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| Chi dichiara lo stato di necessità? Roma, Vaticano II e il caso della Fraternità San Pio X Parte prima di Gaetano Masciullo ![]() Roma sostiene che non esiste alcuno stato di necessità, eppure per sessant’anni i Papi hanno parlato di confusione dottrinale, collasso liturgico e perdita della fede. Chi, quindi, nega la realtà? Da un lato, i vescovi cinesi che giurano fedeltà al Confucio-Maoismo di Xi Jinping. Dall’altro lato, i vescovi tedeschi che giurano fedeltà alla sovranità popolare. Due diverse declinazioni dello stesso problema: in ultima analisi non è una coincidenza che Francesco e Xi Jinping si percepissero così simili. A quanto pare, nessuno dei due scismi, latenti ma reali, rappresenterebbe un problema per Leone XIV e la sua Curia. La vera minaccia all’unità della Chiesa verrebbe invece dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Com’era prevedibile, l’incontro tra Don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità, e il Cardinale Fernandez non ha avuto il buon esito sperato. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Se un marziano avesse assistito all’incontro si sarebbe convinto di trovarsi di fronte a due persone che professavano due diverse religioni: da un lato la religione del Syllabus e della Casti connubii; e dall’altro lato la religione di Dignitas infinita e Amoris Laetitia. Pertanto, le consacrazioni episcopali della Fraternità si svolgeranno il prossimo 1 luglio, salvo causa di forza maggiore. E molto probabilmente ci sarà anche la “scomunica” minacciata da Fernandez. In una analisi precedente, ho dimostrato con elementi teologici, canonici e storici, il motivo per cui la possibile scomunica sarebbe nulla. All’origine di questa argomentazione dimostrativa che ho presentato c’è una condizione necessaria: la tesi secondo la quale la Chiesa oggi si troverebbe in uno stato di necessità. Chi dischiara lo stato di necessità? Sorge una legittima domanda: come si può dimostrare che questo stato di necessità esista realmente e oggettivamente? L’avverbio è decisivo, perché la percezione soggettiva non è sufficiente. In altre parole, lo stato di necessità – per essendo visibile a tutti - non dipende da un giudizio dei singoli fedeli e nemmeno da quello del basso clero, semplicemente perché giudicare è un atto di governo, e governare attiene esclusivamente alla Chiesa che regna e insegna, cioè al Papa e ai vescovi in comunione con lui. Non è la percezione soggettiva che crea lo stato di necessità. Anche se tutti possono notarlo, non sono i singoli che possono dichiararlo, soprattutto se non partecipano in qualche modo alla giurisdizione, siano essi presbiteri, diaconi, religiosi e semplici laici. Qui sorge un problema, perché lo stato di necessità visibile a tutti – confusione dottrinale, magistero neo-modernista, abusi liturgici, mancanza di sacerdoti, vescovi progressisti, ecc. – è causato dalla stessa gerarchia che dovrebbe riconoscerne ufficialmente l’esistenza. Tuttavia, questo problema è facilmente risolvibile, poiché – incredibile ma vero – la gerarchia riconosce effettivamente l’esistenza dell’attuale stato di necessità e lo ha denunciato più volte, ormai da decenni, anche in importanti documenti magisteriali. Il giudizio della Chiesa docente sullo stato di necessità Per comprendere l’oggettività dell’attuale stato di necessità è necessario riconoscere che il giudizio della Chiesa docente su tale stato si articola in due parti complementari, entrambe necessarie ma non equivalenti. La prima parte consiste in numerose dichiarazioni – dei Papi, dei vescovi, dei Sinodi, dei documenti ufficiali e simili – che dagli anni immediatamente successivi il Concilio Vaticano II fino ad oggi, hanno riconosciuto l’esistenza di una crisi profonda, diffusa e sistematica nella vita della Chiesa. In questi testi si trovano denunce di confusione e ignoranza dottrinali; lamenti per la disgregazione liturgica; richiami alla perdita del senso del sacro; preoccupazioni per la scristianizzazione e la crisi delle vocazioni; ammissioni di abusi pastorali e diffuse deviazioni teologiche. Tuttavia, tutto questo costituisce un esplicito riconoscimento dei sintomi della malattia. Di per sé, questo livello