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| Che cos’è in giuoco per la Chiesa, spagnola e universale, con la Valle de los Caidos Parte terza ![]() Basilica sacrario della Valle de los Caidos (Madrid) vista dall'alto La inviolabilità e il diritto Per concludere le nostre riflessioni, emerge come tema di vitale importanza l’inviolabilità dei luoghi sacri. I canoni citati nei precedenti articoli presuppongono che solo l’autorità ecclesiastica abbia giurisdizione sui luoghi sacri, e si intende che tale giurisdizione sia violata, secondo il canone 1213, qualora si commettano “atti gravemente lesivi, con scandalo per i fedeli”. Non esiste, tuttavia, una definizione univoca di inviolabilità, il che ha permesso agli Stati di legiferare in merito. In Spagna, ad esempio, essa è regolamentata dall’articolo 1.5 del già citato Accordo con la Santa Sede, il quale stabilisce che “ai luoghi di culto è garantita l’inviolabilità secondo la legge”. Per una comprensione più approfondita dell’argomento, si raccomanda vivamente la lettura dello scritto del professore di Diritto Ecclesiastico dell’Università di Saragozza, Alejandro González-Varas, “L’inviolabilità dei luoghi di culto” (in Carmen Peña García, José Bernal Pascual (a cura di), Il diritto canonico in una Chiesa sinodale: contributi in occasione del 40° anniversario del Codice, Dykinson, 2023, pp. 277-316). Il problema di questa istituzione è che, non essendo esplicitamente definita nel Diritto Canonico, rimane nell’ambito del diritto positivo, dove è considerata un concetto giuridico indeterminato. E poiché attualmente non esistono norme giuridiche spagnole che le forniscano un contenuto specifico, la sua interpretazione è lasciata alla discrezione dell’interprete, come è accaduto nella sentenza della Corte Suprema n. 1279/2019, in cui si cercava una giustificazione per l’ingresso nella Basilica nonostante il rifiuto della famiglia di riesumare il corpo del Generale Franco e il sostegno del Priore alla famiglia. La Corte ha risolto la questione come un conflitto di diritti fondamentali, privilegiando rispetto all’inviolabilità qualsiasi azione dello Stato che non “offenda, limita o impedisce il pieno esercizio della libertà religiosa”: poiché né i familiari né i monaci “hanno diritto alla privacy personale e familiare e alla libertà religiosa di impedire la riesumazione legalmente ordinata”, l’ingresso nella Basilica senza autorizzazione era lecito. Tuttavia, questa interpretazione riduce l’inviolabilità al contenuto parziale di un diritto soggettivo. Come spiega González-Varas, sebbene il concetto sia indeterminato nel nostro ordinamento giuridico, può essere interpretato come garanzia di libertà da indebite interferenze da parte di terzi, aspetto auspicabile per lo svolgimento di qualsiasi attività religiosa. Dato che l’inviolabilità come istituzione è anteriore alla Costituzione spagnola, collegarla esclusivamente ai diritti soggettivi costituzionalmente riconosciuti, siano essi il diritto alla privacy o il diritto alla libertà religiosa, rischia di ridurne il significato a quello di un mero diritto derivato, soggetto al trattamento dei diritti costituzionali e subordinato allo Stato. Potrebbero essere citati come argomenti: l’articolo 16 della Costituzione o l’articolo 9 della CEDH, ma, come sottolinea il professor José Luis Álvarez de Mora, l’istituto della inviolabilità deve essere inteso come riconosciuto dal diritto positivo, non come una posizione normativa da esso creata. È qui che risiede la scommessa più rischiosa contro l’arbitrarietà dei poteri temporali, una scommessa che la Chiesa spagnola sta chiaramente perdendo: essendo un concetto indeterminato nel diritto spagnolo, vacilla quando la Chiesa non lo fonda sulla realtà del sacro e lo nega nella pratica, svuotandolo