Né Ario né Atanasio:

i semi-ariani del XXI secolo





di  Leonildo Trombela Júnior








Sant'Atanasio e Ario



“I semi-ariani tentarono una via di mezzo tra ortodossia ed eresia, ma non riuscirono a mantenere la loro posizione” Cardinale John Henry Newman (1801-1890)


1. Introduzione

Esiste un certo gruppo di cattolici che, non con umiltà e utilizzando la definizione classica di virtù in modo sofisticato (1), si pone come la retta via tra due deviazioni dell’era post-conciliare. Si vedono come una splendida montagna circondata da due precipizi, che possiamo riassumere come segue:

Da una parte, i modernisti/progressisti, che dicono: “grazie al Cielo la Chiesa è cambiata”, e celebrano la rottura.

Dall’altra parte, i tradizionalisti: “Purtroppo la Chiesa è cambiata”, e lamentano la rottura.

Per salvarci da questi due gruppi, ecco che arriva il cattolico “conservatore” o, come alcuni di loro amano definirsi, i continuisti. Questi, come cavalieri in armatura scintillante, sottolineano sempre i difetti di entrambe le parti e, come abili venditori, si presentano come la vera soluzione cattolica. Né attaccati a un passato cristallizzato, dicono, né alla tempesta rivoluzionaria.

Non nego che il sofisma abbia il suo fascino; altrimenti, i suoi vari sostenitori non sarebbero circondati da sostenitori sui social media (non che questo dato significhi qualcosa di più di ulteriori guai per le loro anime nel Giorno del Giudizio, ma comunque...).

Trovo opportuno paragonare questa linea di pensiero conservatrice ai semi-ariani del IV secolo. Come le loro controparti della Chiesa originaria, i conservatori/continuisti non tollerano ciò che considerano gli estremi: da una parte, Ario e il suo atroce progressismo (fino al punto di fargli esplodere gli organi interni), e dall’altra, il vescovo scomunicato Atanasio, un altro radicale eccessivo che combatté quasi da solo contro l’intero mondo ariano.

Due uomini così estremisti e così convinti non potevano essere tollerati a lungo: serviva una via di mezzo: né Ario con la sua idea di “sostanza diversa” (heteroousios) né Atanasio con la sua “della stessa sostanza” (homoousios), che alle orecchie di questi proto-conservatori suonava come una sorta di eresia cristologica.
Era quindi necessario coniare un nuovo termine: homoiousios, “di sostanza simile”, cioè Cristo avrebbe avuto una “sostanza simile” a quella di Dio Padre, e così, in un astuto compromesso, si sarebbe risolta questa annosa disputa tra “diverso” e “uguale”.
Una sola iota (ι) in “homo” (uguale) e abbiamo “homoi” (simile), e così i semi-ariani non si schierarono più in questa giungla di convinzioni, salvaguardando in tal modo un manto di cattolicità e sicurezza senza per questo cadere nell’“hetero”. Né “omo” né “etero”, bensì il semi-ariano è un “homoi”.

È nello stesso spirito dei semi-ariani che i nostri contemporanei conservatori hanno accolto il discorso di Papa Benedetto XVI alla Curia del 22 dicembre 2005 come principio guida nella lotta contro i tradizionalisti odierni (2026).
In quel discorso, il Papa ha proposto un’ermeneutica della riforma in continuità, o semplicemente “ermeneutica della continuità”, che non è propriamente Magistero (come quasi nulla lo è stato dal 1965), ma un’espressione “in modo nuovo” su una serie di temi: il rapporto tra la Chiesa e l’era moderna, il rapporto tra la fede e le scienze moderne, il rapporto tra la Chiesa e lo Stato moderno, ecc. Pertanto, non si tratta più di dire, ad esempio, che il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha rappresentato una rottura con i diciannove secoli precedenti e i rispettivi concilii, ma piuttosto che esso (e la sua posterità) ha detto “in modo nuovo” a un nuovo pubblico (2) ciò che la Chiesa aveva sempre detto.

Pertanto, per fare un esempio introduttivo, quando il Concilio Vaticano II approvò la Dichiarazione Dignitatis Humanae (DH) sulla libertà religiosa, non contraddiceva le Scritture (Salmo 96,6 o 1 Corinzi 10,20) né praticamente l’intero Magistero precedente, né tantomeno la vita dei santi Martiri, che morirono letteralmente per essere contro la libertà religiosa.

In modo nuovo, i conservatori si premurano di spiegare che, alla luce dei nuovi rapporti con uno stato moderno così diverso dalla vecchia patria, non possiamo applicare le stesse categorie di prima; da qui la seguente affermazione, che, per quanto strana possa sembrare, dovrà essere spiegata in termini di “ermeneutica della continuità”.

Il Concilio Vaticano II dichiara che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Tale libertà consiste nel fatto che tutti gli uomini siano liberi da ogni coercizione, sia da parte di individui, gruppi sociali o qualsiasi autorità umana; e che, in materia religiosa, nessuno sia costretto ad agire contro la propria coscienza, né impedito di agire secondo essa, in privato e in pubblico, da solo o in associazione con altri, entro i limiti del dovuto. (DH § 2)

Leggete e rileggete questo brano e cercate di capire come questo scritto possa essere sincronizzato con tutto ciò che lo ha preceduto. Il conservatore ci riesce, anche se va contro la logica.
Approfondiremo questo argomento più avanti (nel paragrafo 2.2).

Infine, è proprio alla luce di questa visione conservatrice/continuista che vorrei commentare un video recente.

