Che cos’è in giuoco per la Chiesa, spagnola e universale,

con la Valle de los Caidos

Parte seconda



di Ramón Ruavieja


parte prima
parte seconda
parte terza

Pubblicato sul sito di El Wanderer





Interno della Basilica della Valle de los Caidos (Madrid)
 


Il cerimoniale attuale, successivo alla riforma di Paolo VI, non è così ricco di dettagli e rituali come quello descritto nella prima parte. Ad esempio, quasi tutti i riti che precedono l’ingresso del vescovo in chiesa sono omessi, così come la maggior parte delle ripetizioni, l’uso dell’acqua gregoriana o delle ceneri, ecc. Tuttavia, il punto 864 dell’attuale Cerimoniale dei Vescovi afferma:

«Fin dai tempi più antichi, l’edificio in cui la comunità cristiana si riuniva per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i sacramenti e celebrare l’Eucaristia veniva chiamato “chiesa”».

Quando viene eretta una chiesa come edificio destinato a riunire in modo unico e permanente il popolo di Dio e a celebrare i sacri misteri, essa diventa la casa di Dio e pertanto è opportuno dedicarla a Dio con una solenne celebrazione, secondo un’antica consuetudine della Chiesa.

Ma se non è consacrata, almeno è benedetta con la celebrazione descritta nei nn. 954-971. Quando una chiesa è consacrata, tutto ciò che contiene, come il fonte battesimale, la croce, le immagini, l'organo, le campane, le stazioni della ‘Via Crucis’, dalla celebrazione stessa della consacrazione, deve essere considerato benedetto ed eretto, in modo tale da non necessitare di una nuova benedizione o di una nuova erezione.

Il paragrafo 874 raccomanda la già citata pratica di dipingere o porre dodici croci sulle pareti dell’altare (ribadita nel paragrafo 22 del rituale presente nell’attuale Pontificale Romano); e nei paragrafi 892-893 del Cerimoniale e 11 e 42-44 dell’attuale Pontificale, l’acqua viene benedetta “per purificare le pareti e l’altare della nuova chiesa”, affermando nella preghiera di benedizione che “aspersa su di noi e sulle pareti di questa chiesa, possa essere segno di battesimo”, procedendo all’aspersione dell’intera chiesa.
Nel paragrafo 63 del Pontificale, le pareti della chiesa vengono unte con il crisma, e nel paragrafo 66, il recinto della chiesa viene incensato. Infine, viene introdotto un nuovo elemento: l’“inaugurazione della Cappella del Santissimo Sacramento”, nei paragrafi 76-80, a significare la sua considerazione come luogo sacro.

Il significato teologico di questi atti è esplicitamente sviluppato al paragrafo 16 dell’attuale Pontificale, che stabilisce:
16. I riti dell’unzione, dell’incensamento, della vestizione e dell’illuminazione dell’altare esprimono con segni visibili qualcosa di quell’azione invisibile che Dio compie attraverso la Chiesa quando essa celebra i sacri misteri, specialmente l’Eucaristia.


a) Unzione dell’altare e delle pareti della chiesa:

 (…) L’unzione della chiesa significa che essa è dedicata totalmente e per sempre al culto cristiano. Secondo la tradizione liturgica, si eseguono dodici unzioni, o quattro a seconda delle circostanze, a significare che la chiesa è immagine della città santa di Gerusalemme».

Quindi si aggiunge:
«L’incensazione della navata della chiesa indica, a sua volta, che essa, con la dedicazione, diventa una casa di preghiera».

La piena dedicazione dell’intero edificio è evidente ed esplicita anche nell’attuale rituale.

Questa presentazione dei riti attuali non è banale, poiché dovrebbe servire da promemoria per i sacerdoti e i vescovi lettori, e per l’Arcivescovo di Madrid, di ciò che hanno spesso pregato e compiuto.
Nel caso di Don José Cobo, si può ricordare come il 15 ottobre 2023 abbia presieduto alla consacrazione della chiesa parrocchiale di Santa María Josefa del Corazón de Jesús (Ensanche de Vallecas); il 21 aprile 2024, della parrocchia di Santa Genoveva, a Majadahonda; e il 25 febbraio 2026, della parrocchia di San Rafael Arnáiz nel quartiere di Sanchinarro; per non parlare delle benedizioni delle cappelle nella parrocchia di Santa Ángela de la Cruz o di María Madre del Amor Hermoso. È essenziale che, data la sua esperienza in questo rito, ricordi questi dettagli del suo rituale e il loro significato, e che rimedi all’affermazione secondo cui né le cappelle laterali, né la cappella del Santissimo Sacramento, né le mura, la navata, la cupola, la porta, l’atrio e, nel caso particolarmente grave di una comunità monastica, il coro, siano luoghi sacri.


