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| Sulla santificazione della sodomia di Regis Martin Pubblicato su Crisis Magazine Ripreso e tradotto su Messa in Latino Il prof. Regis Martin è docente di teologia presso la Franciscan University di Steubenville (USA) ![]() La sodomia non è più un peccato? I casi di attrazione verso persone dello stesso sesso tra coloro che sono inclini a commetterla non devono più essere considerati un disturbo? Il sacramento del Matrimonio sarà presto amministrato a coppie impegnate in relazioni omosessuali? La Chiesa, in altre parole, ha cambiato idea sul tema della perversione sessuale, non insistendo più affinché i sodomiti cessino e desistano da una pratica che, fino a poco tempo fa, aveva inequivocabilmente condannato? Si potrebbe certamente pensarlo, a giudicare dall’ultimo documento uscito dalla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi, in cui l’insegnamento tradizionale della Chiesa viene completamente stravolto con la motivazione che esso persiste nel mantenere in vita un «paradigma» non più applicabile nel mondo di oggi (vedi). Ora ci viene detto che Nella missione della Chiesa non si tratta di proclamare astrattamente e applicare deduttivamente principi immutabilmente e rigidamente enunciati, ma di promuovere l’incontro vivo con la persona del Signore Gesù risorto, abitando l’esperienza della fede vissuta dal Popolo di Dio nella sua rilevanza personale e sociale […]. E quando l’esperienza vissuta si trova in contrasto con l’insegnamento tramandato dalla Chiesa? Che cosa succede allora? Basta semplicemente adeguare l’insegnamento alla pratica. Dio non voglia che le persone debbano adeguare la loro pratica all’insegnamento. A meno che, naturalmente, come tutti i tiranni, la Chiesa non imponesse il proprio insegnamento a chi non lo vuole, provocando così il disgusto delle persone. Altrimenti, sembra dire il documento, rimarremo tutti impotenti contro la tentazione della sclerotizzazione sterile e involutiva dei principi e degli enunciati, delle norme e delle regole a prescindere dall’esperienza delle persone e delle comunità. Intende dire, come tanti uomini e donne gay normali che desiderano solo che la Santa Madre Chiesa approvi e benedica la loro unione come quella di chiunque altro? E così, per rafforzare il concetto, gli autori includono testimonianze reali di omosessuali cattolici dichiarati, che affermano con orgoglio di essere sposati con altri uomini. Sono anche del tutto in pace con questa situazione, in quanto la vedono sia come un modo per placare i propri appetiti per il sesso gay, sia, secondo la loro visione, come un modo per soddisfare le esigenze della fede della Chiesa. Insiste Jason Steidl Jack, uno dei due uomini citati nel rapporto – visto l’ultima volta, tra l’altro, sulla prima pagina del quotidiano The New York Times, fotografato accanto al suo cosiddetto marito mentre riceveva la benedizione da padre James Martin S.I. [QUI: N.d.T.]: La mia sessualità non
è una perversione, un disturbo o una croce da portare; è
un dono di Dio. Ho un matrimonio felice e sano e sto vivendo pienamente
la mia vita come cattolico apertamente gay. Ci sono voluti anni di
preghiera, terapia e una comunità solidale per arrivare a questo
punto, ma ringrazio Dio per la mia sessualità e per la mia
situazione di vita. […]
Essere un cattolico LGBTQ non è facile, e molti giorni piango per il male che la Chiesa ha causato. Ma ho anche speranza. Ho assistito a una conversione durante il pontificato di papa Francesco a livello locale e universale della Chiesa, e non vedo l’ora di contribuire a edificare il corpo di Cristo che riflette il ministero di guarigione e inclusione di Gesù. A quanto pare, non è solo. Diversi prelati progressisti si sono uniti alla stessa causa, tra cui una figura di spicco come il card. Robert Walter McElroy, Arcivescovo metropolita di Washington, il cui abbraccio dell’«inclusione radicale» richiede che ai Cattolici LGBTQ+, per quanto impenitenti, sia concesso un posto allo stesso tavolo dove cenano i Cattolici eterosessuali, spingendo il suo collega mons. Thomas John Joseph Paprocki, Vescovo di Springfield in Illinois, a suggerire che, sostenendo una tale visione, che è palesemente eretica, egli potrebbe non essere più «in piena comunione con la Chiesa cattolica». Nessun problema, invece, per il card. Jean-Claude Hollerich S.I., Arcivescovo di Lussemburgo, che sostiene da tempo che, grazie alle scoperte della scienza moderna «priva di valori», ora sappiamo che l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità è diventato irrimediabilmente obsoleto – addirittura decisamente paleolitico. Dobbiamo quindi abbandonarlo immediatamente, per non rimanere così legati alle nostre credenze e abitudini da non essere mai più presi sul serio da nessuno. Dobbiamo superare le evidenti inadeguatezze del racconto della creazione in Genesi, ad esempio, che suppone in modo piuttosto pittoresco che Dio ci stesse effettivamente creando maschi e femmine e che l’istituzione del matrimonio e della famiglia ne sarebbe naturalmente seguita. Niente affatto, ci dice. Dobbiamo invece applicare «un’interpretazione sinodale del testo», per capire che, in realtà, era l’«umanità» che Dio stava creando, non uomini e donne. Tali dicotomie dell’età del bronzo devono lasciare il posto a una concezione più polimorfa di come l’umanità sceglie di accoppiarsi. «Noi, come Chiesa, facciamo parte di quell’umanità», ci ricorda, «e siamo chiamati a servire l’umanità». Sì, anche quando sembra che si stia gettando dalla scogliera più vicina. Beh, ecco la mia dicotomia, e lascia poco spazio di manovra: o la sodomia è un peccato, nel qual caso chi la pratica deve pentirsi e cercare, con la grazia di Dio, di superarla; oppure, se non è un peccato, allora buttiamo via i due Testamenti, l’Antico e il Nuovo, insieme a ogni altra restrizione della natura e della grazia che risale fino all’Eden prima e dopo la Caduta – senza lasciare più nulla da proibire nel regno sessuale. O da favorire, se è per questo. Come la castità, che è la pratica, in questi giorni sempre più necessaria ed eroica, di conformare la propria sessualità a uno standard di autocontrollo sul modello di Gesù Cristo stesso. Non è questa, dopotutto, la vera missione della Chiesa? Aiutarci tutti a vivere vite più caste per affinare l’immagine con cui siamo stati creati e, così, crescere sempre più perfettamente a somiglianza di Dio? Il punto fondamentale è che la Chiesa non è ora, né è mai stata, pastoralmente impegnata nella diffusione del peccato. Il suo compito è fare tutto il possibile per aiutarci ad arrivare in Paradiso, il che significa esortarci tutti a diventare santi. Sì, anche i sodomiti. A condizione, cioè, che, come tutti noi, rinuncino ai loro peccati. |