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| L’arcivescovo di Bourges e le consacrazioni episcopali del 1 luglio 2026 seconda
parte
di don Jean-Michel Gleize, FSSPX ![]() Mons. Sylvain Bataille Agli occhi di Monsignor Sylvain Bataille, arcivescovo di Bourges (1), la Tradizione «non consiste in una eredità fissa, come congelata, intoccabile. Al contrario, essa è la trasmissione viva della stessa fede degli Apostoli, costantemente approfondita sotto la guida dello Spirito, e vissuta in contesti storici diversi» […] «La fedeltà non è statica, è dinamica, nella continuità della fede che è immutabile, ma le situazioni sono sempre nuove e lo Spirito e sempre all’opera». L’iniziativa delle consacrazioni dello scorso 1 luglio verrebbe così privata della sua principale giustificazione. E qui ritroviamo il discorso evoluzionista inaugurato dal Vaticano II e teorizzato da Benedetto XVI, con l’ambiguità che apre la porta ad ogni sorta di negazionismo, col pretesto dell’approfondimento. Il n° 17 della Professione di fede presentata lo scorso 24 giugno dalla Fraternità dissipa tale ambiguità: «La Tradizione
può definirsi «vivente», non nel senso che cambi di
significato, ma nel senso che il Magistero vivente propone attraverso i
secoli, in modo sempre più chiaro ed esplicito, la stessa
verità secondo lo stesso significato (2).
Ciò che è stato creduto da tutti, ovunque e sempre, come appartenente alla fede, non può essere negato né messo in dubbio da nessuna moda teologica, nessuna pressione pastorale, nessuna necessità diplomatica, nessuna presunta esigenza del mondo moderno (3)». Purtroppo, constatiamo che la «trasmissione vivente» a cui si riferisce Mons. Bataille instaura un modo di praticare la religione che, sotto la maschera dell’adattamento, altera il significato della verità rivelata. La pratica dell’ecumenismo, ad esempio, insinua sempre più l’errore dell’indifferentismo. Per quanto riguarda il culto, l’arcivescovo di Bourges, per giustificare le riforme liturgiche successive al Vaticano II, contesta l’espressione «Messa di sempre» usata da Mons. Lefebvre: «E’ sempre la morte e la resurrezione di
Cristo che è celebrata, il suo sacrificio che è offerto
ai fedeli, ma con forme che si sono evolute nel corso dei secoli. Papa
Pio XII, negli anni Cinquanta, attuò importanti riforme
liturgiche, tutte accettate dalla Fraternità San Pio X. Non si
comprende quindi perché tutto dovrebbe cristallizzarsi al 1962».
Le riforme di Pio XII non hanno nulla a che vedere con quelle di Paolo VI. Le prime, con le parole e i gesti rinnovati del rito, danno un migliore significato alla stessa verità di cui il culto deve essere l’espressione. Le seconde «si allontanano in maniera impressionante, nell’insieme come nei particolari» da questo stesso significato, come fa notare il Breve esame critico inviato a suo tempo a Paolo VI dai cardinali Ottaviani e Bacci. La Messa è detta «di sempre» in quanto il rito esprime costantemente, attraverso diverse riforme o restauri, lo stesso significato richiesto unitamente dalla professione di fede e dall’efficacia del sacramento. In questo senso, la Messa è al di là e al di fuori del tempo. Poiché è l’eco dell’eterna parola significante di Dio. Tutt’altra cosa sono le riforme di Paolo VI, che hanno snaturato questa eco al punto da farla diventare l’espressione del sentimento della comunità ecclesiale, soggetta a tutti i capricci della sua storia. I numeri 124 e 125 della professione di fede presentata lo scorso 24 giugno dalla Fraternità, l’affermano chiaramente: «Professo che la Messa
romana tradizionale, celebrata secondo il rito in uso prima della
riforma del Novus Ordo Missae, esprime con incomparabile chiarezza la
dottrina cattolica del sacrificio, del sacerdozio e della presenza
reale.