di contenuto. Innanzitutto, occorre argomentare che l’inviolabilità dei luoghi sacri non dipende da un diritto soggettivo, bensì da una realtà fondamentale. La Corte Suprema ha stabilito che la Basilica è inviolabile solo se la coercizione proposta si scontra con una violazione della libertà religiosa, considerata individualmente o collettivamente. Pertanto, la questione viene trattata come un mero conflitto di diritti, ulteriore prova del continuo assorbimento delle istituzioni di diritto pubblico da parte dei “diritti fondamentali”, svuotandole di qualsiasi fondamento al di là della norma costituzionale. Che la Chiesa accetti o meno questo ragionamento, che intenda l’inviolabilità come un diritto derivante dal diritto alla libertà religiosa, dipenderà dal potere che ha imposto questa posizione normativa soggettiva, con le conseguenti eccezioni e sottomissioni alla risoluzione dei conflitti tra diritti. Allo Stato è inoltre riconosciuta la facoltà di intervenire nei luoghi di culto, a condizione che il progetto non sia apertamente antireligioso, senza la necessità di preservare il culto e la devozione esclusivi stabiliti dal Canone 1210. Invece, la Chiesa deve rimanere ferma nel fatto che l’inviolabilità non è un capriccio del singolo cristiano, trasformato dalla pressione della Santa Sede in un diritto concesso dallo Stato. Essa non emana né dall’individuo, né dal potere della Santa Sede, né dalla volontà politica dello Stato; emana naturalmente e necessariamente dalla sacralità del luogo, come giustizia che per la sua stessa natura deve al sacro. Pertanto, in secondo luogo, affinché il luogo sacro sia difeso in sé e per sé, la sua speciale protezione deve necessariamente fondarsi sulla sua sacralità. Il sacro è reale al di là dei desideri, della coscienza o delle passioni degli individui e dei poteri di questo mondo. Ciò si esprime nei riti già descritti: non considerando che il sacro è qualcosa che trascende la percezione soggettiva di coloro che lo utilizzano, esso rimane soggetto all’arbitrarietà dei potenti. Come terzo argomento, strettamente correlato al primo, occorre sottolineare che la sacralità non dipende dalla volontà di un potere terreno, bensì dalla volontà costitutiva che il clero possiede per il proprio sacerdozio ministeriale, la volontà che giustifica il suo potere non solo sacramentale, ma anche consacratorio e di benedizione sugli oggetti. Dimenticare questo potere del sacerdote implica cessare di credere nelle istituzioni che lo tutelano. Quando la Chiesa afferma che il sacro può essere negoziato, semplificato, rattoppato o limitato da accordi privati, dimostra la sua incapacità di testimoniare una fede nell’ordine sacerdotale che ne fonda il ministero e l’autorità gerarchica, secondo il canone 129. La pax e il munus Questa denuncia ci conduce alla riflessione finale di questo articolo, che riguarda i beni secondari (non per importanza, ma in relazione al tema) lesi da questa situazione. In primo luogo, il riconoscimento che un potere temporale possa entrare in una Basilica (nientemeno pontificia) per trasformarla in un museo, una vetrina ideologica o un luogo di spettacolo non riguarda esclusivamente una ventina di monaci benedettini nella Sierra de Guadarrama (con il rischio che certe attività “museali” possano violare la sacralità del luogo come stabilito dal canone 1211). Riguarda la pace dei fedeli, che vedono la gerarchia ecclesiastica avallare con la sua firma che, pur rispettando simbolicamente l’altare, qualsiasi sua parrocchia, cappella o eremo possa entrare a far parte del mondo secolare, purché vi sia un'apparenza di rispetto per i diritti individuali fondamentali. Non dimentichiamo che importanti chiese e monasteri spagnoli ancora attivi sono di proprietà statale o pubblica, un precedente che