per giustificare la preferenza esclusiva che si suppone fondare il diritto proprio di questi Istituti religiosi; non troppo oltre per non essere considerati istigatori di scisma. Posizione scomoda, si dirà, ma il cui disagio deriva solo dalla scelta originaria pienamente assunta durante quella famosa estate del 1988.

16. La Fraternità San Pio X considera il Messale detto di San Pio V, nella sua versione rivista nel 1962 da Giovanni XXIII, come l’unica espressione legittima del rito cattolico romano. Essa considera infatti il nuovo Messale riformato da Paolo VI non una variante legittima e autorizzata di questa espressione, non come una riforma omogenea alla Tradizione liturgica della Chiesa, ma come l’espressione di una protestantizzazione di questo rito, espressione che si discosta in modo impressionante, nell’insieme come nel dettaglio, dalla concezione tradizionale del rito della Messa, chiaramente definito al Concilio di Trento. La gravità di questa deficienza è tale da giustificare pienamente il rifiuto dell’obbedienza a ciò che potrebbe apparire come un abuso di potere da parte del Papa, pregiudizievole del bene comune della Chiesa.

17. Il pluralismo  immaginato da Padre de Blignères non soddisfa né Roma né la Fraternità San Pio X. Per Roma questo non è solo chiedere troppo, è chiedere l’impossibile, dal momento che si tratta di una pluralità di riti, poiché l’uso del Messale Tridentino, anche concesso come diritto particolare e specifico degli Istituti religiosi, rimarrà sempre l’uso straordinario dell’unico rito romano e non diventerà mai l’uso ordinario di un rito particolare nella Chiesa. Per la Fraternità San Pio X non è solo chiedere troppo poco, è chiedere l’impossibile, dal momento che si tratta di una dualità dei Messali, di cui solo uno, il Messale tridentino, è l’espressione cattolica della lex orandi, mentre l’altro, il Messale di Paolo VI, esprime questa lex orandi solo in maniera gravemente deficiente e ne fa un’espressione dal sapore protestante, assolutamente inaccettabile nel suo stesso principio.

18. L’estate del 1988 fu il momento di una scelta decisiva, la scelta che doveva condurre Mons. Lefebvre a compiere «l’operazione sopravvivenza della Tradizione», per evitare di attuare un’operazione suicida. L’operazione sopravvivenza fu in particolare quella della sopravvivenza della Messa. Più di trent’anni dopo, la Messa continua a sopravvivere, qua e là, grazie al ministero dei sacerdoti della Fraternità San Pio X ed anche, per una parte, grazie al ministero dei sacerdoti delle comunità Ecclesia Dei. Ma la differenza sta nel fatto che la Fraternità San Pio X possiede un episcopato che, essendo libero da ogni contagio modernista, le dà i mezzi per durare; mentre la Messa di cui assicura la sopravvivenza rappresenta la professione integrale della fede cattolica, contro gli errori del Vaticano II, veicolati nella nuova liturgia. Gli Istituti Ecclesia Dei, invece, dipendono dal buon volere di Roma e degli episcopati. La precarietà della loro situazione impedisce loro di rivendicare l’uso del Messale del 1962 come l’espressione della fede e del culto di tutta la Chiesa, con l’esclusione del Messale protestantizzato di Paolo VI. Rimane allora l’espediente del diritto religioso e del pluralismo liturgico. Ma il diritto riserva l’uso del Messale veramente cattolico solo ad alcuni, mentre il pluralismo lo rende una semplice opzione nei confronti del Messale protestantizzato.

19. Fra l’operazione sopravvivenza e l’espediente, qual è la strategia migliore? Qual è soprattutto quella che deve imporsi moralmente alla coscienza dei cattolici? In altri termini, fino a dove bisogna spingersi nella resistenza a questa protestantizzazione generalizzata della Chiesa che si è compiuta grazie al concilio Vaticano II e alla riforma liturgica di Paolo VI? La resistenza deve essere proporzionata alla gravità del pericolo. Uno degli aspetti essenziali di esso non è forse il fatto che rappresenta una minaccia per la salvezza delle anime in seno a tutta la Chiesa?
E allora, non è temerario pensare che l’espediente sia troppo timido – oltre alla segnalata sua incoerenza – e che l’operazione sopravvivenza testimonia a favore della magnanimità del fondatore della Fraternità San Pio X.