di giudizio forse potrebbe essere sufficiente, ma rimarrebbe incompleto, perché identifica correttamente gli effetti della crisi, ma non ne individua le cause profonde. Infatti, la Chiesa docente post-conciliare, solo con Benedetto XVI ha cominciato ad attribuire la crisi agli errori dottrinali contenuti nei testi o nelle interpretazioni dello stesso Concilio, ma tale analisi non giunse mai a maturazione da parte della Chiesa regnante e quindi non fornì una diagnosi definitiva. La seconda parte del giudizio proviene dal Magistero infallibile della Chiesa, cioè da quelle definizioni dottrinali solenni e irreformabili che, in quanto assistite dallo Spirito Santo, stabiliscono definitivamente cos’è conforme o contrario alla fede cattolica. Questo Magistero – che per la maggior parte proviene da prima del Vaticano II e ovviamente rimane sempre in vigore perché l’infallibilità non decade – fornisce i criteri oggettivi per valutare le proposizioni teologiche e pastorali del successivo magistero autentico. Ora, il Magistero infallibile condanna come incompatibili con la fede cattolica alcune idee che, nel periodo postconciliare, sono state proposte, diffuse, tollerate come legittime o perfino normalizzate e presentate come vere. Un tale Magistero è per ogni cattolico una carta di tornasole perché stabilisce con precisione quali dottrine non possono essere insegnate, quali errori devono essere evitati e quali principii non possono essere modificati. Potremmo dire, usando una metafora medica (in verità è molto importante questa analogia: il lettore ne comprenderà le ragioni verso la fine di questo studio) che il Magistero infallibile non descrive i sintomi, ma indica la causa della malattia che affligge oggi il Corpo Mistico di Cristo. Le due parti insieme costituiscono il giudizio completo della Chiesa docente sull’attuale stato di necessità: una parte dichiara quello che sta accadendo, l’altra parte spiega perché sta accadendo. Il riconoscimento della crisi ecclesiale non costituisce una recente elaborazione polemica, ma un dato che emerge con continuità dal magistero pontificio degli ultimi decenni. Fin dagli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, i Pontefici hanno descritto con notevole e crescente chiarezza la situazione di disordine dottrinale, disciplinare, spirituale e perfino liturgico che si è creata e radicata nella vita della Chiesa. Letti in successione cronologica, questi interventi mostrano l’esistenza di un oggettivo e coerente giudizio della Chiesa docente circa l’esistenza di una anomala e critica condizione nella vita ecclesiale. Il giudizio espresso dal sovrano può assumere due forme: è sanzionatorio quando mira ad infliggere una condanna e ordina l’applicazione di una pena; è invece dichiarativo quando si limita a rendere esplicita, secondo la legge, una situazione preesistente. L’attuale stato di necessità, come detto, viene valutato secondo entrambi questi espetti. Tuttavia, il potere di governo non si esaurisce nella attività giudiziaria: esso include anche la funzione esecutiva, cioè la concreta attuazione di quanto stabilito con sentenza dall’autorità competente. L’attuale gerarchia è carente proprio sotto questo aspetto, e tale carenza contribuisce ad amplificare ed aggravare l’attuale stato di necessità. Paolo VI: la crisi subito dopo il Concilio Il primo grande ciclo di pronunciamenti autorevoli viene dal Pontificato di Paolo VI, che ebbe la diretta responsabilità della conclusione del Concilio Vaticano II e della sua prima attuazione. Già pochi anni dopo la chiusura del Concilio, il Papa constatò con sorpresa che la stagione postconciliare non produceva la sperata fioritura. Nel discorso ai seminaristi lombardi del 7 dicembre 1968, parlò esplicitamente di un processo di autodistruzione interna: «La Chiesa sta
attraversando un momento di inquietudine. Alcuni si dedicano
all’autocritica, si potrebbe perfino parlare di all’autodemolizione. E come un profondo
e complesso sconvolgimento interiore, che nessuno si sarebbe aspettato
dopo il Concilio. Si pensava ad una fioritura […] ma poiché il
bene viene da una causa integrale e il male da qualsiasi difetto, si
nota di più l’aspetto doloroso. La Chiesa è colpita anche da coloro
che ne fanno parte».
