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| Chi dichiara lo stato di necessità? Roma, Vaticano II e il caso della Fraternità San Pio X Parte seconda di Gaetano Masciullo ![]() Nella prima parte abbiamo visto come ci sia una crisi nella Chiesa. In questa seconda parte affrontiamo una questione molto più inquietante: cosa succederebbe se gli odierni dirigenti della Chiesa non credessero più che la crisi debba essere risolta? Da Papa Benedetto XVI a Papa Francesco: due interpretazioni inconciliabili ci lasciano adesso nel caos. Benedetto XVI: l’interpretazione della crisi Il pontificato di Benedetto XVI rappresenta il tentativo più sistematico di interpretare teologicamente questa crisi. Già come cardinale, il 29 novembre 1984, Joseph Ratzinger pubblicò una analisi su L’Osservatore Romano, nella quale identificava quattro cause particolari: la perdita della fede in Dio, nel dogma e nella interpretazione magisteriale delle Sacre Scritture. In particolare, Ratzinger indicò come particolarmente problematica l’alterazione della ecclesiologia, cioè del modo di concepire la natura e la struttura della Chiesa. Tale alterazione avrebbe condotto all’indebolimento dell’autorità petrina e della autorità personale dei vescovi, a favore delle Conferenze Episcopali. Nel libro Rapporto Ratzinger (1985), egli spiegò che «chiunque oggi parli di protestantizzazione della Chiesa cattolica, con tale espressione intende generalmente un cambiamento della concezione fondamentale della Chiesa», e egli riconobbe che «il pericolo di una tale trasformazione ecclesiale esiste realmente: non è solo uno spauracchio brandito in alcuni circoli integralisti». Questi interventi di Ratzinger in qualità di dottore privato, furono confermati nel suo magistero come Sommo Pontefice. Il punto culminante di questa analisi rimane il discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, che costituisce ancora oggi, con molta probabilità, la più importante interpretazione magisteriale della crisi in corso. Secondo Papa Benedetto XVI, una tale situazione si sarebbe verificata nonostante il Concilio Vaticano II e non a causa di esso. Benedetto XVI riconobbe innanzi tutto la gravità della situazione: «Non si può negare che, in gran parte della Chiesa, la ricezione del Concilio è avvenuta in maniera piuttosto difficile». La crisi fu storicamente paragonata alla situazione seguita al Concilio di Nicea: “[San Basilio] la paragona ad una battaglia navale nel buio di una tempesta”. Il Papa, poi, individuava la causa principale nella opposizione tra due interpretazioni del Concilio: «I problemi della ricezione nascevano dal fatto che si confrontavano due ermeneutiche contrarie fra loro». Da un lato “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”; dall’altro “l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”. L’interpretazione della discontinuità fu descritta come un modo di concepire il Concilio Vaticano II e i suoi documenti come una sorta di “Assemblea Costituente, che elimina una vecchia costituzione e ne crea una nuova”. A questo proposito, fra l’altro, vorrei segnalare ancora una volta la recente riproposizione della Lex Ecclesiae Fundamentalis, un progetto legislativo di Paolo VI che andava proprio in questa direzione, cioè trattare la struttura giuridica della Chiesa come se fosse quella di una moderna democrazia costituzionale; progetto finito presto nell’oblio: secondo me, non è un caso che questo progetto dimenticato sia riemerso proprio oggi, con l’annuncio da parte di Papa Leone XIV di una serie di futuri Concistori straordinari, durante i quali i cardinali discuteranno, tra l’altro, anche di riforme di tipo ecclesiologico. Ritornando a Benedetto XVI: negli anni successivi, egli indicò ulteriori cause della crisi. Il 5 dicembre 2009, ricordò come l’acritica adozione di “metodologie marxiste” nella teologia avesse prodotto “ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia” e “grande sofferenza”, mentre sacerdoti e religiosi avevano spesso adottato criteri secolari di giudizi “senza sufficiente riferimento al Vangelo”. Nel loro insieme, gli interventi di Paolo VI, Giovanni Paolo II (si veda la prima parte) e Benedetto XVI, costituiscono un oggettivo e continuo riconoscimento dell’esistenza di una profonda crisi ecclesiale. Paolo VI ne descrisse i sintomi subito dopo il Concilio Vaticano II: Giovanni Paolo II indicò con grande precisione la tipologia di tali sintomi, cioè dottrinale e pastorale, parlando apertamente di “eresie” e di “alterazioni liturgiche”; Benedetto XVI, infine, propose una prima interpretazione teologica centrata sull’esistenza di una errata ermeneutica del Concilio. Ne risulta così un quadro coerente: la diagnosi di una diffusa, sistematica e profonda crisi non deriva da giudizi privati, ma dalla stessa Chiesa docente, attraverso diversi pontificati consecutivi. Questo dato, costituisce il fondamento oggettivo perché si possa parlare in senso proprio di stato di necessità ecclesiale, che lungi dall’essere risolto, si sta aggravando. Francesco: l’inquietante espediente retorico per normalizzare la crisi Anche il pontificato di Francesco contiene un esplicito riconoscimento dell’esistenza di una crisi nella vita della Chiesa. Tuttavia, rispetto ai suoi predecessori, questo suo riconoscimento assume una forma diversa e inquietante: la crisi non è più presentata come una preoccupante condizione patologica da superare, ma come una caratteristica ordinaria e permanente della vita ecclesiale, e quindi immutabile, perfino positiva. A riguardo, il testo più significativo è il discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2020. Lì, egli afferma: «La crisi è un
fenomeno che riguarda tutti e tutto. E’ presente ovunque e in ogni
periodo storico, e coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la
tecnologia, l’ecologia, la religione. Essa è una
necessaria fase della storia personale e della storia sociale. Si
manifesta come un evento straordinario [ha appena detto che la crisi
è un fenomeno ordinario. N. d. R.) che causa sempre un senso di
trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da
compiere».