Si tratta del video “Il più grande ERRORE dei modernisti e dei tradizionalisti - La verità sul Concilio Vaticano II”, di Rafael Brodbeck, pubblicato il 17 luglio 2026, che, non a caso, utilizza come immagine illustrativa un Ario e un Atanasio contemporanei: da una parte Leonardo Boff (1938-) e dall’altra Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991).

Se fosse un sacerdote, non scriverei né direi nulla su questo video, perché un laico perde sempre in una disputa pubblica con un sacerdote:

Se il laico ha ragione e sconfigge il prete, la dignità sacerdotale viene ferita agli occhi del più debole, che non sarà in grado di distinguere i sofismi del prete dal suo sacro Ordine. Pertanto, non è il singolo individuo a mentire, ma il sacerdote o il vescovo.

Se il laico è dalla parte della verità e viene sconfitto dal sacerdote, ha reso un cattivo servizio alla verità e ha conferito dignità all’errore agli occhi dei deboli, e poiché tale affermazione è stata pronunciata (e convalidata) da un sacerdote, molti dei deboli si aggrapperanno all’errore per sempre.

L’autorità è una questione troppo seria, e un laico, salvo per ordine di un vescovo o di un sacerdote corretti, non dovrebbe mai impegnarsi in un dibattito pubblico (cioè, davanti alle masse) alla pari con un sacerdote, se non per difendere se stesso e coloro che sono sotto la sua responsabilità da calunnie, diffamazioni e menzogne, e anche in tal caso con grande cautela, preservando le regole della Carità e della correzione fraterna (3).
Chiunque abbia letto il Dialogo di Santa Caterina con Dio Padre sa quanto Egli detesti le persone che interferiscono con i Suoi sacerdoti (compresi quelli cattivi).

Ma Brodbeck non è un sacerdote e molto probabilmente non leggerà nemmeno questo testo (il che, onestamente, mi risparmia la fatica), quindi andiamo avanti.

Questa volta non farò un articolo di “reazione”, ma piuttosto un commento generale sugli argomenti trattati. Non si tratta di un caso “urgente”, come quello del dottor Juliano Mello, che ha lasciato il movimento tradizionalista diffondendo menzogne oltraggiose, ma piuttosto di qualcuno che si trova nella stessa posizione da decenni, come lui stesso afferma nel video.
Pertanto, possiamo fare qualcosa di più strutturato e attuale.


***

2. Le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X: uno scandalo per i conservatori

2.1 Un breve viaggio attraverso un termine problematico

È nel contesto del dopo le consacrazioni episcopali effettuate dalla Fraternità San Pio X il 1 luglio 2026 che affronteremo il video di Brodbeck.

Egli inizia la sua esposizione esattamente come ho iniziato io l’introduzione: presentando la sua visione del mondo come una virtuosa via di mezzo tra due gruppi (tradizionalisti radicali e modernisti) che giungono alla stessa conclusione storica ma intraprendono azioni diverse.

Certamente, questo video non esisterebbe se non fosse per la Dichiarazione del 2 luglio del Dicastero per la Dottrina della Fede, che dichiara la scomunica non solo dei sei vescovi (consacranti e consacrati), ma anche dei sacerdoti, dei membri laici del Terz’Ordine e dei “formali” aderenti alla posizione della Fraternità (4).
Sebbene l’assurda dichiarazione sia considerata sconcertante persino dagli oppositori della Fraternità Sacerdotale San Pio X (5), è stata comunque ben accolta dai gruppi che condividono la visione di Brodbeck: per loro si realizza un desiderio a lungo coltivato, quello di essere i custodi dell’integrità della fede cattolica, nonché l’unica “opposizione” autorizzata.
Come ha affermato lo stesso Brodbeck, egli partecipa alla nuova Messa, ma preferirebbe che vi fossero solo Messe tridentine.

A sostegno della sua tesi di una virtuosa via di mezzo, Brodbeck fornisce un esempio che mostra come sia i modernisti sia i tradizionalisti commettano lo stesso errore di lettura nell’interpretare l’espressione “la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica” (Lumen Gentium 8): entrambi, secondo lui, leggono il cambiamento dal verbo est (è) in subsistit (sussiste) come una rottura dottrinale – alcuni da celebrare, altri da deplorare.
Per annullare questa lettura, ricorre a una riflessione metafisica di un soggetto il cui nome, per igiene testuale e mentale, mi rifiuto di riportare qui; questa riflessione si basa sulla distinzione aristotelico-tomista tra sostanza e accidente: solo la sostanza sussiste propriamente; gli accidenti esistono solo in qualcosa. Pertanto, affermando che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, il Concilio non indebolirebbe l’identità tra le due, ma la rafforzerebbe, affermando che la Chiesa di Cristo esiste lì concretamente, pienamente e sostanzialmente, e non come un mero insieme disperso di elementi tra le confessioni.
Per Brodbeck, quindi, subsistit avrebbe un peso metafisico pari o superiore a est, e la scelta del termine sarebbe semplicemente un affinamento filosofico, non un cambiamento di contenuto, nello stesso spirito con cui Nicea coniò homoousios senza per questo inventare una nuova dottrina sulla Trinità.
Tuttavia, come i suoi predecessori, egli comprende, non ironicamente, la confusione che il termine homoousios causò all’epoca.

Da lì, rafforza la sua interpretazione invocando l’autorità magisteriale: afferma che la Dichiarazione Dominus Iesus (2000) e la Risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2007 (entrambe scritte da Ratzinger, prima come cardinale, poi come Papa) hanno già fornito l’interpretazione “categorica” e “definitiva” dell’espressione, chiudendo ogni spazio a dubbi.
Il suo ritornello è che, alla luce di ciò, “non c’è più bisogno di piangere”: chiunque veda ancora ambiguità o rottura in subsistit in ignorerebbe il fatto che la Chiesa stessa si è già interpretata in modo autorevole e irrevocabile.