Queste parole costituiscono una della prime valutazioni ufficiali della crisi postconciliare. Ancora più celebre è il discorso del 29 giugno 1972, in cui Paolo VI descrive la situazione con immagini di straordinaria gravità: «Si ha l’impressione
che attraverso qualche fessura il
fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio. C’è
dubbio, incertezza, problemi, inquietudine, insoddisfazione, confronto.
Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta
profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche movimento
sociale».
Il Papa collegò esplicitamente questa situazione alle speranze deluse del periodo postconciliare: «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe arrivata una giornata di sole per la storia della Chiesa. Invece è arrivata una giornata di nuvole, di tempesta, di oscurità, di ricerca, di incertezza». Il quadro delineato include la crisi della fede, l’influenza del pensiero secolare, la confusione nelle scuole e nelle Università, il disordine dottrinale e pastorale e la perdita di fiducia nell’autorità Petrina. La consapevolezza di questa crisi accompagnò Paolo VI fino alla fine del suo pontificato. L’ultimo periodo fu segnato da una crescente preoccupazione per la situazione della Chiesa, tanto che, nel 1975, incaricò Édouard Gagnon di condurre una delicata inchiesta sulle infiltrazioni massoniche nella Curia romana. I cronisti dell’epoca parlarono apertamente di un “Papa del dubbio”, tormentato dall’incertezza, oscillante tra riforma e conservazione. Il pontificato si concluse così con una valutazione sostanzialmente concordante: la crisi ecclesiale non era un fenomeno marginale, ma una condizione generale e diffusa, che ormai coinvolgeva la fede, la disciplina e la vita interna della Chiesa a tal punto da gettare il Pontefice in uno stato clinico che alcuni giunsero a definire depressivo. Giovanni Paolo II: la crisi come anti-evangelizzazione Questa osservazione dei sintomi fu ripresa e approfondita dal Pontificato di Giovanni Paolo II, che interpretò la situazione in termini di una vera “anti-evangelizzazione”. Già il 20 ottobre 1979 egli denunciò: «Sono in atto varie
forme di anti-evangelizzazione che cercano di opporsi radicalmente al
messaggio di Cristo: […] in molti cristiani, un indebolimento del
fervore spirituale, un cedimento alla mentalità mondana, una
progressiva accettazione di opinioni errate del secolarismo e
dell’immanentismo sociale e politico».
Il testo più esplicito, però, rimane il discorso ai missionari del 6 febbraio 1981, nel quale il Papa formula una valutazione straordinariamente diretta: «Oggi, per un efficace
opera nel campo della predicazione, bisogna innanzi tutto conoscere
bene la realtà spirituale e psicologica dei cristiani che vivono
nella società moderna. Bisogna realisticamente ammettere,
e con profonda e dolorosa sensibilità, che i cristiani di oggi
per la maggior parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino
delusi; sono state diffuse a profusione idee contrarie alla
verità rivelata e sempre insegnata; nel campo dogmatico e morale sono state
disseminate vere e proprie eresie, creando dubbi, confusione,
ribellioni; perfino la liturgia è stata manomessa».
Qui, quindi, la crisi non è più descritta semplicemente come inquietudine e incertezza, ma come diffusione di “vere e proprie eresie” e come alterazione liturgica. Il più solenne riconoscimento magisteriale dello stato di necessità postconciliare si trova, il più probabilmente, nell’Enciclica Redemptoris Missio del 7 dicembre 1990. Proprio in forza del suo livello dottrinale, questo testo assume una particolare importanza: «In questa nuova
primavera del cristianesimo si nota un’innegabile tendenza negativa, e
il presente documento intende contribuire a superarla.