Il rispetto della legalità propria dell’azione nella Chiesa

Il Canone 1213 stabilisce che «l’autorità ecclesiastica esercita liberamente i suoi poteri e le sue funzioni nei luoghi sacri». Il Canone 1210 afferma che «in un luogo sacro è ammesso solo ciò che promuove e favorisce il culto, la pietà e la religione, mentre è proibito ciò che non è conforme alla santità del luogo. Ciononostante, l’Ordinario può consentire altri usi in casi specifici, purché non siano contrari alla santità del luogo».

L’Arcivescovo di Madrid è l’autorità competente per concedere al Governo un intervento ideologico nella disposizione della Basilica, in cambio del mantenimento del culto circoscritto all’altare?

La questione della proprietà della valle di Cuelgamuros, dove si trovano l’Abbazia e la sua chiesa abbaziale, la Basilica, è stata oggetto di ampio dibattito, poiché i suoi terreni appartengono a una fondazione creata con decreto legge del 23 agosto 1957, il cui patronato fu affidato al Capo dello Stato, entrando così a far parte del patrimonio nazionale.
Il regolamento interno della fondazione, approvato il 15 gennaio 1959, le assegnava, all’articolo 4, gli edifici e i terreni della valle; e la relazione originaria della Nunziatura Apostolica, del 3 gennaio 1959, riconosceva la proprietà dei terreni alla fondazione e, interpretando la legge con eccessiva indulgenza, persino allo Stato:
«Ma in forza dello scopo stesso della Fondazione (...) da un punto di vista canonico, si tratta di una fondazione pia in senso lato, cioè un istituto pio laico; va notato che l’accordo del 29 maggio, nel suo preambolo, fa espresso riferimento alla «Pia Fondazione della Santa Croce della Valle de los Caidos».

Non è il caso di parlare qui di una fondazione strettamente pia, poiché manca uno dei requisiti richiesti dal canone 1.544 del Codex Iuris Canonici: il patrimonio della fondazione non diventa proprietà ecclesiastica, poiché, come già detto, ha carattere di patrimonio pubblico, appartiene alla proprietà dello Stato ed è integrato nel patrimonio nazionale.

Sebbene la Legge 20/2022, del 19 ottobre, sulla Memoria Democratica, abbia dichiarato lo scioglimento della Fondazione all’articolo 54.5, dato che tale scioglimento sarebbe entrato in vigore solo alla data di entrata in vigore del Regio Decreto di regolamentazione del nuovo quadro giuridico, la suddetta Fondazione continua ad essere considerata proprietaria.
Tuttavia, il decreto-legge istitutivo non ha chiarito se, secondo l'articolo 3.1 si riferiva ai beni come “beni di pubblico dominio”, ciò implicasse che si trattasse di beni statali o che potessero essere gestiti a completa discrezione del governo nazionale. La sentenza della Corte Suprema n. 1279/2019, del 30 settembre 2019, relativa all’esumazione di Francisco Franco, avrebbe potuto risolvere tale incertezza sulla proprietà, ma ha sorvolato sulla complessa situazione giuridica, lasciando al governo piena libertà d’azione.

Tuttavia, a prescindere da chi fosse il proprietario dell’edificio, nel 1957 non vi era alcun dubbio che, sebbene l’amministrazione dei beni fosse originariamente affidata al Consiglio di amministrazione del Patrimonio Nazionale (articolo 8 del Regolamento interno), in virtù dell’articolo 7 dell’accordo firmato dalla Fondazione con l’Abbazia di Silos il 29 maggio 1958, l’Abate della comunità benedettina che vi si sarebbe insediata fosse responsabile “dell’amministrazione della Basilica e degli edifici esistenti nella valle di Cuelgamuros”.
L’Abbazia divenne usufruttuaria della Fondazione su tutti i suoi beni, con l’accordo o il regolamento che menzionavano specificamente l’Abbazia, la Basilica, la Scuola del Coro, la foresteria e i campi sportivi, e utilizzavano esplicitamente il verbo “cedere”.

Per maggiore chiarezza, un’interpretazione dell’Accordo del 3 gennaio 1979, firmato tra la Spagna e la Santa Sede in materia giuridica, porta alla conclusione che, sebbene l’Abbazia non sia proprietaria dell’immobile, ciò non pregiudica la sacralità della sua Basilica né l’autorità amministrativa dell’Abate su di essa e sul resto del suo patrimonio.
In virtù dell’articolo 1 di detto Accordo, la Chiesa possiede il libero esercizio del suo potere giurisdizionale, la libertà di organizzazione interna e la piena autonomia nel definire cosa costituisca un luogo sacro, senza alcuna interferenza da parte delle autorità civili.
Tale piena autonomia è ribadita dall’articolo 6.1 della Legge organica 5/1980 sulla libertà religiosa, dalla sentenza della Corte suprema n. 4895/1992 del 18 giugno 1992 e dalla sentenza della Corte costituzionale n. 24/1982 del 13 maggio. Ciò è riconosciuto non solo dalla legge e dalla giurisprudenza spagnola, ma anche dal parere del Procuratore dello Stato del 7 settembre 2011, in risposta a una domanda su possibili azioni riguardanti la Valle; nonché dall’accordo del Consiglio dei Ministri del 15 novembre 2018, in occasione dell’esumazione del Generale Franco.

