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| Roma e il progressismo tedesco: la capitolazione romana ![]() I membri del Dicastero per i Testi Legislativi, maggio 2026 Nell’articolo precedente abbiamo visto come i vescovi tedeschi siano riusciti, contro l’opposizione dichiarata della Curia, a mettere a punto il loro «Consiglio sinodale», ribattezzato per la bisogna «Conferenza sinodale». Certo hanno ancora bisogno dell’approvazione romana, ma la Curia non ha quasi più margine di manovra e si trova già sull’orlo della capitolazione. Questo secondo articolo dimostra che la Curia ha cercato di opporsi al cammino sinodale con una critica giustificata degli Statuti del cammino sinodale. Ma essa è stata semplicemente ignorata. Ma vi è di peggio: il Documento finale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità e il rapporto della Commissione canonica sull’applicazione del Sinodo rivelano l’adozione di posizioni condannate dalla Curia cinque anni prima. La Chiesa tedesca impermeabile alle critiche romane: gli Statuti del Cammino sinodale Il 4 settembre 2019, il cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, inviò una lettera al cardinale Reinhard Marx, allora Presidente della Conferenza Episcopale tedesca (DBK). La lettera conteneva una analisi del progetto degli Statuti del Cammino sinodale realizzata su sua richiesta dal Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi. La critica argomentata del Pontificio Consiglio Ogni concilio o sinodo è provvisto di un regolamento adattato alla propria situazione, ma i suoi elementi essenziali sono definiti dalla legge della Chiesa. Così, il Concilio Vaticano II aveva un regolamento specifico – modificato diverse volte durante il suo svolgimento su pressione dell’ala liberale, allo scopo di raggiungere i suoi obiettivi progressisti. La critica del Pontificio Consiglio riguarda soprattutto tre punti. - Il fine propostosi dal Cammino sinodale è illegittimo Gli argomenti da dibattere sono riuniti in quattro temi: “Potere, partecipazione e separazione dei poteri”, “Morale sessuale”, “Vita sacerdotale”, “Le donne nei ministeri e negli uffici della Chiesa”. Ora, dice la critica: «questi argomenti non riguardano solo la Chiesa tedesca, ma la Chiesa universale, e non possono essere oggetto di risoluzioni e di decisioni di una Chiesa particolare». Inoltre, lo ZdK (Comitato Centrale dei Cattolici tedeschi) ha accettato di partecipare al processo sinodale «a condizione che siano garantiti la consultazione aperta e il carattere vincolante delle decisioni» (Prologo degli Statuti, p. 1, n° 3). Come può una Chiesa particolare prendere decisioni vincolanti «quando le questioni trattate riguardano la Chiesa universale?» - Il Cammino sinodale è un concilio particolare che rifiuta di chiamarsi col suo nome Il Pontificio Consiglio nota che «risulta chiaramente dagli articoli del progetto degli Statuti che la Conferenza episcopale ha intenzione di convocare un concilio particolare secondo i canoni 439-446, ma senza utilizzare questo nome». In questo caso bisogna seguire la procedura prevista dal diritto. Questo comporta; una convocazione secondo le regole; degli obblighi sul numero e la qualità dei membri convocati; e la trasmissione degli atti alla Curia romana: essi potranno essere promulgati solo dopo la loro approvazione da parte della Sede apostolica. Il Consiglio insiste sul fatto che si devono seguire le regole canoniche per ogni «assemblea diocesana» e a fortiori, nazionale. – La composizione dell’Assemblea sinodale è contraria al diritto Gli articoli 3 e 5 degli Statuti del Cammino sinodale dimostrano che la Conferenza episcopale e lo ZdK sono alla pari: stesso numero di partecipanti, stessi diritti per la direzione, voti alla pari. Questa parità tra chierici e laici è contraria al diritto canonico. Perché, precisa il Pontificio Consiglio, la Chiesa non è strutturata democraticamente e le decisioni non sono prese dalla maggioranza dei fedeli. Ed aggiunge: «la sinodalità nella Chiesa, alla quale si riferisce spesso Papa Francesco, non è sinonimo di democrazia