L’attività missionaria specificamente rivolta alle nazioni (ad gentes) sembra in declino, e
questa tendenza non è certamente in linea con le direttive del
Concilio e dei successivi interventi del Magistero. Difficoltà sia interne sia esterne
hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non
cristiani, un fatto che non può che destare preoccupazione in
tutti i credenti in Cristo.»
E ancora una precisazione molto importante: «Nella storia della Chiesa, lo slancio missionario è stato sempre un segno di vitalità, così come il suo affievolirsi è un segno di una crisi della fede». Negli anni successivi, Giovanni Paolo II tornò diverse volte sul tema. Il 5 marzo 1992, parlò esplicitamente dei “frutti dell’anti-evangelizzazione”, osservando che essa viene anche “dall’interno”. In quella occasione, egli denunciò in particolare la pressione di quei vescovi che volevano ammettere i divorziati risposati ai sacramenti e volevano modificare la relativa disciplina canonica. «Ci sono questi casi,
questi specifici problemi, come per esempio i divorziati risposati.
Tutti i vescovi europei che vengono – ora ci sono i francesi -
parlano della stessa cosa, come fosse un problema di grandissima
importanza pastorale. Io penso che la proposta fatta da uno dei
confratelli sia molto buona: bisogna studiare questo problema, le
possibili soluzioni, la sistemazione di questo problema, non per
facilitare il divorzio, ma cercando una più profonda e ampia
comprensione dell’immaturità dei fidanzati e dei giovani
sposi».
All’epoca, la pressione in questo senso era molto forte, esercitata dal Cardinale Carlo Maria Martini, capo dei vescovi europei, nonché precursore della futura Lobby di San Gallo, e - come lui stesso amava definirsi – l’anti-papa, cioè il precursore del “papa” che avrebbe finalmente rivoluzionato la Chiesa. E ancora, il 21 dicembre 1993, Giovanni Paolo II denunciò il fatto che “i giovani cattolici sono sensibili al bisogno di coerenza tra fede professata e fede vissuta”, ma che “hanno bisogno di comprendere chiaramente che cosa significhi concretamente essere cattolici”. Per questo motivo, il Papa esortò i vescovi a “dare con una nuova fiducia e un rinnovato zelo, la risposta riguardo all’insegnamento morale che il Signore ha affidato alla Sua Chiesa”, anche di fronte al “diffuso fraintendimento del ruolo della coscienza, in base al quale la coscienza e l’esperienza individuale sono considerate superiori o contrapposte all’insegnamento della Chiesa”. Ancora, l’11 febbraio 1977, egli descrisse un fenomeno diffuso di disaffezione ecclesiale: vi sono “diverse forme di impoverimento di indebolimento della Chiesa che rendono ardua la missione episcopale”, vi sono “troppe persone, troppi bettezzati” che rimangono “fuori dalla comunità ecclesiale, per una sorta di rifiuto dell’istituzione, a vantaggio di un ripiegamento individualistico: ciascuno si sente arbitro delle proprie regole di vita e, se conserva un sentimento religioso o se la Chiesa rimane per lui un punto di riferimento distante, non vive una fede personale in Gesù Cristo e ne rinnega la dimensione ecclesiale”. Infine, il 23 aprile 2002, egli interpretò la crisi degli abusi sessuali come un sintomo di una profonda crisi morale: “gli abusi sui giovani sono un grave sintomo di una crisi che non riguarda solo la Chiesa, ma anche l’intera società. E’ una crisi della morale sessuale con radici profonde, una crisi anche delle relazioni umane, e le principali vittime sono la famiglia e i giovani”. L’insieme di questi interventi, certamente non effettuati in qualità di dottore privato, dimostra come Giovanni Paolo II considerava la crisi nella Chiesa, non come un fenomeno transitorio, ma come una situazione strutturale che coinvolgeva la dottrina, la moralità, la liturgia e la vita pastorale. Proprio uno stato di necessità. |