C’è però un dettaglio che lo stesso Brodbeck trascura, e che proviene proprio dalla persona che cita come massima autorità.
Nel febbraio del 2000 (lo stesso anno di Dominus Iesus, di cui sarebbe stato l’autore principale in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede), il Cardinale Ratzinger tenne una conferenza sull’ecclesiologia della Lumen Gentium in cui affermò, senza mezzi termini: “L’intero problema ecumenico si cela nella differenza tra subsistit ed est” (6).
Si noti bene: non disse che la differenza è irrilevante, una mera sottigliezza filosofica, ma piuttosto che l’intero problema ecumenico risiede in essa. E l’allora cardinale si spinse ancora oltre nello stesso colloquio, in un passaggio che qualsiasi continuista avrebbe preferito non leggere: “La differenza tra subsistit in ed est racchiude il dramma della divisione ecclesiale (...) non si può, in ultima analisi, risolvere completamente, da un punto di vista logico, questa differenza tra subsistit ed est” (7).

Ora, se lo stesso autore di Dominus Iesus riconosce, nello stesso anno della sua pubblicazione, che la differenza tra i due verbi non può essere risolta logicamente, con quale autorità Brodbeck ci assicura che “non c’è più pianto”, che la questione è “categoricamente” chiusa?
Il “dramma” che Ratzinger ammette esistere è proprio ciò che lui, sette anni dopo, cerca di attenuare con la Risposta del 2007, la quale rivela già, con la ripetizione dello sforzo, che la presunta chiarezza del 2000 non convinse nemmeno la Curia stessa.
Ma questa volta l’autore del video conclude: ora, dopo il 2007, “non c’è più pianto”.

A questo proposito, si rende necessaria un’osservazione che, pur essendo condivisa da Brodbeck, lui non ne trae tutte le conclusioni: qual è, in definitiva, il peso magisteriale di questi testi? Né la Dominus Iesus (usato dall’autore come parola definitiva sulla questione del sussisit in) né la Risposta del 2007 si presentano come definizioni dogmatiche, né tantomeno come atti del magistero ordinario in senso pieno. Essi sono, nella loro stessa definizione, una declaratio e una responsa ad quaestiones, ovvero chiarimenti, risposte a dubbi sollevati, esercizi di dialogo dottrinale, non solenni professioni di fede né conferme irrevocabili di una verità già definita con sufficiente chiarezza.

È il genere stesso del documento post-conciliare a testimoniare il problema: quando prima la Chiesa aveva semplicemente bisogno di insegnare, definiva; quando aveva bisogno di chiarire (ripetutamente, a ogni generazione, sullo stesso punto) è perché il testo originale non insegnava con la chiarezza che si pretende. Una questione che necessita di risposta due volte in sette anni, da documenti che non pretendono di avere l’autorità di una costituzione dogmatica o che sono una manifestazione del magistero ordinario che ribadisce quanto già insegnato, non dimostra che “la Chiesa ha già detto tutto”. Dimostra il contrario: che il magistero stesso, nella sua forma più frequente post-conciliare, ha abdicato all’insegnamento con l’autorità che rivendica, pur insistendo di aver già insegnato.
Non si tratta semplicemente di “magistero pastorale” (poiché ogni opera pastorale è guidata dal dogma), ma piuttosto di un abituale rifiuto da parte della gerarchia di esercitare un’autorità che le compete.

Inoltre, non è opportuno qui proseguire la discussione sul “subsistit in”, poiché nessuno di noi è un teologo, tanto meno un sacerdote. Non si tratta del nostro ruolo di Chiesa docente, bensì di Chiesa discente, sebbene il Concilio abbia, in parte, offuscato questa distinzione con le sue dichiarazioni confuse.
Ed è ancor meno opportuno che l’autore del video affermi che sia semplicemente impossibile che in soli vent’anni la Chiesa sia passata dalla concezione di Mystici Corporis Christi (1943), che affermava che la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo, a quella di Lumen Gentium (1964), in cui la Chiesa cattolica sussiste nella Chiesa di Cristo.
Il suo sospetto di improbabilità (un cambiamento improvviso nell’arco di una generazione) non dimostra nulla. È evidente che in questa nuova concezione si verifica uno spostamento di prospettiva, riconosciuto persino da Johannes Dörmann (1922-2009), un teologo non propriamente tradizionalista né identificato come un semplice modernista.

«Secondo la concezione tradizionale, l’unità della fede viene distrutta dall’eresia, l’unità della comunione dallo scisma. L’unicità e l’unità della Chiesa erano intese in modo assoluto ed esclusivo (extra ecclesiam nulla salus). È proprio questa esclusività che la Dichiarazione cerca di superare attraverso una nuova e modificata inclusività. (...)

«Anche la Tradizione la vedeva in questo modo: insegnava in modo decisivo la necessità universale della Chiesa per la salvezza (extra ecclesiam nulla salus), ma al tempo stesso ammetteva che anche coloro che non appartengono effettivamente alla Chiesa possono raggiungere la salvezza se si trovano in un’ignoranza invincibile della vera religione. In questo caso, l’appartenenza effettiva alla Chiesa può essere sostituita dal desiderio (votum) di essa.
In tal modo, la possibilità di salvezza al di fuori della Chiesa visibile si trasferisce alla coscienza dell’individuo e riguarda il rapporto più intimo tra Dio e l’anima, che è di per sé al di là della portata di qualsiasi ulteriore indagine teologica. (...)