o di decisioni a maggioranza, ma un modo diverso di partecipare al processo decisionale». A giustificazione, il Pontificio Consiglio cita il documento su La Sinodalità nella vita e la missione della Chiesa della Commissione Teologica Internazionale, del 5 maggio 2018. Questo documento distingue tra elaborazione e decisione. «L’elaborazione è un compito sinodale; la decisione è una responsabilità ministeriale», in altre parole, la prima è comune a tutti, la seconda appartiene solo ai vescovi. Ora, gli Statuti non differenziano i due processi. Bisogna notare che le due ultime critiche sono state confutate dal Sinodo sulla sinodalità, dal suo documento finale e dai lavori dei gruppi di studio. Cosa che deve essere provata. La risposta del cardinale Marx La risposta del cardinale Marx fu tranciante. Egli ha preteso che gli Statuti criticati fosserp obsoleti e ha rimproverato al cardinale Ouellet il suo modo d’agire. Infine e soprattutto egli respinge l’obiezione senza mezzi termini: il Cammino sinodale è un «processo sui generis» che in nessun caso deve essere interpretato «attraverso il prisma degli strumenti del diritto canonico». Circolare, non c’è niente da vedere. Dopo questa lettera e l’incontro tra il cardinale e il Papa a Roma, nel settembre 2019, il Cammino sinodale non fu più disturbato, e non fu apportata alcuna correzione agli Statuti sui punti essenziali criticati. L’unica eccezione fu la soppressione del «carattere vincolante» delle decisioni, contraria al diritto dei vescovi. Il Documento finale del Sinodo sulla sinodalità Il Documento finale del Sinodo sulla sinodalità ha reso in gran parte caduca la risposta del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi (diventato Dicastero), poiché essa contraddice il Documento finale del Sinodo, che fu adottato da Papa Francesco. In che modo? La terza parte («Gettare la rete») studia tre elementi: «il discernimento ecclesiale, la cura dedicata ai processi decisionali e l’impegno a rendere conto e a valutare i risultati delle decisioni prese» (n° 79), che «sono strettamente legati» (n° 80). Questo testo è una proiezione della democrazia moderna sulla struttura della Chiesa, di origine divina, e sulle responsabilità che ne derivano. Ma la Chiesa non è una democrazia di questo genere. Si tratta quindi di un modo per reclamare una differenziazione delle decisioni secondo le culture. Che le decisioni pastorali possano divergere a seconda del contesto, nessuno lo nega, ma esse non si basano sulle teorie contemporanee delle scienze umane, che domani saranno superate. «L’articolazione dei processi decisionali» Il n° 92 afferma che «la competenza decisionale del vescovo, del Collegio dei vescovi e del vescovo di Roma è inalienabile, poiché è radicata nella struttura gerarchica della Chiesa stabilita da Cristo al servizio dell’unità e del rispetto della legittima diversità». Molto bene. Ma prosegue: «Tuttavia, essa non è incondizionata: un orientamento che emerge durante il processo consultivo (…) non può essere ignorato. Quindi, una opposizione tra consultazione e deliberazione è inappropriata. La formula del Codice che parla di un voto “semplicemente consultivo” deve essere riesaminata» per chiarire la distinzione e l’articolazione tra consultivo e deliberativo. In altre parole, tutto sarà più o meno «deliberativo». E questo deve essere fatto rapidamente: il n° 94 avverte: «Senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà i membri del Popolo di Dio che hanno forza e speranza nel processo sinodale». Ma occorre affermare che vi è una indubbia opposizione tra «consultivo» e «deliberativo», è quanto spiega a lungo il documento della Commissione Internazionale di Teologia citato prima dal Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi, che gli permette di criticare gli Statuti del cammino sinodale. Cosa potrebbe dire oggi? Non potrebbe fare altro che acconsentire e tacere… «Trasparenza, responsabilità, valutazione» Questo capitolo vuole instaurare una sorveglianza dei processi e dei loro responsabili, cosa che è estranea a tutta la Tradizione. Vi sono