È quindi chiaro che l’amministrazione della Basilica, in quanto luogo sacro, rientra nella giurisdizione dell’autorità religiosa.

Pertanto, come conclusione, a prescindere da chi sia il proprietario del terreno, solo l’autorità ecclesiastica è competente a determinare quali spazi siano sacri e quali siano le implicazioni della loro sacralità.
Ma allora, perché tale autorità spetta all’Abate e non all’arcivescovo nel cui territorio si trova la Basilica contesa?

L’Abbazia della Santa Croce della Valle de los Caidos fu eretta dall’Abate di Santo Domingo de Silos il 17 luglio 1958, in virtù della costituzione di Pio XII tramite la Lettera Apostolica Stat Crux. In questa lettera, il Papa le concesse il titolo e i diritti di abbazia sui iuris, in quanto abbazia esente (o autonoma, secondo l’attuale traduzione del codice).
Un’abbazia esente o sui iuris, secondo il canone 613.2, è un’abbazia in cui il suo superiore è di diritto un superiore maggiore. Un superiore maggiore, secondo il canone 620, è la persona che esercita l’autorità ordinaria sull’abbazia.
Nel caso di un’abbazia benedettina, e come spiega lo stesso canone, solo l’Abate Primate presiede ad essa, il quale, tuttavia, non ha tutti i poteri che il diritto universale attribuisce ai superiori maggiori.
Date entrambe le condizioni, questo superiore non è soggetto nell’esercizio di tali funzioni al vescovo della diocesi in cui si trova, e quest’ultimo non ha nemmeno il dovere di vigilanza, poiché secondo il canone 615, essendoci una Congregazione di Solesmes nella quale l’abbazia è integrata, non vi è alcun affidamento di vigilanza particolare.

Pertanto, è opportuno sottolineare come l’Abbazia non dipenda in alcun modo dall’Arcidiocesi di Madrid: non a caso Pio XII affermò nella Stat Crux che «noi richiediamo e costituiamo per sempre, con la nostra Autorità Apostolica e in virtù di queste Lettere, la nuova Abbazia esente (…). Nulla può impedirlo. Questo promulghiamo, stabiliamo, decretando che queste Lettere siano e rimangano per sempre ferme, valide ed efficaci: che producano e conservino pienamente i loro diritti che favoriscono pienamente, ora e in futuro, i Prelati e i monaci, presenti e futuri, della suddetta Abbazia».
Giovanni XIII, elevandola a Basilica Pontificia, usa la stessa espressione giuridica letterale e aggiunge: «coloro ai quali ora si riferiscono e potranno riferirsi in futuro devono attenersi ad esse nella loro pienezza; così devono essere interpretate e definite; e d’ora in poi, qualsiasi atto che tenti di violarle, consapevolmente o inconsapevolmente, da parte di chiunque o in nome di qualsiasi autorità, è nullo e privo di effetto».

Perché questo è importante?
Perché la Chiesa, nella sua saggezza, ha affinato nel corso dei secoli un sistema giuridico per proteggere le decisioni gerarchiche dall’arbitrarietà o dall’abuso.
Le vicissitudini della storia hanno insegnato che pressioni esterne o interne, passioni o pregiudizi personali possono interferire con il prudente processo decisionale che è responsabilità del governo della Chiesa.
Il diritto canonico non è, per legge divina, lo strumento necessario e rivelato per garantire un migliore processo decisionale, ma la storia ha dimostrato come, nella ricerca di una maggiore autonomia, esso sia un valido alleato.
Quando l’amicizia personale o la complicità vengono presentate come base per le azioni ecclesiastiche nei confronti dei governi secolari, si corre il rischio di costruire sulla sabbia, perché quando arriva la tempesta, la parte più forte scopre che la parte più debole nella relazione ha abbandonato i tecnicismi che la proteggevano dall’arbitrarietà.
Ciò appare evidente, come si è visto nell’esumazione contro la volontà della famiglia del Generale Franco, o nella dichiarazione unilaterale delle cripte adiacenti alla Basilica come cimitero civile ai sensi dell’articolo 54.3 della suddetta Legge 20/2022; che tale ignoranza della legge ha conseguenze molto negative per l’inviolabilità dei templi.



aprile 2026
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