«La posizione della Chiesa cattolica è predeterminata nel dogma ed è descritta essenzialmente nel titolo della Declaratio: Dominus Iesus – De Iesu Christi atque Ecclesiae unitate et universalitate salvifica. Ciò solleva una pretesa di autorità assoluta.

«Da questo punto di vista assoluto, la Chiesa conciliare guarda alle altre religioni con grande stima. Esse, nella prospettiva della Dichiarazione, sono per i loro seguaci veri mezzi di salvezza, vie legittime di salvezza che, in virtù dei semi del Verbo in esse presenti, indicano e conducono a Cristo. Un tale apprezzamento delle religioni non cristiane non può essere fondato né sulla Sacra Scrittura né sulla Tradizione (8).

Si noti che non sono io, il “radicale gnostico/nostalgico”, come ci definiscono Brodbeck e il suo gruppo, ad affermare che subsistit in non trova eco nella tradizione precedente, bensì lo stimato e tutt’altro che marginale teologo Johannes Dörmann, Dottore in Teologia (1963) sotto gli auspici di Joseph Ratzinger.

L’esclusivismo classico (al di fuori della Chiesa cattolica non c’è salvezza) è stato sostituito dall’inclusività (altre religioni possiedono mezzi di salvezza incompleti, sebbene la natura di tali mezzi e il loro possesso siano vagamente definiti, come sottolinea lo stesso Dörmann).



2.2 Un’ermeneutica senza eco nella Tradizione: un insieme di continuità e discontinuità

Ma il subsistit in è semplicemente il prodotto di ciò che sottende le affermazioni di Brodbeck. Il video sostiene l’intera tesi di fondo — “non c'è stata alcuna rottura nel Concilio e nella sua posterità, c’è stato uno sviluppo omogeneo della dottrina” — sulla duplice autorità del cardinale John Henry Newman (1801-1890) e del discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005.
È lo stesso rispettabile duo che oggi sostiene quasi l’intero edificio “continuista”: Newman fornisce la categoria filosofica (sviluppo che non cambia la sostanza, ma la approfondisce soltanto), e Ratzinger fornisce la presunta canonizzazione magistrale di questa categoria come “ermeneutica della riforma”.
Vale quindi la pena chiedersi se queste due fonti sostengano davvero la tesi conservatrice-continuista.


Cominciamo da Newman. Va innanzitutto notato che nei suoi scritti cattolici è un uomo senza eresie e che fu elogiato nientemeno che da San Pio X (9). Tuttavia, la sua dottrina della coscienza, che funge da matrice per il personalismo teologico che sottende certi atteggiamenti dei conservatori (una dottrina che, secondo lo stesso Benedetto XVI, è diventata «il fondamento di quel personalismo teologico che ci ha attratti tutti con il suo fascino» (10)), non nacque da una serena riflessione speculativa sulla natura del giudizio morale, bensì da una concreta situazione politica: la lettera al Duca di Norfolk del 1874-75, in risposta all’attacco di Gladstone, che accusava i cattolici inglesi di slealtà verso la Corona per aver obbedito prima a Roma.
La celebre formula – brindare “prima alla Coscienza, poi al Papa” – era, come osserva Dardo Juan Calderón in un controverso articolo, una via d’uscita d’emergenza per salvare posizioni, proprietà e rispettabilità sociale in un paese protestante e massonico, non una dottrina distillata a freddo (11).
E lo stesso Newman, intuendo il pericolo di aver aperto una porta alla pura immanenza, cercò di chiuderla duplicando il concetto: una coscienza che “forma solo una sorta di intuizione”, e un’altra che è “l’eco della voce di Dio” – ma non riuscì mai, osserva Calderón, a uscire completamente dal circolo vizioso, perché mantenne sempre la coscienza come un’istanza precedente alla Chiesa, che la Chiesa “corregge” solo dopo essersi costituita, e non come qualcosa che esiste solo dopo essere stata formata da essa (12).
Questo ci porta ad altre osservazioni.

Padre Émile Baudin (1875-1949), professore di filosofia al Collège Stanislas, all’Istituto Cattolico di Parigi e alla Facoltà di Teologia Cattolica di Strasburgo, è l’autore di questo magistrale studio che fa il punto sulla “Filosofia della Fede di Newman”.
Il punto di partenza della riflessione di Newman, il problema che solleva, non è una difficoltà astratta, la difficoltà posta dalla possibilità e dalla natura dell’atto di fede teologica preso in quanto tale. È un fatto. È il fatto stesso della fede di Newman. Pertanto, si tratta di rendersene conto. E Newman lo fa affermando che la sua fede è una adesione (un “assent”) e non il risultato di una deduzione o inferenza razionale. La fede è, quindi, una adesione reale e, come tale, si contrappone a una adesione che sarebbe puramente logica o scientifica.
Questa adesione ha il suo strumento, di un nuovo tipo simile a se stesso: è il senso illativo, un senso intellettuale, distinto dalla semplice comprensione di un argomento scientifico, e che lo supera. È il senso dell’intelligenza che intuisce la verità. Questo senso intellettuale fonda la fede. La teoria generale della fede sviluppata da Newman, basata sulla sua stessa fede, gli ispira quindi una psicologia della fede, un’apologetica e una teologia del rapporto tra fede e ragione.
Dal punto di vista della psicologia della fede, cioè del meccanismo mediante il quale l’atto di fede è prodotto dalle facoltà dell’anima, il senso illativo intuisce la verità in quanto frutto di disposizioni morali. La salvaguardia della fede è, dunque, una buona disposizione del cuore, e il senso illativo è un senso morale che, come tale, sfugge al controllo della ragione. L’apologetica non fa più parte della scienza teologica; è l’arte di mettere a tacere la ragione per lasciare che il senso morale parli. Infine, per quanto riguarda il rapporto tra fede e ragione, la prima si contrappone alla seconda come una facoltà di intuizione e azione si contrappone a una facoltà di analisi e speculazione (13).