delle strutture fondate da Cristo e spetta ad esse assumere la missione loro affidata: decidere e controllare. Quando si verificano abusi e disfunzioni, la soluzione sta sempre nella conversione interiore ed in una vita spirituale rinnovata: «riforme» che sono state così spesso al centro dell’attività dei santi Papi, dei santi vescovi e dei santi fondatori. Ma non in sistemi di sorveglianza dell’autorità da parte dell’insieme dei fedeli. Il n° 103 chiede «delle procedure periodiche di valutazione delle prestazioni di tutti i ministeri e delle posizioni in tutta la Chiesa». E il n° 102 che «il modo in cui i processi di responsabilità e di valutazione sono attuati a livello locale dovrebbe essere incluso nella relazione delle visite ad limina». Una cosa sembra essere totalmente sfuggita ai membri del Sinodo: il clero esercita un ministero la cui parte principale sfugge a qualsiasi valutazione. Certo, possono essere valutate le attitudini, l’osservanza delle regole, il modo di agire, le competenze tecniche; ma la vita interiore, l’intensità della preghiera, l’unione con Dio, il dono della grazia alle anime, chi le valuterà? «Sinodalità e organi partecipativi» Quest’ultimo punto considera gli organi che già esistono e la possibilità di ampliarne il numero, che è già fin troppo elevato (Sinodo diocesano, Consiglio presbiteriale, Consiglio pastorale diocesano, Consiglio pastorale parrocchiale, Consiglio diocesano e parrocchiale per gli affari economici). Ma sono una leva fondamentale per l’attuazione degli orientamenti sinodali. Il n° 104 ne chiede l’obbligatorietà. Il n° 106, che si interessa della loro composizione, propone che «in funzione dei bisogni dei diversi ambiti, può essere opportuno considerare la partecipazione di rappresentanti di altre Chiese e Comunioni cristiane, come avviene nell’Assemblea del Sinodo, o di rappresentanti di altre religioni presenti nella regione». Nessun commento… Per chiudere il capitolo, si propone «come modello di consultazione e di ascolto, di tenere con una certa regolarità delle assemblee ecclesiali a tutti i livelli, cercando di non limitare la consultazione della Chiesa cattolica, ma di aprirsi all’ascolto dei contributi delle altre Chiese e Comunioni cristiane, rimanendo attenti alle religioni presenti sul territorio». Ci troviamo al cospetto della logica parlamentare della democrazia moderna, nonostante quello che dicono coloro che cercano di negarla: ci devono essere delle commissioni a tutti i livelli, delle regolari riunioni con tutte le parti, anche quelle dell’opposizione, e una «ricerca del consenso» (sette occorrenze). Ma né la fede, né la morale, né la pastorale sono oggetto di consenso: la Fede è un dono di Dio, la morale ne deriva in modo vincolante e secondo l’insegnamento del Magistero, e la pastorale attiene alla grazia particolare che un vescovo, o un sacerdote, riceve per il suo gregge. Il rapporto della Commissione canonica La Commissione canonica è stata istituita durante la prima sessione del Sinodo dei vescovi, nell’ottobre 2023. Il suo scopo iniziale era cogliere «lo spirito del Sinodo», valutare le procedure e comprendere quello che proponevano i membri dell’Assemblea sinodale. Essa ha pubblicato un rapporto iniziale, poi un rapporto intermedio, ma si è sempre in attesa del rapporto finale. Proposte sui Consigli pastorali e sulla sorveglianza Un primo suggerimento propone di rendere obbligatori i Consigli pastorali (diocesano e parrocchiale). [Il Consiglio pastorale diocesano è un organo consultivo composto da laici e chierici; esso deve «aiutare il vescovo a discernere i bisogni pastorali della sua diocesi e ad attuare le azioni pastorali appropriate». Il Consiglio pastorale parrocchiale ha un compito simile per la parrocchia]. Una proposta successiva sottolinea «il dovere del parroco di chiedere al Consiglio indicazioni, orientamenti, osservazioni, controlli, suggerimenti, ecc., ma vi è anche il corrispondente diritto-dovere di ogni membro dell’organismo di dare il proprio parere su ciò che è portato all’attenzione e al discernimento»: vale a dire, la