Così facendo, Francesco rigetta la lettura di una situazione ecclesiale in termini di contrapposizione dottrinale e disciplinare. «Questa riflessione sulla crisi ci mette in
guardia dal giudicare frettolosamente la Chiesa sulla base degli
scandali di ieri e di oggi. […] E quante volte le nostre analisi
ecclesiali sembrano narrazioni senza speranza! Una lettura della
realtà senza la speranza non può dirsi realistica. La
speranza dà alle nostre analisi ciò che i nostri sguardi
miopi sono spesso incapaci di percepire».
Nell’analisi proposta da Francesco, il vero elemento di novità giunge però quando egli ci invita a “non confondere crisi con conflitto: che sono due cose diverse”. Leggere la recente storia della Chiesa “con le categorie del conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti” - porterebbe ad una visione che “frammenta, polarizza, perverte e tradisce” la vera natura dell’istituzione ecclesiale. La natura della Chiesa sarebbe – udite, udite - quella di essere “un corpo permanentemente in crisi, proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti”. In tal modo, la crisi è interpretata come una dimensione costitutiva della vita della Chiesa. Se interpretata con le categorie del conflitto, la Chiesa «diffonderà paura, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, ben lontana dalla ricchezza e dalla pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa». In questa prospettiva, la crisi ecclesiale non appare più come una storica anomalia – come appariva nei giudizi di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ma come una dimensione fisiologica della vita della Chiesa. Questa interpretazione è problematica prima di tutto dal punto di vista concettuale. La Chiesa, infatti, ha storicamente sempre sperimentato difficoltà, persecuzioni e sfide dottrinali, ma tali situazioni sono state sempre distinte da situazioni di crisi, ben circoscritte, come ad esempio: la crisi ariana (325- 381), la crisi nestoriana (428-451), la lunga crisi monofisita (451-553), la crisi monotelita (610-681), la crisi iconoclastica (726-843), la crisi della pornocrazia romana (880-1046), lo scisma di Avignone (1378-1417), la rivoluzione luterana (1517-1563): tutte pagine di storia caratterizzate da una confusione dottrinale, morale e disciplinare sistemica e radicata, dove interi episcopati caddero in errore, i concilii vennero manipolati o apertamente contraddetti, i pochi vescovi fedeli vennero perseguitati e deposti, la fede del popolo fu scandalizzata, le vocazioni andarono drasticamente in declino e l’autorità petrina apparve debole, sconfitta e perfino contraddittoria. Tuttavia, non si può affermare che l’intera storia della Chiesa sia segnata da tali caratteristiche. Affermare quindi che la Chiesa è “permanentemente in crisi perché è viva”, è come affermare che un corpo è permanentemente malato perché è vivo; ma questo è chiaramente falso. Infatti, affermare che la storia della Chiesa è stata attraversata da un costante stato di crisi, cioè di necessità, significa affermare che non è possibile avere uno stato di necessità, perché la necessità in realtà è la norma; ma questo è contraddittorio e assurdo. E quindi è essenziale chiarire la distinzione tra difficoltà e crisi. Le difficoltà appartengono alla condizione storica della Chiesa militante e sono inevitabili, ma non mettono in discussione l’autorità, la dottrina e la disciplina, anzi spesso le rafforzano. Per esempio, le persecuzioni dei primi secoli furono feroci, ma non misero in questione il deposito della fede cristiana. La crisi, invece indica uno stato di disordine interno in cui il normale equilibrio dell’organismo ecclesiale è compromesso. L’analogia medica permette di chiarire questa distinzione. La crisi si riferisce alla Chiesa come le malattie si riferiscono al corpo. Un organismo vivente affronta continuamente stimoli esterni e aggressioni ambientali, ma non per questo si trova sempre in uno stato patologico. La malattia si verifica quando l’equilibrio interno è compromesso e quando l’organismo non è più in grado di reagire adeguatamente. Inoltre, il discorso di Bergoglio del 2020 introduce una separazione molto problematica tra crisi e conflitto. Se si adotta la tradizionale analogia organica – quella stessa che deriva dalla dottrina paolina del Corpo Mistico – la crisi corrisponde precisamente ad una forma di conflitto