Fu proprio questa ambiguità irrisolta, e non la presunta chiarezza raggiunta da Newman, che Ratzinger assunse come fondamento esplicito del suo personalismo, in una conferenza a Dallas nel 1978, molto prima di diventare Papa. Ciò avrebbe avuto ripercussioni in futuro, quando Ratzinger stesso divenne Papa e ampliò ulteriormente la sua già considerevole influenza.

Ora, questo principio ambiguo adottato dai continuisti è la stessa struttura che abbiamo già visto nel caso del subsistit in: un’ambiguità costitutiva, nata da un bisogno che non è propriamente teologico (lì, l’ecumenismo, come ammise lo stesso cardinale Ratzinger; qui, la sopravvivenza politica di una minoranza cattolica), che viene poi presentata, decenni dopo (come, ad esempio, da Brodbeck), come una profondità filosofica che consolida la continuità con la tradizione.

Ma qui c’è qualcosa di più preciso da fare che discutere la biografia di Newman: possiamo applicare i suoi stessi criteri.
Nel capitolo cinque di “An Essay on the Development of Christian Doctrine” (14), opera madre di alcuni continuisti (sebbene sembri che alcuni non l’abbiano letta o preferiscano un Newman frammentario), l’autore non ha lasciato lo “sviluppo legittimo” della dottrina come una categoria vaga. Ha stabilito sette punti per distinguere il genuino sviluppo di una dottrina dalle corruzioni.
Il suo punto di partenza per estrarre questi sette punti è l’analogia con la fisica costitutiva dei corpi viventi (15):

Preservazione del tipo

Continuità dei Principii

Potere di Assimilazione

Sequenza logica

Anticipazione dl suo futuro

Azione conservatrice sul suo passato

Vigore cronico


Il sesto punto: “Azione conservatrice sul suo passato”,  esige che un autentico sviluppo sia “un'aggiunta che illumina, non oscura; che corrobora, non corregge, il corpo di pensiero da cui procede”; e cita, come criterio per questa prova, San Leone Magno: “Scoprire ciò che è già stato rivelato, riconsiderare ciò che è già stato concluso, stracciare ciò che è stato stabilito: che cos’è questo se non ingratitudine per ciò che è già stato ottenuto?”.
Ora, è lo stesso cardinale Kasper che ci dice che, nel Concilio, “il subsistit in ha sostituito il precedente est (16) – la parola usata è “substituiu” (rimosso, non approfondito, non illuminato).
Secondo i criteri di Newman, questo è già il vocabolario della corruzione, non dello sviluppo: il testo si presenta esplicitamente come uno scambio, non come una chiarificazione di ciò che era già presente.
Usando le parole di Leone, potremmo dire che, quantomeno, c’è stata una “riconsiderazione di ciò che era già stato definito”.

Il secondo punto, “Continuità dei Principii”, distingue tra dottrine (che cambiano espressione) e principi (che devono rimanere fissi indipendentemente dalla loro nuova espressione). Ma il principio in gioco qui – che la Chiesa cattolica è, semplicemente, la Chiesa di Cristo, e che al di fuori di essa non esistono mezzi istituzionali e collettivi di salvezza – non è una dottrina accidentale, bensì il principio formale di tutta l’ecclesiologia preconciliare.
Sostituire questo principio con un altro (quello di una “Chiesa di Cristo” più ampia della Chiesa cattolica, che sussiste al suo interno ma è presente attraverso “elementi” al di fuori di essa) non significa sviluppare una dottrina secondo lo stesso principio, ma adottare un nuovo principio.

E, come scrive lo stesso Newman, “uno sviluppo fedele deve conservare sia la dottrina sia il principio da cui è partito”.

Raccomando vivamente al lettore di leggere l’articolo “O subsistit in e a nova concepção de Igreja” (Il subsistit in e la nuova concezione della Chiesa) e di esprimere un’opinione sul fatto che sia stato effettivamente mantenuto un principio di conservazione o di corruzione (link per chi non gradisce le note a piè di pagina: https://catolicosribeiraopreto.com/o-subsistit-in-e-a-nova-concepcao-da-igreja/).

Infine, c’è un’ironia nella situazione dei conservatori odierni, perché lo stesso testo di Newman, nell’illustrare come i partiti intermedi falliscano per mancanza di sostanza propria, ci offre l’esempio dei semi-ariani, che sono molto simili ai conservatori/continuisti di oggi (2026): “tentarono una via di mezzo tra ortodossia ed eresia, ma non riuscirono a sostenere la loro posizione; alla fine, una parte cadde nel macedoneismo e un’altra aderì alla Chiesa” (questo è il testo della nostra epigrafe).
L’autore che Brodbeck invoca per legittimare la sua via di mezzo classifica questo stesso tipo di via di mezzo della continuità nella Riforma, quando applicato alla crisi ariana, non come una sintesi virtuosa, ma come un sintomo di corruzione, cioè l’assenza di ciò che Newman chiama il “potere di assimilazione” che possiedono solo le idee veramente vive.