democrazia obbligatoria. La stessa proposta aggiunge che: «per sottolineare l’importanza della consultazione nei principali processi decisionali, si ritiene appropriato che il termine tantum (solo) sia soppresso in tutte le norme che lo contengono». Era una delle proposte del Sinodo, che di fatto faceva sparire il «consultivo» a favore del «deliberativo»: tutti decidono. Il testo prosegue chiedendo «una norma che garantisca che la maggioranza dei membri del Consiglio pastorale sia composta da laici, con una adeguata presenza di donne, di giovani e di persone che vivono in condizione di povertà o che subiscono altre forme di emarginazione». Poi il testo chiede di considerare «secondo delle modalità da determinare (per esempio come invitati) che coloro che vivono in situazioni personali e/o coniugali complesse possano partecipare a questi organismi», cosa vietata dall’attuale diritto canonico. Le due proposte successive chiedono «di identificare le questioni particolari sulle quali è obbligatorio chiedere il parere del Consiglio, stabilendo l’obbligo di consultare l’organismo»; e «di stabilire un adeguato numero minimo di riunioni annuali, allo scopo di assicurare il suo efficace funzionamento e la sua fecondità pastorale». Infine, l’ultima proposta richiama «la necessità di rafforzare ulteriormente la “cultura della trasparenza e della responsabilità”» che implica «che l’autorità ecclesiastica competente (vescovo, parroco) “renda conto” all’uno o all’altro Consiglio delle decisioni pastorali da prendere e da assumere; questo significa che il Consiglio può chiedere di rendere conto di certe scelte, e che l’autorità competente deve farlo. Ed ecco che sorgono le domande: quale giovane potrebbe impegnarsi per diventare un «gestore corresponsabile» con i fedeli di una parrocchia, invece di esserne il pastore zelante? E quale sacerdote accetterebbe di diventare vescovo per essere messo nella condizione di dover rendere conto a dei Consigli delle sue decisioni, di cui è del tutto responsabile davanti a Dio e al Papa. Si immagini per un momento il santo Curato d’Ars obbligato a rispondere dei suoi atti davanti ad un Consiglio parrocchiale… Proposte relative alle riunioni dei vescovi E' stato proposto di rendere obbligatoria «una frequente coordinazione tra i vescovi, nonché l’adesione volontaria alle direttive approvate insieme, anche se esse non hanno un carattere espressamente obligatorio». Una richiesta che viola un principio costituzionale della Chiesa: il vescovo è il solo giudice nella sua diocesi e non deve aderire a delle direttive che egli giudica diversamente. E’ arrivata poi «l’ipotesi di una istituzione funzionale a “due fasi”: un organo deliberante episcopale superiore [composto solo da ecclesiastici] e un organo consultivo misto (Consigli pastorali diocesani o interdiocesani), istituzionalmente separati, creando così un sistema in qualche modo simile al dual orientale del Sinodo episcopale e dell’Assemblea patriarcale». Si tratterebbe di «una vera innovazione istituzionale nel contesto latino, ma dimostrata dal diritto orientale come compatibile con la struttura gerarchica della Chiesa, (…) e basata su un’ampia richiesta dei fedeli latini che auspicano garanzie giuridiche per una attività sinodale mista periodica anche a livello locale». «In un tale sistema a “due fasi” la presenza dei laici sarebbe, non solo obbligatoria, ma anche la loro proporzione e la loro partecipazione sarebbero molto più significative». Il quid è che, in Oriente, il Sinodo episcopale e l’Assemblea patriarcale sono strettamente ecclesiastiche, come è stato ricordato al Sinodo da un vescovo greco-cattolico. Quindi, l’esempio è fondamentalmente errato e, è il caso di dirlo, disonesto. Infine, la proposta di Consigli pastorali interdiocesani che includano i laici è un chiaro riconoscimento della Conferenza sinodale messa a punto dal Cammino sinodale tedesco. Ciò dimostra che il Sinodo sulla sinodalità e il Cammino sinodale tedesco convergono, a vantaggio di quest’ultimo. Pertanto, non è affatto esagerato parlare di capitolazione romana. |