interiore. Come la malattia nasce dal conflitto tra agenti patogeni e il sistema immunitario, così una crisi ecclesiale nasce dal contrasto fra verità ed errore, fra fedeltà e infedeltà, fra ortodossia ed eresia. Il conflitto non è quindi un elemento accidentale della crisi, ma la sua essenza. La malattia progredisce quando l’agente patogeno prevale sul sistema immunitario. Allo stesso modo, una crisi ecclesiale diventa sempre più profonda, fino ad apparire insormontabile, quando l’errore si diffonde più rapidamente della sua correzione. Dissociare la crisi dal conflitto significa quindi privare la crisi stessa della sua intelligibilità. Si può quindi osservare una differenza significativa rispetto ai pontificati precedenti. Francesco ha cercato di presentare la crisi come una condizione normale della vita ecclesiale e ha cercato di scoraggiare ogni interpretazione che ne individui le cause dottrinali decisive o i conflitti interni. Ne consegue una conseguenza rilevante: mentre i Pontefici precedenti riconoscevano la crisi per superarla, con Bergoglio la crisi viene giustificata, legittimata. In questo modo, il riconoscimento della crisi non porta più alla sua diagnosi causale, ma alla sua normalizzazione. Una legittima perplessità? Le domande che ora ci poniamo sono le seguenti: Papa Leone XIV crede che la Chiesa cattolica stia attraversando la crisi più grave mai vissuta nella sua storia o quantomeno certamente una delle più serie? Papa Leone condivide l’analisi inquietante e capziosa del suo predecessore Francesco? A sua volta, il Cardinale Fernandez crede che vi sia una crisi? Se sì, quali sarebbero le soluzioni che essi propongono per uscire dalla crisi? Mons. Athanasius Schneider, ospite di Urbi et Orbi Communications, ha rivelato che durante l’udienza privata del 18 dicembre 2025, ha presentato al Papa “le cinque piaghe” della Chiesa di oggi: confusione dottrinale, anarchia liturgica, cattive nomine episcopali, carente formazione dei sacerdoti, indebolimento della vita contemplativa. Secondo quanto riferito da Schneider, il Papa ha testimoniato di aver conosciuto diversi giovani convertitisi grazie al Rito tradizionale, esprimendo “sorpresa per il potere spirituale che questa forma liturgica esercita sulle nuove generazioni”. Schneider ha anche esortato il Papa a non permettere che la Fraternità San Pio X rimanga “totalmente separata dalla Chiesa”, come potrebbe accadere con l’annunciata condanna dello scisma (la cui validità è una questione a parte). E ha avvertito che una tale rottura priverebbe la Chiesa di uno dei suoi “bracci” e alimenterebbe nella Fraternità una “mentalità da ghetto”, la cui responsabilità morale ricadrebbe inevitabilmente sulla Santa Sede. Tutto questo può solo indurci a ritenere che la continuità della dottrina e della liturgia tradizionali oggi è più a rischio che nel passato, specialmente se la Fraternità San Pio X non mantiene uno status canonico “irregolare” che le consenta di preservarle. La stessa gerarchia romana – contrassegnata da orientamenti dottrinali neo-modernisti – contribuisce ad alimentare questo rischio. In questo senso, lo stato di necessità è oggi più accentuato che nel 1988. In conclusione, è interessante ricordare quanto scriveva Sant’Agostino in una delle sue opere: De vera religione: «Spesso la divina
Provvidenza permette anche che, a causa di certe tumultuose rivolte dei
carnali, gli uomini buoni siano espulsi dalla comunità
cristiana. Ora, se essi per la pace della Chiesa, sopportano
pazientemente l’ingiusto affronto, senza cercare di creare qualche
nuovo scisma o eresia, con ciò insegneranno a tutti con quale
autentica prontezza e con quale sincera carità si debba servire
Dio. La loro intenzione, infatti, è di ritornare una volta che
sia cessata la tempesta; oppure, - se ciò non viene loro
concesso o perché la tempesta persiste o perché temono
che con il loro ritorno ne sorga una simile o più furiosa – non
abbandonano la volontà di aiutare coloro che, con i loro
fermenti e disordini, ne hanno causato l’allontanamento, difendendoli
fino alla morte […].
Questo caso sembra raro,
tuttavia, non mancano gli esempi; anzi sono più numerosi di
quanto si possa credere. Così, la divina Provvidenza si serve di
ogni genere di uomini e di esempi per guarire le anime e per formare
spiritualmente il popolo» (6, 11).
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