E questa analogia è talmente reale che possiamo ricavare qualcosa di interessante dallo stesso testo del discorso del 2005. Brodbeck cita l’“ermeneutica della riforma” come se affermasse semplicemente la continuità, in contrapposizione all’“ermeneutica della rottura” (“radtrad”/modernista). L'affermazione si presenta come una sorta di rafforzamento del secondo punto di Newman. Ma la formula letterale di Papa Benedetto XVI è diversa, e ben più conciliante per gli scopi di questa corrente: “È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a vari livelli che consiste la natura della vera riforma” (17).
Pertanto, dal punto di vista del discorso stesso, non si tratta di imporre un’“ermeneutica della rottura” ai tradizionalisti e ai modernisti e una virtuosa “ermeneutica della continuità” ai conservatori/continuisti come una sorta di virtuoso terreno intermedio, ma piuttosto di attribuire ai modernisti un’“ermeneutica della rottura” e ai conservatori/continuisti “un insieme di continuità e discontinuità a vari livelli”, proprio come questa è esattamente la loro interpretazione di subsisit in: c’è qualcosa di continuo con ciò che viene prima e che può dialogare con la Chiesa ad intra senza urtare la sensibilità, ma c’è anche qualcosa di innovativo e non cattolico in modo che possa dialogare ad extra nel dialogo ecumenico.

Inoltre, trattando nello specifico la libertà religiosa, un argomento che abbiamo affrontato all’inizio e che ora tralasciamo, Papa Benedetto XVI dice qualcosa di a dir poco nuovo:

«Il Concilio Vaticano II, con il Decreto sulla libertà religiosa, riconoscendo e facendo proprio un principio essenziale dello Stato moderno, ha recuperato ancora una volta il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può così essere consapevole di trovarsi in piena armonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cfr. Mt 22,21) e con la Chiesa dei Martiri, con i Martiri di tutti i tempi. La Chiesa originaria, naturalmente, pregava per gli Imperatori e i capi politici, considerandolo un suo dovere (cfr. 1 Tim 2,2); tuttavia, pur pregando per gli Imperatori, si rifiutava di adorarli, e così facendo rigettava chiaramente la religione di Stato.
I Martiri della Chiesa originaria morirono per la loro fede in quel Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, e proprio per questo morirono anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professare la propria fede, una professione che nessuno Stato può imporre, ma che può essere realizzata solo con la grazia di Dio, nella libertà di coscienza (18)».


Il filosofo Paolo Pasqualucci, analizzando questo stesso discorso e il suo rapporto con la Dichiarazione Dignitatis Humanae, dimostra che la “continuità” invocata da Benedetto XVI in questo caso – ovvero che i primi Martiri, rifiutandosi di adorare l'Imperatore, testimoniavano già la “libertà di coscienza” nel senso moderno – non è in accordo con gli Atti dei Martiri e gli stessi Apologeti.
Santa Perpetua, rifiutandosi di indossare abiti pagani prima del suo martirio, non rivendicava un diritto universale all’uguale culto per tutte le religioni, bensì il diritto di morire senza essere costretta a un atto di apostasia.
Tertulliano, nel denunciare la negazione ai cristiani di ciò che era concesso a ogni culto egizio o siriano, non difendeva l’uguaglianza o la libertà di tutti i culti di fronte allo Stato, bensì la superiorità esclusiva dell’unica vera religione (19).
Benedetto XVI, nel migliore spirito di “continuità e discontinuità”, fa una lettura retroattiva e attribuisce la moderna categoria di “libertà religiosa” proiettata su uomini che morirono proprio per la convinzione opposta: che fuori dalla vera fede non c’è salvezza.

Se qualcuno dubitasse che Pasqualucci abbia ragione, suggerisco la lettura di due testi:

Papa Leone XIII, Enciclica “Diuturnum illud” sull’origine del potere civile.

Sant’Agostino, Epistola 85 (Trattato della correzione dei Donatisti) a Bonifacio [nota come “I governanti devono servire Dio, difendere la vera religione e punire gli eretici]


3. Tentativo di conclusione

Ci sono ancora molti punti da chiarire riguardo a questo video, come quello in cui Brodbeck ripercorre la storia della scarsa accoglienza riservata ai concili e delle eresie che ne seguirono. L’idea alla base di questa digressione era quella di creare un argomento di colpevolezza per associazione, ovvero di attribuire alla Fraternità Sacerdotale San Pio X lo stesso carattere degli eretici che si separarono dalla Chiesa dopo i vari concilii. Ma è interessante notare che non riescono ad attribuire in modo coerente alla congregazione alcuna eresia simile a quella di questi eretici separati.
Il gruppo conservatore (non il signor Brodbeck) si appella all’intelligenza artificiale, a citazioni decontestualizzate e a molte altre cose, ma non all’eresia. Si aggrappano solo a una strana concezione di obbedienza violata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Siamo dunque giunti al punto in cui possiamo fermarci qui, pur essendo insufficienti a causa della brevità e incompletezza dell’approccio (vita brevis). Ma nel poco che abbiamo discusso, abbiamo visto che l’argomentazione di Brodbeck si basa su formule che lui e gli stessi continuisti non applicano letteralmente. Non è il “radical-rotturista” a inventare qualcosa, ma sono gli autori stessi a dirlo con le proprie parole: un insieme di continuità e discontinuità a vari livelli. Questo viene poi riproposto in una nuova veste e venduto come ortodossia: continuità nella riforma.