20. In tutto questo, il dopo Traditionis custodes potrebbe essere, per gli Istituti Ecclesia Dei, il tempo della prova del bivio: e perché no, il tempo di una nuova estate 1988?


NOTE

1 – Cfr. « Entretien de Mgr Roche avec Edward Pentin » sulla pagina del 29 dicembre 2021 sul sito La Porte Latine.
2 - « Un début de réaction au Motu proprio Traditionis custodes ? » publicato sulla pagina del 6 gennaio 2022 del sito La Porte Latine e ripreso dal sito FSSPX.Actualités.
3 - Cfr. l’articolo « Désarroi et quadrature du cercle » pubblicato sulla pagina del 3 settembre 2021 del sito La Porte Latine [ e su UnaVox].
4 - « Le prix du silence » pubblicato sulla pagina del 24 febbraio 2002 del sito La Porte Latine.
5 - Louis-Marie de Blignières, « Le pape et le droit propre des religieux » (p. 3-9) et « Note à propos d’un article du Père Henrry Donneaud » (p. 101-118) del n° 159 (primavera 2022) di Sedes sapientiae.
6 - Questo studio è stato pubblicato ad ottobre 2021 sul sito della Nouvelle Revue Théologique ed è poi apparso nel numero 144 (gennaio-marzo 2022) della stessa rivista, nelle pagine 38-54.
7 - Cf. « Entretien de Mgr Roche avec Edward Pentin » sulla pagina del 29 dicembre 2021 sul sito La Porte Latine.
8 - E’ così che a pagina 107, egli assimila il fatto di passare dalla celebrazione col Messale di Paolo VI  alla celebrazione col Messale di San Pio V, al fatto di passare dal rito latino al rito greco-cattolico-melkita. Nelle pagine 107-108 egli scrive: «Essendo poco chiare le nozioni di ordinario e di straordinario, sarebbe più giusto ragionare in termini di rito maggioritario e rito minoritario»: in realtà, queste nozioni sono molto chiare e il merito di Padre Donneaud è di averne dato una giustificazione coerente, attinta alla fonte stessa  dei testi pontifici; la poca chiarezza  esiste solo nel  pensiero di Padre de Blignières, in ragione della confusione segnalata. A pagina 108, al punto VIII, questi scrive anche: « Bisogna dire con forza che l’uso esclusivo di una forma, anche straordinaria, non va contro l’intenzione di Papa Benedetto XVI e non costituisce affatto un rifiuto per principio del nuovo rito, poiché giustamente la Chiesa, che ha stabilito questo nuovo rito, ha accordato a certi Istituti Ecclesia Dei la possibilità dell’uso esclusivo del vecchio rito».
Anche a voler ammettere che il Messale di Paolo VI esprima un nuovo rito, diverso dal rito romano, la risposta che viene data a Padre Donneaud facendo valere questo punto di vista, non raggiunge il suo scopo, poiché essa disconosce la problematica del detto Padre. Benedetto XVI non parla di pluralità di riti, ma di dualità dei Messali che esprimono uno stesso rito.
Al punto X, soprattutto a pagina 110, Padre de Blignières manifesta chiaramente che non ha colto l’argomento di Padre Donneaud, quando fa valere la legittimità della pluralità di riti nella Chiesa, compatibile con l’unità della fede: « La pluralità dei riti non è un difetto, è una ricchezza, nel senso che l’uomo  non può adeguatamente esprimere tutta la ricchezza della lex orandi della Chiesa in un solo rito». Anche ad ammettere che questo sia vero, non risponde alla domanda di sapere se sia legittimo o no limitare non una pluralità di riti, ma una dualità dell’uso dello stesso rito. La confusione si ritrova al punto XV a pagina 116: dove si parla di «pluralità dei riti» e di «due espressioni rituali».
Al punto XVII, pagina 117, egli scrive: «il rito romano antico, venerabile in ragione della sua antichità, sarebbe così rispettato, come fece San Pio V per i riti venerabili diversi dal rito romano». Il Messale antico è assimilato al rito romano di cui è l’espressione, e la sua antichità è anch’essa assimilata a quella dei riti diversi dal romano.
9 - « Claves.org » è il sito della Fraternità San Pietro.





 

giugno 2022
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