Ma constato con dolore che le riforme liturgiche contemporanee si sono allontanate notevolmente dalla liturgia tradizionale, sia nel complesso che nei dettagli: così facendo, hanno oscurato il carattere sacrificale e propiziatorio della Messa, favorito una concezione democratica del culto, avvicinato l’espressione liturgica cattolica alle concezioni protestanti e contribuito in tal modo in modo preponderante alla perdita del senso del sacro, alla corruzione dello spirito cristiano, alla diminuzione delle vocazioni e all’indebolimento generale della fede (4). «Respingo quindi qualsiasi riforma o uso liturgico che, per omissione, ambiguità dottrinale o orientamento pratico, favorisca l’eresia, indebolisca la fede, si allontani dalla dottrina cattolica della Messa formulata nel Concilio di Trento, o distolga i fedeli dall’adorazione dovuta a Dio. Il culto pubblico della Chiesa deve esprimere la fede cattolica in modo inequivocabile». Non è certo questa l’intenzione dell’arcivescovo di Bourges. Infatti, Mons. Bataille precisa: «La liturgia rimane l’esperienza di salvezza per noi peccatori». L’«esperienza» è un termine che ricorre costantemente nei discorsi pontifici da dopo il Vaticano II. E’ uno dei principali indicatori del cambiamento assiale che si è compiuto durante il concilio. Cambiamento assiale ben analizzato da Mons. Lefebvre l’indomani delle consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988 e che consiste nel «passaggio dal diritto della verità al diritto della persona» (5). Passaggio quindi dal punto di vista dell’oggetto (o della realtà come si impone all’atto dell’intelligenza o della volontà) al punto di vista del soggetto. L’evoluzionismo segnalato ha il suo punto di partenza in questo nuovo punto di vista, che il punto di vista del personalismo. E’ per difendere i diritti della verità, in particolare tramite la liturgia che è l’espressione del vero culto e della vera religione, che la Fraternità ha voluto dare alla Chiesa dei nuovi vescovi fedeli a questa espressione inalterata della fede della Chiesa. NOTE 1. https://www.diocese-bourges.org/actualites/16137-les- ordinations-episcopales-de-la-fraternite-saint-pie-x- points-de-repere-pour-comprendre-la-situation-editorial-de-monseigneur-bataille/ 2. Concilio Vaticano I (1870), Costituzione dogmatica Dei Filius, capitolo IV, DS 3020 e canone 3, DS 3043; Pie IX, nella Bolla Ineffabilis Deus (8 dicembre 1864), che proclama il dogma dell’Immacolata Concezione, lo esprime molto bene: « Sempre attenta a custodire e a difendere i dogmi di cui ha ricevuto il deposito, la Chiesa di Gesù Cristo non vi cambia mai nulla, non vi sottrae mai nulla, non vi aggiunge mai nulla; ma volgendo uno sguardo fedele, discreto e saggio sugli antichi insegnamenti, raccoglie tutto ciò che che l’antichità vi ha messo, tutto ciò che la fede dei Padri vi ha seminato. Essa si dedica ad affinarlo, a perfezionarne la formulazione, affinché questi antichi dogmi della celeste dottrina ricevano la chiarezza, la luce, la distinzione, pur conservando la loro pienezza, la loro integrità, il loro carattere proprio, in breve, perché si sviluppino senza cambiare la loro natura, e rimangano sempre nella stessa verità, nello stesso senso, nello stesso pensiero». 3. San Vincenzo di Lerino, Commonitorium, citato dal Concilio Vaticano I (1870), Costituzione dogmatica Dei Filius, capitolo IV, DS 3020. 4 - Si veda il Breve esame critico del Novus Ordo Missae presentato il 3 settembre 1969 a Papa Paolo VI dai cardinali Ottaviani e Bacci. 5 - Mons. Lefebvre, « La visibilité de l’Eglise et la situation actuelle » in Fideliter numero 66 di novembre-dicembre 1988, p. 29. ![]() Don Jean-Michel Gleize è stato per quasi trent'anni professore di apologetica, di ecclesiologia e di dogma al Seminario San Pio X di Ecône. E’ il principale redattore del Courrier de Rome. Ha partecipato alle discussioni dottrinali fra Roma e la Fraternità San Pio X tra il 2009 e il 2011. Oggi esercita il suo apostolato a Parigi, nella chiesa Saint-Nicolas-du Chardonnet, dove le sue conferenze sulla Chiesa sono molto seguite. |