Questo ci riporta, percorrendo una strada più lunga, all’immagine da cui siamo partiti: quella dei semi-ariani del IV secolo.
Ario parlava di “sostanza diversa”; Atanasio di “stessa sostanza”; e la via di mezzo homoiousiana (“sostanza simile”), anziché essere una sintesi superiore delle due posizioni, rappresentava un rifiuto di schierarsi sotto la maschera di una presunta profondità.
Il “conservatore” di oggi compie la stessa mossa: tra “c'è stata una rottura e questo è un bene” (il modernista) e “c'è stata una rottura e ce ne rammarichiamo” (il tradizionalista), opta per un terzo termine (“non c'è stata alcuna rottura, solo un approfondimento che richiede da noi uno sforzo ermeneutico sempre più sofisticato per essere compreso”) che si basa proprio su una serie di continuità e discontinuità a vari livelli.

E quando arriviamo al presunto chiarimento della questione, nella Dichiarazione Dominus Iesus e nel discorso del 2005, troviamo la confessione che il problema non è mai stato risolto, ma solo descritto con maggiore eleganza.

Il criterio che la Chiesa ha sempre utilizzato per discernere ciò che è veramente continuo nella Rivelazione, come ho affermato in un precedente testo su questo stesso blog, è la formula di San Vincenzo di Lerino (V secolo) nel Commonitorium: Nella Chiesa cattolica, bisogna fare la massima attenzione a mantenere ciò che è creduto ovunque, sempre e da tutti, condensato anche nell’insegnamento di Sant’Ireneo di Lione (II secolo) in Contro le eresie.

La vera dottrina è quella degli Apostoli; è l’antica diffusione della Chiesa in tutto il mondo; è il carattere distintivo del Corpo di Cristo, che consiste nella successione dei vescovi ai quali la Chiesa è stata affidata ovunque essa si trovi; è la fedele conservazione delle Scritture che ci sono giunte, la loro completa spiegazione, senza aggiunte né sottrazioni, la loro lettura libera da frodi e in piena conformità con le Scritture, la loro corretta e armoniosa spiegazione, libera da pericoli o bestemmie; e, soprattutto, è il dono della carità, più prezioso della dottrina, più glorioso della profezia, superiore a tutti gli altri carismi (20).

È questo test, applicato senza fretta e senza malizia, che separa lo sviluppo omogeneo dalla mera rottura mascherata da profondità o terreno intermedio.
Ed è proprio su questo test, che sia il subsistit in sia l’ermeneutica della riforma, soprattutto quando applicata alla narrazione della continuità, falliscono.

È in questo contesto, quello delle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X – scandalo per i conservatori odierni come lo fu Atanasio per i semi-ariani – che si conclude questo commento al video di Brodbeck.

Non c'è alcun bisogno che i tradizionalisti inventino la contraddizione. Una semplice lettura dei testi stessi e delle dichiarazioni dei loro autori e sostenitori dimostra la precarietà dell’attuale posizione conservatrice rispetto al magistero precedente, soprattutto in un mondo post-Papa Francesco.


***

PS: Se Brodbeck ha lasciato dei riferimenti bibliografici a sostegno della sua tesi, ne aggiungerò anch’io. Oltre a Wiltgen, che ho già raccomandato, consiglio:


Roberto de MatteiIl concilio Vaticano II: Una storia mai scritta (in realtà, basta guardare a quello che è successo nel Concilio).

Don Jean-Michel Gleize, FSSPXChe cos’è la vera Tradizione? Una visione di San Vincenzo di Lerino (una delle volte in cui contesta Bernard Lucien, quest’ultimo indicato da Brodbeck).

Romano Amerio - Iota Unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo  XX (non è possibile leggere questo libro e credere che tutto sia stato una “continuità nella riforma” o qualcosa del genere; il rigore e l’autorevolezza dell’autore sono al di là di ogni congettura e IA).


Don Álvaro Calderón, FSSPX - La lampada sotto il moggio: una questione controversa riguardante l’autorità dottrinale del magistero ecclesiastico a partire dal Concilio Vaticano II (sulla consueta abdicazione, da parte della gerarchia, all’esercizio della sua autorità magisteriale).

Don Álvaro Calderón, FSSPXPrometeo, la religione dell’uomo: saggio sulla ermeneutica del Concilio Vaticano II (il primo libro che “decifra” la sfinge vaticanosecondista)





NOTE

1. Etica di Aristotele, libro II; citato in San Tommaso d’Aquino, Summa Teologica, Ia-IIae, q. 59, a. 1 corpus: “Abito elettivo che consiste nel termine medio determinato dalla ragione secondo il criterio del sapiente [habitus electivus in medietate consistens determinata ratione, prout sapiens determinabit]”.

Nel suo commento al passo (Sententia Ethic., lib. 2 l. 7 n. 4), San Tommaso spiega che la virtù morale acquisita consiste in:

Abito [L’abitudine] (habitus) – non è un atto né una potenzialità, ma una disposizione  stabile che perfeziona la potenzialità operativa di agire bene e con facilità. Ciò distingue la virtù da un atto isolato (anche buono) e dalla mera capacità naturale.

Elettivo – la virtù morale (diversa dall’intellettuale) risiede nella volontà e implica una scelta deliberata (electio), non solo la conoscenza.

Termine medio relativo a noi (non termine medio aritmentico) - San Tommaso insiste, seguendo Aristotele, sul fatto che la giusta via di mezzo non è una media oggettiva tra due estremi quantitativi, ma è proporzionale alla persona, alla situazione e alle circostanze; determinata dalla ragione pratica.