concede allo Stato un pericoloso grado di libertà su questi luoghi di culto. Data la stretta relazione storica tra la Corona e la Chiesa, una parte significativa della vita contemplativa spagnola si svolge in edifici appartenenti al Patrimonio Nazionale, come il Monastero Reale di San Lorenzo de El Escorial (Agostiniani), il Monastero Reale dell’Incarnazione (Agostiniani Recolletti), il Monastero di Las Descalzas Reales (Clarisse), il Monastero di Santa María la Real de las Huelgas (Cistercensi), il Monastero Reale di Santa Clara de Tordesillas (Clarisse), il Monastero della Visitazione di Nostra Signora a Sant’Elisabetta (Agostiniani Recolletti) e il Monastero Reale di San Jerónimo de Yuste (Padri Paolini). Altri, come il priorato benedettino vicino alla valle, il Monastero Reale di Santa María de El Paular, o l’unico monastero rimasto dell’Ordine dei Geronimi, il Monastero di Santa María del Parral, sono di proprietà statale, retaggio delle confische di beni ecclesiastici del XIX secolo, sebbene il loro utilizzo sia stato restituito ai monaci. Altri ancora, come Covadonga o Montserrat, sorgono su terreni amministrati da fondazioni dipendenti dalle Comunità Autonome… Tutto questo senza nemmeno considerare situazioni internazionali più estreme, come quella della Francia. La gerarchia non si rende conto del pericolosissimo precedente che sta creando abbandonando una Basilica al suo destino? Qualcuno crede davvero che questa vita contemplativa sia praticabile, o addirittura auspicabile, se si svolge in chiese trasformate forzatamente in musei o vetrine ideologiche? In secondo luogo, questo è scandaloso: non solo per il potenziale di molestie e imposizioni ideologiche in uno spazio sacro. Inoltre, per chiunque conosca il caso, riflette una crescente sfiducia nell’efficacia sacramentale dei riti ecclesiastici, che, consacrando verbalmente uno spazio, sembrano privi di qualsiasi reale potere al di là dell’altare. Per di più, l’efficacia della consacrazione sembra derivare non dal rito in sé, ma dalla necessità pratica di destinare uno spazio al culto. È particolarmente grave che tutte queste concessioni al potere temporale siano fatte da qualcuno che non ne ha la giurisdizione, aggravando lo scandalo per la mancanza di conoscenza del Diritto Canonico e l’ignoranza della giurisdizione ordinaria. In terzo luogo, questo infligge un duro colpo all’immagine pubblica della Chiesa, rivelando una Chiesa disunita, asservita al potere temporale e ignara delle proprie istituzioni e dei propri diritti. Infine, abbiamo la dimenticanza del munus. Come indica il professor Gerardo Pereira-Menaut, il munus è la facoltà o capacità di fare, dare o produrre qualcosa; e la funzione personale deriva da questa capacità, che in certi casi civici diventa un compito, un dovere o un ufficio. La traduzione nel nostro caso sarebbe la dimenticanza dell’ufficio, ma intendendo che gli uffici ecclesiastici trascendono l’individuo, poiché l’individualità viene trascesa da un sacramento che associa il sacerdote o il vescovo al sacerdozio di Cristo. Quando si enfatizza eccessivamente la visione personalistica dell’ufficio, la volontà assoluta del soggetto finisce con l’eclissare l’assegnazione legale delle funzioni. Di ciò, due sono le conseguenze più disastrose: in primo luogo, l’abbandono del dovere di condurre i governanti temporali a Dio, seguendo l’esempio di Sant’Ambrogio, San Damaso, San Remigio, Sant’Isidoro, San Leandro o San Gregorio; poiché i bisogni personali finiscono per soppiantare quelli ecclesiastici e la sopravvivenza ha la precedenza sul martirio. In secondo luogo, poiché l’incarico è un giudizio per colui al quale è affidato (Matteo 25:14-30), questa eccessiva enfasi agisce come un giudice per chi ricopre tale carica, sia in questo mondo che nell’altro. |