![]() |
![]() |
| Mons. Barron mette in guardia contro la «sinodalità» permanente ![]() Mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester USA Mons. Robert Barron è cresciuto durante gli anni della deriva post-Vaticano II, un periodo che egli ricorda come segnato dall’incertezza. Oggi, diventato uno dei vescovi più in vista degli Stati Uniti, alza la voce dalla sua diocesi di Winona-Rochester per chiedere alla Chiesa di smetterla di torcersi le mani in assemblee interminabili. Il vescovo di Winona-Rochester critica il concetto di sinodalità come tratto caratteristico della vita ecclesiale, mentre più di 200 cardinali provenienti da tutto il mondo sono riuniti a Roma con il Papa per affrontare proprio il concetto di sinodalità. Il prelato, che ha partecipato come delegato eletto a due sessioni del Sinodo sulla sinodalità, nel 2023 e nel 2024, ha messo in guardia contro i rischi di trasformare le assemblee sinodali in forum di dibattito dottrinale. I Sinodi: strumenti pastorali senza vocazione dottrinale In un lungo messaggio pubblicato il 6 gennaio 2026, il vescovo ha esposto la sua posizione: «I Sinodi sono strumenti buoni e utili per determinare le strategie pastorali pratiche, ma non dovrebbero essere forum di dibattito dottrinale». Il vescovo americano ha avvertito: «Quando l’insegnamento consolidato diventa oggetto di una decisione sinodale, la Chiesa degenera nel relativismo e dubita di se stessa, come dimostra chiaramente il fallito Cammino sinodale in Germania». Questo riferimento al processo tedesco, che ha suscitato accese polemiche affrontando questioni dottrinali come il celibato dei sacerdoti o le benedizioni delle coppie omosessuali, costituisce uno dei cardini della sua argomentazione. Per Mons. Barron, l’esempio tedesco illustra esattamente ciò che bisogna evitare: la trasformazione degli spazi di deliberazioni pastorali in organismi di revisione dottrinale. Il vescovo ha aggiunto una riflessione personale sulle conseguenze di stabilire una mentalità conciliare permanente: «Finché rimane in concilio, la Chiesa è in un limbo, incerta di se stessa, torcendosi le mani. E’ proprio la perpetuazione dello spirito del vaticano II che ha condotto a tanta esitazione e derive negli anni in cui sono cresciuto». Una sinodalità limitata e temporanea Dopo avere recentemente presieduto un Sinodo locale nella sua diocesi, Mons. Barron ha proposto un modello alternativo: «Se dobbiamo proseguire con la sinodalità, che sia dedicata all’esame di mezzi pratici con cui la Chiesa può compiere più efficacemente il suo lavoro di adorazione di Dio, di evangelizzazione e di servizio ai poveri». La sua condizione fondamentale è chiara: «Che la sinodalità non sia una caratteristica definitiva e permanente della vita della Chiesa, affinché non perdiamo il nostro vigore e la nostra concentrazione». Le dichiarazioni di Mons. Barron rivestono una importanza particolare nel contesto del Concistoro che si è tenuto a Roma, dove più di 200 cardinali prevenienti da tutto il mondo hanno discusso col Papa proprio sulla sinodalità. L’intervento del vescovo americano rappresenta una delle voci più esplicite in seno all’episcopato circa i limiti che dovrebbero essere fissati all’esercizio sinodale. La sua diretta esperienza in due sessioni del Sinodo sulla sinodalità gli conferisce l’autorità necessaria per pronunciarsi su un processo che, secondo lui, non dovrebbe diventare uno stato permanente di deliberazione ecclesiale. Questa preoccupazione, peraltro, è in linea con la pesante critica espressa durante il Concistoro dal cardinale Joseph Zen contro la sinodalità come concepita da Papa Francesco. Critica che abbiamo già riportata. [si veda l'articolo sulla denuncia del cardinale Zen] |