Secondo la retta ragione – questo è il criterio formale decisivo. E’ la ragione informata dalla prudenza, che fissa dove sta il termine medio in ogni caso concreto.

2. In altre parole, il mondo moderno è agnostico, liberale e indifferente nei confronti della religione. Ma, in realtà, questa indifferenza ha dei limiti: se messa alle strette, si rivela pienamente anticristiana.

3. Un dibattito accademico di fronte a un pubblico qualificato sarebbe diverso. Ma quel livello di civiltà è ormai quasi inesistente, vero?

4.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV8031_FSSPX_
Che_pensare_del_decreto_del_2_luglio_2026.html

5. Cfr. Myles Allman, “ ‘Questo è un caos canonico’: Padre Murray spiega perché i sacerdoti e i laici della Fraternità San Pio XSSPX non sono scomunicati”, LifeSiteNews, 8 luglio 2026. Disponibile in
https://www.lifesitenews.com/news/this-is-a-canonical-mess-
fr-murray-explains-why-sspx-priests-laity-are-not-excommunicated/

6. Cardinale Joseph Ratzinger, “Conferenza al Congresso del 25-27 febbraio 2000 sull’ecclesiologia della Costituzione conciliare Lumen Gentium”, in
Documentation Catholique n.º 2223, 2 aprile 2000, p. 310. Cfr. https://laportelatine.org/critique-du-concile-vatican-ii/
le-subsistit-in-et-la-nouvelle-conception-de-leglise

7. Ibid.

8. Johannes Dörmann, “Declaratio Dominus Iesus und die Religionen”, Theologisches, Anno 30, n.º 11/12 (nov/dic. 2000), col. 453ss. (Evidenziazioni mie).

9. «Vi informiamo che il vostro saggio, nel quale avete dimostrato che gli scritti del Cardinale Newman, lungi dall’essere in contrasto con la Nostra Enciclica Pascendi, sono, al contrario, in piena armonia con essa, è stato da Noi caldamente approvato: non avreste infatti potuto servire meglio la verità e la dignità dell’uomo. È evidente che coloro i cui errori Noi condanniamo in quel Documento hanno deciso tra loro di creare qualcosa di propria invenzione, con cui cercare di attribuire alla loro causa l’approvazione di una persona illustre. Così, ovunque affermano con sicurezza di aver tratto tali cose dalla fonte stessa e dal vertice dell'autorità, e che, pertanto, Noi non potremmo censurare i loro insegnamenti; al contrario, dicono che Noi avevamo addirittura condannato in precedenza ciò che un autore così grande aveva insegnato».
[San Pio X, lettera a Dom Edward Thomas, Vescovo di Limerick, 10 marzo 1908. Fonte: Actas Sactae Sedis, vol. XLI, 1908, pp. 200-202.]
10. Dardo Juan Calderón, La ‘dualità’ de Newman, ovvero gli inizii “regno diviso” – parte 1. Disponibile in: https://catolicosribeiraopreto.com/a-dualidade-de-
newman-ou-os-comecos-do-reino-dividido-parte-1/

11. Ibid: “if I am obliged to bring religion into after-dinner toasts, I shall drink—to the Pope, if you please—still, to Conscience first, and to the Pope afterwards.” [“Se sono obbligato a brindare alla religione, in un dopo cena, io brinderò al Papa, se vi fa piacere, ma prima alla mia coscienza e dopo al Papa”].

12. Ibid.

13. Don Jean-Michel Gleize, “Newman” in Courrier de Rome, Anno LIII, n. 627, p. 7, dez. 2019.

14. Capitolo 5 - Sviluppi autentici a confronto con le corruzioni”. Disponibile in: https://www.newmanreader.org/works/development/chapter5.html#top

15. Ibid.
«Per scoprire, dunque, cosa sia la corruzione o la perversione della verità, esaminiamo il significato letterale del termine in relazione alle sostanze materiali. È evidente, innanzitutto, che “corruzione” è un termine applicabile solo alla materia organizzata; una pietra può essere ridotta in polvere, ma non può essere corrotta. La corruzione, al contrario, è la disgregazione della vita, preparatoria alla sua fine. Questa decomposizione di un corpo nelle sue parti costituenti è la fase che precede la sua dissoluzione; inizia quando la vita ha raggiunto la sua perfezione ed è la sequenza, o meglio, la continuazione di questo processo verso la perfezione, essendo al tempo stesso l’inversione e l’annullamento di ciò che è venuto prima. Fino a questo punto di regressione, il corpo possiede una propria funzione, una direzione e un obiettivo nella sua azione, nonché una natura con leggi; ora sta perdendo tutto questo, così come le tracce e i segni degli anni precedenti; e, con essi, il suo vigore e le sue capacità di nutrimento, assimilazione e autoriparazione».

16. Cardinale Kasper, conferenza in occasione del 40° anniversario della promulgazione del Decreto conciliare Unitatis redintegratio (Rocca di Papa, 11–13 novembre 2004). Citato in https://laportelatine.org/critique-du-concile-vatican
-ii/le-subsistit-in-et-la-nouvelle-conception-de-leglise

17. Affinché non vi siano dubbi, presento i termini originali utilizzati nel discorso: “È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma.”

18. Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi - Giovedì, 22 dicembre 2005 (evidenziazioni mie)
https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/
december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

19. Paolo Pasqualucci, “L’ermeneutica della riforma: discontinuità del Concilio nella continuità?”, Divinitas, Nuova Serie, LIV, 2011, n. 3, pp. 284-312

20. Contro le eresie, libro IV, Capitolo 33, n.º 8. (evidenziazioni mie).




luglio  2026
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